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Essere una mamma che non lavora (anche all’estero), ulteriori riflessioni

Essere una mamma che non lavora
Written by Federica Italia

Il mese scorso ho scritto un post sull’essere una mamma che non lavora che temevo avrebbe suscitato polemiche. Invece ho ricevuto tanti commenti, qui sul blog, nei social ed anche via e-mail, di cui la maggior parte erano riflessioni sentite, racconti delle proprie esperienze e spunti costruttivi.

Ne sono stata veramente contenta perché troppo spesso questi argomenti suscitano sterili polemiche volte solo ad attaccare la categoria opposta.

Quasi tutti invece hanno capito che non si trattava di una critica alle mamme lavoratrici, ma solo di un invito a riflettere sul fatto che ogni medaglia ha il proprio rovescio. Perché ogni scelta porta con sé dei compromessi da accettare.

Per chi lavora ed è mamma si tratta di essere perennemente di corsa e con l’acqua alla gola, di accettare che non si può fare bene tutto e, soprattutto, di convivere spesso con i sensi di colpa per non riuscire a veder crescere i propri figli. E magari di essere anche criticata. Perché la cosa che è emersa dai vostri racconti è che anche le mamme che lavorano devono spesso sottostare ai giudizi degli altri. “Cosa li hai fatti a fare i figli se poi non ci sei mai?”. In aggiunta, nonostante si lavori tanto quanto il compagno, i compiti a casa non sono equamente suddivisi, ma pesano ancora tanto, troppo, sulle donne.

Io, come ho risposto a tanti di questi commenti, ho intorno a me una situazione diversa. Vedo i padri sempre più coinvolti nella gestione dei bimbi e della casa. Forse la mia è un’area geografica fortunata e moderna. Può essere. Pare però che altrove non sia così. Che certi compiti e gestioni siano ancora prettamente femminili. C’è quindi ancora tanto da fare e sappiamo che cambiare la mentalità ad un paese è dura. Se penso però alla generazione per esempio dei miei genitori, vedo che tanti passi sono stati fatti. Quindi occorre continuare a lavorare a fianco dei nostri mariti ed dei nostri figli in quanto generazione futura.

Tornando invece alle mamme che non lavorano, quali sono i compromessi maggiori che sono emersi? Erano già presenti nel mio articolo anche se non così approfonditi per motivi di spazio. Vediamoli insieme.

Una mamma che non lavora gode di scarsa considerazione sociale. Il suo è un non lavoro, come ampiamente spiegato nel post precedente. La cosa forse peggiore, come appena ventilavo, è che siamo noi stesse mamme che non lavoriamo a sentirci in difetto rispetto a certe critiche. Se così non fosse forse non ci darebbe così fastidio sentircelo dire. Tante, come mi raccontate, con il trascorrere del tempo, hanno imparato a fare pace con se stesse, a non sentirsi in dovere di essere perfette, a comprendere il valore di ciò che fanno e a fregarsene di quello che dicono gli altri. Io ci devo evidentemente ancora lavorare.
Un approfondimento a questo punto è che è la legislazione stessa a non riconoscere un ruolo alle mamme casalinghe, con la conseguenza che è una categoria che non ha diritto a quasi nulla.

Una mamma che non lavora rinuncia alla propria realizzazione professionale ed alle indubbie soddisfazioni che da essa scaturiscono. Ho aggiunto “all’estero” nel titolo di questo articolo perché è una nota importante. In Italia spesso le mamme che non lavorano si dividono in chi lo fa per scelta perché si vuole occupare dei propri bimbi o perché non si hanno i nonni e quindi lo stipendio non arriverebbe a coprire le spese di un nido/baby sitter. O, ancora, perché un lavoro, soprattutto partime, è difficile trovarlo.

Fra le mamme che si sono trasferite all’estero invece, ci sono tantissime donne che in Italia un lavoro ce l’avevano e l’hanno lasciato per seguire il marito e favorire la sua carriera a discapito della propria. Una volta all’estero è molto difficile ritrovare un’occupazione. Per questioni di visti, di titoli di studio non riconosciuti, per una lingua non nostra. Senza dimenticare che una mamma all’estero è necessariamente la colonna portante e di riferimento per i figli. Che è loro di conforto nel passaggio difficile ad una nuova vita ed un nuovo sistema scolastico. Che li segue praticamente e sorregge psicologicamente. Così come di tutte le incombenze di casa. E chi ha vissuto all’estero sa bene quanto tutto ciò sia amplificato.

