Desperate!

Parigi, 13 novembre e seguenti

13 noivembre
Written by Amiche di fuso

L’ultima cosa che ho fatto il 13 novembre, ma mi sa fosse già il 14, prima di dormire, è stato chiudere gli scuri in camera dei bimbi. Non lo faccio mai, le tende bastano. ‘Ma cosa lo fai a fare’, dice mio marito, ‘Non lo so, è che devo fare qualcosa’.

Quella sera noi eravamo stati a parlare con degli amici su Skype, anche se loro non erano per nulla lontani. Perché con bimbi piccoli e lavori, il venerdì è solo il giorno in cui si crolla sul divano dopo essere arrivati alla fine di tutta una settimana di corsa. Appena messa giù la conversazione mi arriva un messaggio da un collega: ‘Hai visto che succede? Dove siete? ’

E abbiamo aperto Liberation e Le Monde e seguito. Con quel senso di incredulità per il fatto di conoscere quelle strade, di non averci abitato lontano, di non credere che potesse succedere così vicino, nella nostra parte di Parigi. Abbiamo risposto a decine di messaggi, anche quelli di persone che negli ultimi dieci anni si erano scordati di noi, anche a quelli che all’una di notte ci raccomandavano di non uscire (e dove vuoi che andiamo, scusa?)

La mattina dopo è stata spenta e strana. Spenta per le poche ore dormite, per il silenzio che arrivava dalle strade. Strana per quel comunicato della prefettura, che raccomandava di non uscire, se non necessario. Ma cosa vuol dire, di preciso, ci chiedevamo? Strana per l’allegria dei bimbi per cui la notte era stata una come tante, e a cui non volevamo far percepire niente, mentre facevamo di nascosto refresh compulsivo dei telefonini. Io sono uscita a fare un giro per l’isolato, per sentire l’aria, per sentire come reagivano gli altri. Sono entrata dai due panettieri, se c’è stato un momento in cui i pain au chocolat erano necessari, era quel sabato. Nessuno ne parlava, tutti ci guardavamo, senza sapere troppo cosa dire, con un sentimento diverso da quello di Gennaio. Sentivamo una forte incoerenza tra il sole fuori, di un bel sabato, e la percezione che non fosse per niente un sabato come gli altri. Tutte le attività solite  (piscine, parchi, biblioteche) erano chiuse e ogni sirena ci faceva sobbalzare.

Mio marito è corso a donare il sangue appena visti gli appelli, e si è ritrovato, come già a gennaio, preso dall’ammirazione dei parigini che erano corsi come lui e che si sono fatti una bella ora o due di coda in strada per poter donare sangue, o per vederselo rifiutato, ma sempre con compostezza e civiltà.

Marianne, Liox, 2015

Marianne, Liox, 2015

Io ero in casa, in tensione, a pensare a come teletrasportarmi altrove, agli impegni e al lungo tragitto di lunedì, a costruire alternative e a pensare troppo oltre, come mio solito. Per rimanere su questo pianeta ho chiamato la vicina anziana che vive sola. La scusa era per fare compagnia a lei, la realtà era che avevo bisogno di parole io. Abbiamo parlato di beghe di condominio, di storie lontane, del suo coraggio da giovane. Ci siamo abbracciate.

Poi ti subentra quella sensazione di leggera noia e sarcasmo, nel vedere le reazioni lontane. Siamo tutti parigini, siamo tutti con voi, uscite, non fatevi vincere dal terrore. Grazie, e già che ci sei potresti venire lunedì ad andare a lavorare attraversando tutta città sui mezzi dopo aver lasciato i bimbi a scuola? Perché io, a dire il vero, non sono mica tanto sicura di farcela. Ah, ma i musulmani, la reazione di chi non ha proprio idea di cosa sia la diversità vissuta, di quanti amici miei e dei miei figli siano musulmani, di quanti poliziotti francesi siano medio-orientali o musulmani, di quante razze credi e religioni si incrocino ogni giorno in una mezz’ora di treno in centro a Parigi. Facile fare categorie, quando non le si vive Ah, le reazioni di destra di Valls e Hollande, stanno parlando come Bush. Bello fare le anime belle da tanto lontano, parlando di una nazione che pensi di conoscere perché ci hai passato un fine settimana, quando nessuna delle persone che tu conosci erano lì dentro (ma grazie al cielo ne sono uscite tutte intere).

Quel sabato pomeriggio coi bimbi non siamo usciti. La mattina dopo invece siamo andati al parco, tutti insieme, come tante famiglie. Abbastanza tranquilli, ma con quel dito sempre sul tasto refresh. Il pomeriggio ci hanno invitato degli amici a fare merenda, soprattutto per fare giocare i bimbi. Abbiamo scoperto che tutte le scuole avrebbero fatto un minuto di silenzio, e mi sono ritrovata in una strada vuota a spiegare ai mia figlia in età d’asilo che Parigi era triste perché dei cattivi avevano ucciso tante persone. Che cosa brutta mamma. Eh sì. Ma è successo in questa strada? No? Ma succederà anche nella mia scuola? No… Ma succederà al tuo lavoro? No….

