Vivere all'estero

Musica in Africa: la colonna sonora del mio espatrio

Musica in Africa - Amiche di Fuso -
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Written by Cristina Angola

Se siete a casa, mettete le casse del vostro pc al massimo. Se siete in ufficio pure mettete le cuffie. Perché oggi vi parlo di musica africana e quindi non posso scrivere (e voi non potete leggere) questo post senza… un adeguato supporto!

Settato il volume? Ok – cominciamo allora!

Da quando abito in Africa, la mia vita è accompagnata da una colonna sonora tutta nuova. Prima è stata la volta della rumba: a volte, il Congo mi dava l’impressione di essere una specie di balera a cielo aperto. La rumba risuonava un po’ ovunque e non a caso: è proprio qui che è nata! Secoli fa si chiamava nkoumba (ombelico in lingua bantù) e solo una volta sbarcata a Cuba con la tratta degli schiavi, sarà rinominata ‘rumba’, in un misero tentativo da parte dei colonizzatori spagnoli di sopprimerne il carattere africano.

Oggi, in Congo, oltre ad essere il ‘genere’ nazionale, la rumba è gran motivo di orgoglio perché è in essa che si rintracciano le origini della black music più famosa: jazz e soul. Eccone un brano:

Proprio il soul è stato protagonista di un episodio che mi ha coinvolta in prima persona. Pochi mesi dopo il mio arrivo in Congo ho lavorato come interprete inglese/francese a un evento dedicato appunto alla musica soul, organizzato in occasione del 40esimo anniversario di Zaire74. Probabilmente ne avete sentito parlare: nel 1974 era stato organizzato nell’allora Zaire – oggi RDC – il più grande concerto che l’Africa ricordi: una sorta di black Woodstock.

Il concerto, che ha preceduto il Rumble in the Jungle, lo storico incontro di boxe tra Muhammad Alì e George Foreman, ha visto la partecipazione di icone della musica nera quali BB King, James Brown e – amiche sudafricane a rapporto! – Miriam Makeba, quella del Pata-Pata e di Qongqothwane, canzone tradizionale del popolo xhosa: la conoscete? Ascoltatela, è un concentrato di allegria!

Leader della band di James Brown era il trombonista Fred Wesley, artista tuttora super attivo nonostante la sua bella età: è proprio di questa leggenda della musica che sono stata l’interprete. Per una settimana ho ‘girato con la band’, il che mi ha permesso di venire a contatto con l’aspetto più musicale di Pointe Noire. Una sera abbiamo assistito all’esibizione della fanfara cittadina: già molto prima di arrivare a destinazione si udivano i suoni acuti degli ottoni e gli urletti dei bambini che, appena scesi dall’auto, ci hanno accolti a frotte.

Pare che i piccoli abbiano il ritmo nel sangue, riescono a ballare senza il bisogno della musica, a volte. Ma qui la musica c’era e dunque si sono scatenati fino a che non abbiamo preso posto tra il pubblico (E una volta seduti, l’attrazione principale della serata sono diventati i miei capelli biondi: avevo 3 o 4 bimbe in grembo e alle spalle che mi facevano treccine…)

Oltre ai bambini, questo evento mi ha lasciato il ricordo di un’altra persona. Durante la proiezione di un documentario sul concerto del ’74, ero seduta accanto a un anziano che a quel concerto c’era stato (una leggenda già così insomma! Per me che amo gli anni 70 poi…). Il video era in inglese, con i sottotitoli in francese, ma il mio vicino non sapeva leggere bene. Cercava di stare al passo con le schermate, mormorando ogni parola a fior di labbra, senza mai riuscire ad arrivare al fondo delle trascrizioni: scorrevano troppo in fretta per lui. Eppure, non credo gli importasse più di tanto: sapeva rievocare la line-up di quella sera meglio di chiunque altro.

Ogni tanto, quando sullo schermo apparivano determinati cantanti, interrompeva la faticosa lettura per bisbigliare “Il/Elle est déjà mort(e)”. Aveva gli occhi lucidi, forse perché emozionato nel ricordare quella sera di tanti anni fa  o perché era stato testimone di un’Africa se non migliore, almeno diversa da quella odierna. Forse pensava alla sua vita, a quante ne aveva passate – certamente ha vissuto la guerra civile degli anni ’90 – e al fatto che lui è ancora qui, quei cantanti non più.