Ecco che sono proprio queste mamme a sentire ancora di più il peso di aver rinunciato ad una parte importante della propria vita per la famiglia. E, a lungo andare, questo può fare sentire il proprio peso. Nonostante lo si sia scelto. Strettamente collegato a questo è il terzo punto.

Una mamma che non lavora rinuncia alla propria autonomia economica. Come dicevo nel post precedente, non dà lo stesso senso di libertà spendere dei soldi propri e spendere quelli guadagnati dal marito. È diverso, soprattutto per chi prima era indipendente.
Se questo può essere un disagio soprattutto mentale, può diventare rilevante in caso di separazione dal marito. A questo proposito ho ricevuto una bella mail da una di voi lettrici. Le ho chiesto il permesso di pubblicarla perché ha dentro un messaggio significativo. Lei è Silvia e questo è quello che mi ha scritto:

“Cara Federica,

che dire, il tuo articolo su Amiche di fuso esprime e descrive, con parole perfette, quello che ho vissuto io per tanti anni. Io ho ora due figli grandi, di 20 e 23 anni, espatriati per tutta la vita, tra America Latina ed Europa, con un papà sempre al lavoro ed anche molto assente.
Mi sono ritrovata nelle tue parole, mi hanno commossa, mi sono rivista nella me di qualche anno fa… L’unica differenza è che, essendo io pittrice ed artista, sono sempre riuscita a portare avanti, a singhiozzo, la mia attività. Con la fortuna di poter insegnare ogni tanto.

Ora ho 51 anni, mi sono separata con un divorzio contenzioso orribile. Il mio ex marito NON ha riconosciuto nulla di tutto ciò che ho fatto per favorire la sua carriera. Per carità, io ho certo vissuto “del suo stipendio” come dice lui e la legge spagnola (mi sono dovuta separare in Spagna, paese di residenza familiare) non è stata molto favorevole dato che non interessa a nessuno se tu hai rinunciato o meno ad un futuro lavorativo o ad una pensione…

Io avevo fatto il grande sbaglio di sposarmi in separazione dei beni e la legge spagnola mi ha accordato una pensione di 600€. Non mi è stato garantito un domicilio. In Spagna (dove io non volevo più risiedere) anche se hai un curriculum patetico ed una certa età, e nonostante la fase economica in cui versa il Paese, devi trovarti un lavoro. Questa è un po’ la filosofia, per cui ti ritrovi a doverti cercare un lavoro in pessime condizioni.

A volte, leggo negli articoli su Amiche di Fuso, di tante donne che “rinunciano” al proprio lavoro, per seguire la famiglia ed i figli e penso che dovrei condividere la mia esperienza. So che è sbagliato basarsi sull’aspetto “personale”. Ho tante amiche, espatriate, che vivono ancora in coppia felicemente.
Però vorrei dire a tutte voi: “Proteggiamoci, perché poi purtroppo, nel bisogno, non siamo tutelate. Facciamoci un conto risparmio, chiediamo al nostro compagno di vita di aiutarci in questo senso. Facciamogli capire che, comunque, abbiamo diritto ad una indipendenza economica.”
E sono sicura che, il compagno che ci ama, sarà disposto a farlo.

Io sono stata immensamente felice di poter seguire e vivere con i miei figli, di godere degli anni più belli che possiamo avere, come donne e come madri.
Niente mi ripagherà tanto come vederli ora indipendenti, sicuri, onesti e forti. E niente mi ripaga tanto quanto il loro affetto.
Se tornassi indietro, farei tutto ciò che ho fatto. Cercando però di proteggermi per il futuro.

Ora ho un figlio a Parigi e un altro a Madrid, però sono tranquilla. So che posso avere fiducia in loro e che loro hanno scelto la propria strada.
Certo mi mancano moltissimo, anche perché io ora vivo a Buenos Aires. Dove sto cercando lavoro e convivo con il mio nuovo compagno.

Scusa se mi sono permessa di scriverti e condividere così la mia esperienza, ma il tuo racconto, così forte e sincero, mi ha dato la spinta per farlo.

Grazie!
Un abbraccio
Silvia Chiesa”

Grazie a te Silvia per avermi raccontato la tua esperienza e per avermi permesso di pubblicarla.

Per quelle che sono le mie limitate conoscenze in materia, credo che la moglie e mamma non lavoratrice in Italia, in caso di separazione, sia abbastanza tutelata. Soprattutto se le vengono affidati i figli. Ma ogni paese ha la propria legislazione, per cui vi invito ad informarvi e a fare le vostre valutazioni.

