Desperate! Work&Study

15 secondi di silenzio

Credit: Pixabay
Written by Amiche di fuso

Io lavoro in un posto che pare uscito dalle barzellette di quando eravamo bimbi. ‘Ci sono un italiano, un inglese e un tedesco alla macchinetta del caffè, e…’ oppure: ‘un cipriota, un greco e un kosovaro si incontrano alla fotocopiatrice, e…’ . A voi di continuare. Per me passare le giornate in luogo tanto multiculturale è buffissimo, insegna molto, ma è anche tanto, tanto, tanto faticoso.

Buffissimo perché vorrei vedere voi quando i tre greci decidono che quello è il giorno in cui terranno una lezione di Sirtaki. E quindi via: tutti quelli che stavano pranzando cooptati nella palestra aziendale ad apprendere che esiste il Sirtaki in cerchio e quello in linea. Son cose. Oppure rendersi conto che il mio futuro genero sarà per forza un Belga Fiammingo. Perché? Superiorità fisica? Non tanto, ma nei colloqui d’assunzione parlano sempre della propria fidanzata o moglie e di come le proprie scelte lavorative non possano prescindere dalla compagna. Tipo l’anno scorso uno si è auto-eliminato alla prima domanda perché con gli occhi a forma di cuore ha detto che non avrebbe mai e poi mai considerato di spostarsi dal paesello natio, neppure per un paio d’anni, per non togliere lei ai suoi affetti. Ci ha fatto perdere tre ore, ma era di un tenero da portarselo a casa. E vi giuro che al 95% sono tutti così. Giovani, io vi dico, se non vi scoccia vivere in paese fatto al 90%  da mucche e birra, accasatevi con un/a Fiammingo/a.

La cosa che mi piace è che a stare in mezzo a gente tanto diversa si impara per forza molto su se stessi. Per me, confrontarmi con chi viene da lontano equivale a rendermi conto dei miei automatismi, delle cose che faccio e penso senza volerlo. Tipo di come io parli certo in modo più diretto di un francese o di un inglese britannico, ma molto molto meno di un cinese, un americano o un olandese. Sia i cinesi che gli americani mi lasciano spesso basita – a tratti non li sopporto per la loro mancanza di tatto e di comprensione del contesto, ma prova a dargli un obiettivo chiaro e buttano giù mari e monti per raggiungerlo. Per loro, probabilmente, io sono contorta e prolissa, perché nella stessa frase riesco a dire tutto e il contrario di tutto, prima di arrivare ad una semi conclusione, e perché cerco di non scontentare nessuno. Perdo tempo. Mi ricorda quello che a proposito aveva detto Valentina. Allo stesso modo per francesi e italiani sono troppo diretta e no-nonsense (il migliore complimento ricevuto finora)

Poi, però, si apre il grande capitolo della convivenza pacifica. Lavorare in un ambiente multiculturale implica un’innumerevole e continua serie di casi in cui le persone si offendono a morte perché pensano di essere state trattate a pesci in faccia, senza riuscire, nell’emozione, a capire che non siamo tutti uguali e non siamo tutti madrelingua. I francesi in questo son campioni: visto che loro si mandano a quel paese solo con convolutissimi giri di semi-complimenti, e sempre e comunque dandosi del ‘Lei’, Il fatto che qualcuno in una riunione possa esordire dicendo ‘trovo scorretto quello che tu dici’, lo trovano più insopportabile del pane senza burro. Gli anglosassoni e i nordici prendono come dichiarazione di guerra il fatto che qualcuno possa mandare un invito ad una riunione senza metterci orario di fine riunione e agenda. Io sto con loro, ma dimenticano che la Francia è il paese del ‘pour parler’ [per parlare], e che avere degli obiettivi chiari e predefiniti è contrario alla mente creativa, contorta e critica dei nostri amati mangiarane. Se poi c’è in giro un est europeo, tanto vale mettergli una maglietta con scritto, ‘tendo ad avere un’intonazione di voce un po’ monotona e a sorridere poco, ma non sono necessariamente sociopatico’. A causa dei miei rapidi trascorsi in est europa, vengo spesso chiamata a spegnere focolai di rivolta verso il russo, bulgaro, polacco o ungherese di turno, tacciati di anaffettività e scontrosità galoppante. A volte poi – come tutti – può essere che siano semplicemente stron.. ma meritano un beneficio del dubbio assai più ampio di altri.

Non che io sia super partes. Le volte che sclero è quasi sempre con britannici, che tanto amo la loro televisione e stampa e persino cibo, tanto non riesco a interagire con il ‘it’s a nice idea’ che  all’incontro successivo vuol dire ‘ma intendevo dire che c’erano tanti punti da migliorare’. Quando parlo con un britannico vorrei avere una scritta lampeggiante sulla fronte che dice ’parlo rapida, ma non sono madrelingua inglese quindi sei pregato di parlare in stampatello e dire pane al pane e vino al vino’. In secondo luogo i francesi che, come detto prima, considerano reato di lesa maestà ogni disaccordo espresso con meno dell’80% di parole positive, e che ritengono corretto reagire al suddetto disaccordo, che era stato espresso in 7 righe, con missive di circa 200 righe in cui si finisce per citare tra le altre cose la rivoluzione francese, liberté ed egalité (giuro). Invece ho un debole per gli indiani per il loro modo di parlare, di argomentare e di muovere le mani. Con me vincono sempre.

Oggi ho finito una mail dicendo a un tizio che in un posto di lavoro multiculturale bisognerebbe instaurare una pausa di 15 secondi prima di reagire dando un qualsiasi giudizio su qualcuno. Perché il sangue caldo con il multiculturale non funziona, mai. Lavorare in un posto così vuol dire sapere dire ‘loro’ prima che ‘io’ e allenarsi a tanta tanta tanta calma e a tanta sospensione del giudizio. Voi che come me avete sangue freddo e siete da sempre tacciate di esser poco emotive, scoprirete che in questi casi le vostre caratteristiche possono  essere un pregio.

Poi, vi dico, il tizio era francese e temo stia preparando un libello su quanto inopportuna fosse questa mia frase. Ma se io dovessi dare un consiglio a qualcuno che sta per iniziare a lavorare o a studiare in un Paese che non è il suo, questo sarebbe il mio contributo di gran lunga più saggio: almeno 15 secondi di silenzio, per favore.

Anna, Francia

Ha collaborato con Amiche di Fuso da giugno 2014 ad agosto 2016

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Amiche di fuso

Amiche di fuso è un progetto editoriale nato per dare voce alle storie di diverse donne, e non solo, alle prese con la vita all'estero. Vengono messi in luce gli aspetti pratici, reali ed emotivi che questa esperienza comporta e nei quali è facile identificarsi. I comuni denominatori sono la curiosità, l'amicizia e l'appoggio reciproco.

4 Comments

  • Post stupendo! Io ho lavorato due anni a Bruxelles in un ufficio cosi’ e mi ritrovo in ogni tua parola! Specie, stavo impazzendo con la capa British: le faccio vedere un mio lavoro e lei mi risponde “Good”. A casa mia “good” vuol dire che va bene, ma poi vedo la faccia scura degli altri colleghi (tranne il Lituano, che non cambiava mai espressione) e mi dicono “no, per i Brit ‘good’ vuol dire che fa schifo”…

    • si guarda, non farmli scrivere quello che di solito penso in questi casi 😉 A parte gli scherzi un giorno un irlandese mi ha definito ‘ a no-nonsense person’. Sto ancora li’ a chiedermi se era positivo o negativo, ma la uso sempre come scusa!!

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