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“Finchè Brexit non ci separi” di Antonella

Oxford, South Park on a sunny day
Written by Guest

Pochi, forse nessuno, si sarebbero aspettati che vincesse il Leave nel referendum “Brexit” e invece è successo. Ora ci saranno una serie di conseguenze che probabilmente non tutti avevano preso in considerazione quando hanno messo quella croce nefasta e noi abbiamo tanti compatrioti che vivono lassù aspettando di capire cosa ne sarà del loro futuro. Tra di loro vi presentiamo Antonella che da Oxford ci scrive una bella riflessione sulle scelte di vita. 

Non che sia così fuori dal comune, vivere in Inghilterra. D’altronde, chi non è mai stato a Londra?

Ed è qui che di solito, fin da subito, mi si trovo davanti ad una scelta: cominciare a fare le dovute, pedanti precisazioni o incassare con un «Tutto bene, grazie» le domande di chi, a ogni puntata in patria, non manca di chiedermi come vadano le cose a Londra.

Non che sia proprio una bugia. Più una sineddoche, appena meno grave del dire “Inghilterra” e pensare a tutto il Regno Unito. In fondo dalle decisioni della capitale dipende, con pressione variabile, l’aria che tira nel Paese; e quindi anche qui, a poco più di quelle 60 miglia che ancora ho bisogno di Google per tradurre in chilometri.

Resta il fatto che questa non sia Londra e che quindi sia anche un po’ più Inghilterra, forse – ma la trovo nelle strade secondarie, fuori dal centro pieno di turisti, nelle vetrine discrete dei negozi più cari e assieme nei quartieri dimenticati. La devo cercare, la vera Inghilterra, anche perché l’università famosa compare a tradimento reclamando gli edifici più belli anche lontano dalla pazza folla. E quanto la rappresenti, la vera Inghilterra, lo posso dire solo a metà; e le guglie le preferisco sullo sfondo di quei giorni di sole che qua sono regali inaspettati.  Non valgono più le figure retoriche se voglio abitare davvero il Paese in cui mi trovo a vivere.

La vera Inghilterra salta fuori dalle freddure a cui non rido perché una laurea in Lingue nell’ipotetico cassetto non garantisce accesso illimitato a qualsiasi riferimento socio-culturale. Ma non solo la sola a farsi spiegare le battute, sul pullman delle otto di mattina, su cui ho origliato tanto italiano, parecchio francese e spagnolo – in aggiunta al greco sbirciato sulle copertine dei tascabili. Non sono la sola, al lavoro, con un accento tenace che proprio non vuol saperne di risciacquarsi nel Tamigi. Anche se innegabilmente sono diversa, non sono speciale.

Ed è forse questo che mi fa ciclicamente dimenticare che da qualche parte esistono scenari in cui potrei sforzarmi di meno. Non solo ridere delle battute, ma anche farne senza starci troppo a pensare. Una quotidianità in cui le parole che direi mi assomiglierebbero di più, in cui riuscire a trasmettere fino in fondo le sfumature di quel che penso. In cui non sarei stata col fiato sospeso temendo l’esito di un referendum e non farei slalom tra le cose di cui è di cattivo gusto parlare. Se ci penso, mi sembra una possibilità irreale; anche se è così facile scrivere in italiano, nonostante gli anglicismi che ogni tanto fanno interferenza costringendomi a bloccarmi a metà di un’espressione che nella mia lingua suona goffa.

Sono delle gramigne, questi anglicismi, che tradiscono il mio desiderio di mettere radici. In fondo questo è il posto in cui ho capito cosa voglia dire vivere con la persona che amo, un dato di fatto solido ma privo di pesantezza. Eppure, forse, sarebbe sbagliato convincersi che “qui” sia l’approdo definitivo, e so che il mio innamoramento per questa città non può bastare a decidere delle nostre vite. Il mio vivere all’estero mi ha costretta a tirare fuori qualcosa che non sapevo di avere; non vorrei, a lungo andare, sentirmi troppo comoda e smettere di mettermi in discussione. Che poi è un bilancio delicato. Perché non c’è niente di male nel sentirsi in una zona sicura.

Due anni stentati non sono poi tanti, ma a poco a poco mi sento un po’ meno straniera. So però che per sentirmi più a mio agio devo accettare che lo sarò sempre. Finché BrExit non ci separi.

Antonella, Oxford.

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