Spero che anche questo articolo sia di spunto per continuare a riflettere sulla condizione delle mamme che non lavorano. Per cercare di aggiustare il tiro, cambiando la nostra mentalità e quella di chi ci sta accanto. Per provare a realizzarci non solo come mamme, ma anche come donne. Per salvaguardarci anche da quello che nessuno si auspica, ma che, in questo momento di crisi della famiglia e dei valori, purtroppo accade con sempre maggiore frequenza.

Federica, Italia

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Federica Italia

Sei anni vissuti fra Cina e Thailandia al seguito di mio marito. Con noi i nostri due bimbi dei quali uno è nato in Cina, luogo che rimarrà per questo sempre a noi caro. Il mio amore per l'Oriente continua, ma ora stiamo affrontando con energia la nostra nuova vita italiana. Appena posso continuo a guardare il mondo con occhi curiosi, di solito dietro all’obbiettivo della mia Canon. Adoro leggere, scrivere e condividere il mio mondo attraverso il mio blog personale mammainoriente.com e le mie fotografie.

5 Comments

  • La tutela offerta dall’Italia esiste ma non c’è alcuna certezza. Finché i figli sono piccoli e si vive in Italia nella casa coniugale, la mamma che non lavora può ottenere il diritto di abitare la casa con i figli (assegnazione) e un contributo al mantenimento dei figli e per se stessa ma la misura di questi contributi è varia come le situazioni ed i Tribunale e dipende da molti fattori, tra cui lo stipendio del marito. Inoltre, se quest’ultimo non paga, il recupero del credito non è affatto veloce e quindi le difficoltà sono sempre dietro l’angolo. Con l’affido condiviso, poi, se da un lato giustamente si è stabilita la possibilità per i padri di trascorrere più tempo alla settimana con i figli, questi ultimi sono diventati,a mio parere, sempre più preda di ricatti. Vedo tantissimi padri lavoratori che, facendo leva sulle difficoltà economiche delle compagne mamme casalinghe o con un’occupazione a basso reddito (magari part time e scelta per seguire i figli), letteralmente comprano i figli con regali, promesse, corsi e vizi, ottenendo che gli stessi dichiarino di voler stare più tempo con loro e di conseguenza facendosi ridurre drasticamente dal giudice il contributo da versarsi alla madre. Inoltre anche in Italia, per lo meno al Nord ovest, si da per scontato che la donna separata debba cercarmi un lavoro, anche se ha cinquant’anni ed i giudici sono sempre meno clementi, in questo. Insomma, ci sono situazioni in cui donne separate vivono per lunghi anni con il contributo economico generoso del ex marito ed altre in cui perdono tutto, persino la considerazione ed il tempo con i propri figli, a cui non piace sentir parlare di questioni economiche e che non comprendono che le lotte economiche di alcune madri sono per loro, non contro il padre. E viceversa. E già, perché anche se non sembra, le vittime di questo sistema possono essere anche i padri. Quelli che si separano e sono senza lavoro, per quella che è la mia esperienza lavorativa, non ricevono MAI un contributo economico dalle ex compagne lavoratrici e devono lottare per vedere i figli, perché i giudici tendono a vederli come approfittatori. Insomma, l unica vera tutela è la completa indipendenza economica di ciascun membro della coppia. Peccato che sia una chimera, più che una realtà, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, expat o non expat.

    • Grazie davvero per tutte queste informazioni date con competenza e non per sentito dire. Alla fine, come dici tu, è sempre più difficile uscire in piedi da un divorzio. Anch’io avevo la sensazione che fosse sempre meno presente la figura della donna che vive completamente mantenuta dal marito. Forse solo a livelli alti. La verità per i comuni mortali sembra essere molto diversa. L’aggravante in tema espatrio è che molto spesso la donna non ha assolutamente un’indipendenza economica, sacrificata per seguire il marito ed i figli E, forse, è un aspetto a cui non si pensa abbastanza quando si decide di partire sull’onda dell’entusiasmo…