E poi arriva la settimana di lavoro. Quel lungo tragitto sui mezzi pubblici. Molto vuoti il lunedì e piano piano più pieni, come non può essere altrimenti. Quel silenzio nel vagone in cui tutti guardano tutti gli altri, e pensano, e dubitano, e si vergognano di dubitare, tutto sovrapposto e frenetico in millesimi di secondo. Se qualcuno lo sapesse raccontare ci sarebbero poesie e romanzi negli scambi di sguardi che si vedono nei vagoni, io che guardo l’arabo in fronte a me, lui che apre gli occhi in segno di comprensione e tristezza, io che provo in un battito di ciglia a scusarmi delle mie paure, lui che con le sopracciglia dice capisco, ho paura anche io. Questo per decine e cento incontri. Tutti, poco importa religione e provenienza, in questa città, in questa settimana, a fine giornata siamo stanchi, spossati. Perché anche senza volerlo c’è una tensione che ci portiamo addosso, c’é la consapevolezza che, nonostante la grande fiducia nella polizia, se deve succede ancora succederà, stato di emergenza o no, e se tutte quelle energie che scarichiamo nel guardarci uno con gli altri nei mezzi, le investissimo in cose utili, sai quanto si potrebbe fare.

Non credo ci sia un senso, o un fine, in quello che sto scrivendo. Il mio unico semplice appello al mondo sarebbe ai giornali italiani, di almeno mettere un bel google map con le distanze quando si danno notizie. E di non fare titoli da fumetti, ma mica solo Il messaggero, tutti. Ed evitare che le nostre famiglie si preoccupino nel non sentirci quando c’è una sparatoria a Saint Denis, che è come dire Bollate quando sei in centro a Milano. Che i giornalisti italiani invece di intasare i gruppi facebook di chi qui ci vive, cercando interviste facili senza alzarsi dalla scrivania, prendano un aereo e vengano a viversela qua la città. Ad impararla senza dire cose a vanvera. Se succede ancora qualcosa a Parigi, leggete solo LeMonde o Liberation, e poi basta.

Poi un altro mio collega, che è stato in Kosovo e in Jugoslavia nei momenti in cui era meglio non esserci mi ha detto che si risente molto quando legge che Parigi è una città del divertimento e che dovremmo celebrarlo uscendo a più non posso. E’ questa l’educazione che vogliamo dare ai nostri figli? E’ questo l’esempio che vogliamo dare al mondo, dire che sappiamo divertirci? E’ questo il modello ideale di civiltà? Io non lo so, ma ci sto pensando su.

Street Art - Seth

Street Art – Seth

ps. Fluctuat, nec mergitur –  colpita dalle onde, ma non affondata – è da sempre (1358) – il motto della città di Parigi.

Le due foto di graffiti sono prese da questa bella galleria sulla street art di Parigi post attentati (Elle France).

Anna, Francia

Ha collaborato con Amiche di Fuso da giugno 2014 ad agosto 2016

 

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Amiche di fuso

Amiche di fuso è un progetto editoriale nato per dare voce alle storie di diverse donne, e non solo, alle prese con la vita all'estero. Vengono messi in luce gli aspetti pratici, reali ed emotivi che questa esperienza comporta e nei quali è facile identificarsi. I comuni denominatori sono la curiosità, l'amicizia e l'appoggio reciproco.

9 Comments

  • Non penso ci sia molto altro da dire… Hai detto tutto tu e l’hai detto benissimo… Dico solo che e’ proprio triste quando l’etica di chi dovrebbe avere il compito di informare le masse viene messa sotto i piedi, solo per raccogliere scoop e consenti…

  • il tuo post mi ha veramente commossa! Spero non ti dispiaccia se lo condivido su facebook. Ho sempre amato la Francia e ci ho passato molto più di qualche weekend, se provo a contare le volte in cui sono stata a Parigi sicuramente riesco a dimenticarmene qualcuna, ho battuto a tappeto tante regioni francesi nel corso di molte estati, abito a mezz’ora dal confine per cui andare in Costa Azzurra per me è una passeggiata, ma non è come viverci. Nei nostri anni di piombo vivevo ancora a Milano, ma quando ne parlo nessuno capisce cosa voleva dire la quotidianità in quel clima e sono convinta che nessuno di noi, dietro uno schermo, possa davvero capire cosa sia stato o cosa sia per voi che c’eravate e che ci siete. Mi è piaciuto molto il discorso del sindaco di Parigi che ha elogiato i suoi concittadini per avere votato secondo i loro valori senza farsi coinvolgere dall’emotività e non votando chi alimenta quelle paure indiscriminate di cui parli tu quando descrivi gli sguardi sui mezzi pubblici…

    • grazie del bel commento. E’ vero, anche io ho pensato agli anni di piombo a Milano…. Io questo weekend ero fuori, quindi devo ancora recuperare letture sui primi esiti delle regionali, ma certo credo che ce ne sarebbero da dire….

  • Ciao Anna. Bellissimo pezzo di cuore. Grazie per aver dato voce a quella parte di me che dopo gli attentati non aveva più parole. Nè energia. Nemmeno per essere triste. Parigi mi è ancora più cara, adesso. Ferita come è stata Milano ai tempi (grazie di averlo accennato. Proprio in questi giorni la mia mamma mi ha raccontato la sua esperienza nella Milano delle sparatorie mentre lei era in giro col passeggino…). Grazie per avermi fatto sentire “non sbagliata o esagerata” per sentire e fare le cose anomale che ho sentito e fatto in queste settimane. Come dei bambù, ci riprenderemo. Ti abbraccio e a presto spero !

  • Grazie Anna. Per chi vive lontano è molto difficile sapere cosa dire (e a volte non si dice proprio niente per questo). Così succede che i tentativi di manifestare solidarietà si trasformino in gaffe vere e proprie. O almeno questo è quello che ho pensato leggendo delle varie reazioni.

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