  • Temo che la strada per avere una divisione dei compiti che sia effettivamente paritaria sia ancora piuttosto lunga in tutta Italia.
    Naturalmente è vero quello che scrivi, se penso alla generazione dei miei genitori abbiamo fatto passi enormi, ma è difficile definirli sufficienti.
    E’ bene anche ammettere che noi donne abbiamo le nostre responsabilità in questo senso perchè è ancora molto forte il dato tradizionale del potere femminile come potere familiare, interno al nucleo, più o meno esteso, della propria famiglia che legittima e senza il quale, molte, si sentono defraudate di ruolo ed identità.
    Il discorso è lungo e un po’ fastidioso, ma ho l’impressione che se non ci facciamo i conti, ce lo porteremo dietro ancora per troppo tempo.
    Quanto alle separazioni e divorzi ed alla tua lettrice, dare un’opinione è sempre difficile soprattutto quando non si conoscono le normative dei vari paesi.
    Penso però sia importante ricordare che due cittadini italiani, ovunque vivano o abbiano vissuto, sono soggetti alla legge italiana quanto allo scioglimento del loro matrimonio secondo la nostra normativa nazionale.
    So che sembra uno scioglilingua, ma ogni Paese ha il suo diritto internazionale privato ed il suo sistema di norme di collegamento e rinvio alle legislazioni di altri paesi con cui la fattispecie presenti un collegamento.
    In caso di coniugi senza figli a carico, quello dei due che ha contribuito alla famiglia col lavoro domestico (non si può sentire che è stata/o a casa come se fosse stato in panciolle) ha diritto a mantenere lo stesso tenore di vita.
    Come ti è già stato detto, non è banale perchè è necessario provare il tenore di vita e che la capacità dell’altro coniuge di garantirlo è ancora attuale.
    In genere, quando appaia che qualcuno fa giochetti, i tribunali dispongono indagini da parte della guardia di finanza o di professionisti delegati.
    La questione non è tanto la pronuncia quanto la sua esecuzione, perchè se non vi è un contratto di lavoro subordinato o una pensione erogata da un ente pubblico (nel qual caso si ottiene la distrazione delle somme all’origine) è necessario tutte le volte intraprendere un’azione esecutiva ordinaria.
    In più, è bene ricordare che queste statuizioni non sono mai definitive e possono cambiare (con una nuova pronuncia) al variare delle condizioni di vita delle persone coinvolte, quindi se il coniuge che ha diritto all’assegno intraprende una stabile convivenza, lo perde.
    Molto prosaicamente, a queste signore, io consiglio spesso di chiedere, in sede di divorzio, una una tantum, cioè un bene o una somma di denaro che chiuda la questione in modo definitivo.
    E poi fare la loro vita.
    Certo, da cinica quale sono e quale il mio lavoro mi spinge ad essere, alla persona che mi è più cara e ha scelto di seguire un compagno fuori Italia, consiglio da tempo di farsi intestare qualcosa o, almeno di fare una pensione integrativa, perchè l’amore è eterno finchè dura

  • Ciao Federica grazie per il tuo articolo!ti seguo sempre ed ero interessata a sapere che riflessioni hai sicuramente fatto in merito al tuo piano b in caso di futura separazione o premorienza o grave invalidità con perdita,della capacità lavorativa del coniuge…ovvio che ti auguro col cuore di invecchiare insieme e felici ma mi chiedevo,in quanto casalinga,che riflette sulla propria condizione reale,sia nei privilegi che nelle potenziali criticità, cosa pensavi di fare per te e i tuoi figli per garantirvi un futuro dignitoso nel caso,dio non voglia,accadesse qualcosa di brutto…
    Probabilmente ho questi pensieri perché ho vissuto nella mia famiglia la morte precoce di mio padre e quindi anche adesso,nella mia famiglia,mi è rimasta la stessa mentalità “di pensare al peggio” per tutelare me e mia,figlia in qualunque situazione mai ci troveremo…so k è più bella la visione romantica e spensierata di una,vita lunga e felice , ma come dice la canzone chi visse sperando morì….ehm…
    Un caro saluto e continua così ciao Pilly

    • Avevo lasciato un commento sull’altro post sull’importanza dell’indipendenza economica. E l’avevo scritto soprattutto pensando alle disgrazie che nessuno si augura (anch’io ho perso il babbo da piccola e per fortuna mamma lavorava). Quando io e mio marito abbiamo fatto il mutuo, abbiamo pensato all’assicurazione in caso di disoccupazione o malattia, e avere due lavori ci ha fatto sentire molto più tranquilli.
      Noi ci siamo sposati in Francia, comunione dei beni e ammetto di non avere un’idea del diritto di famiglia francese. Forse il vantaggio maggiore di avere un lavoro è non dover immaginare di separarsi. È difficile pensarci proprio mentre si sta costruendo una bella famiglia.

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