Mi avevano detto che sarebbe stata un’esperienza interessantissima e un lavoretto facile facile e se sulla prima affermazione non ci sono dubbi… sulla seconda ho qualche riserva: all’inaugurazione dell’evento mi sono trovata a fare chuchotage in una conferenza stampa davanti a una cinquantina di persone, con tanto di telecamere a riprenderci! Il mattino seguente, infatti, vengo accolta dal nostro guardiano con le parole “Madame, je t’ai vue à la télé!!!” realizzando con orrore di essere stata trasmessa in Congo-visione. Aaargh!!

Ma questa è un’altra storia e… no, il mio video non c’è! Guardiamoci invece James Brown:

Se il Congo è la culla della black music, l’Angola non è da meno. Qui c’è la semba (da non confondere con il samba)un ballo che prende il suo nome da una delle sue mosse più tipiche, il ‘tocco di pance’. C’è il kuduro, un po’ troppo tamarro per i miei gusti. C’è la sexissima tarraxinha e, soprattutto, c’è la kizomba, vero ballo nazionale che mescola tango, milonga e ritmi caraibici. Anche la kizomba affonda le proprie radici nel colonialismo: era il nome della danza dei popoli che hanno resistito alla schiavitù; un vero e proprio inno alla libertà.

Oggi, a ogni festa che si rispetti la kizomba non può mancare e, anche per questo, nel tempo libero, sono parecchi gli expat che seguono corsi per apprenderne i passi (non guardate me che ho già dei problemi con il Gioca Jouer!). Si tratta di un ballo molto sensuale, da fare stretti stretti sincronizzando anche e bacino. Più che un ballo, è un lungo abbraccio.

Sempre relativamente all’Angola, vale la pena ricordare un altro ballo ad alta spettacolarità, anche se… proprio di ballo non si tratta. Tecnicamente, la capoeira è un’arte marziale, ma chi la pratica si muove in modo talmente atletico e leggiadro che, a un ballerino, non ha nulla da invidiare. Non per niente questo sport va sempre praticato con un sottofondo ben preciso: i ritmi – toques – sono dettati da vari strumenti a percussione e, soprattutto, dal berimbau, una specie di arco musicale composto da una corda tesa e una zucca essiccata a fungere da cassa di risonanza.

Anche la capoeira ha origine in epoca schiavista e si dice fosse il modo con cui i prigionieri importati in Brasile si allenassero alla lotta: facendo finta di danzare, in realtà si preparavano a eventuali combattimenti. Oggi, la capoeira è lo sport nazionale del Brasile, è ben diffusa in Angola ed è presente in più forme che, a seconda della scuola di appartenenza, accentuano il lato ‘marziale’ o quello ritmico.  Eccola qui:

Che ne pensate?
Ora sono proprio curiosa di sapere se nei vostri Paesi d’adozione scendete in pista: quali sono i balli che vanno per la maggiore?

Cristina, Angola

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Cristina Angola

Expat da ormai 7 anni, prima a Londra, poi in Congo e ora in Angola. Gli altri 30 nella Pianura Padana. Viaggio con il marito, un labrador nero, uno gnomo di pezza. Durante i miei anni africani sono riuscita a finire una volta in TV e un'altra in una (specie di) prigione. Ma non per lo stesso motivo.
Parlo (quasi) 5 lingue, il film che amo di più è Lost in Translation, spendo decisamente troppo in libri, non disdegno la pizza hawaii e - tenetevi forte - adoro, ma proprio ADORO stirare. Il mio sogno? Tornare alla base, che non è l'Italia ma è Londra, l'unico posto dove mi sento veramente a casa. Il resto di me su Drive-mycar.com, il mio travel blog.

7 Comments

  • Mi è sempre piaciuta molto la musica africana, che ascoltavo volentieri in Kenya. Innanzitutto perché è allegra, e poi mi piacciono molto i loro colori.
    Confesso che mi piacerebbe sentire le loro musiche nelle hit parade.
    Ciao

  • Condivido in toto quello che ha scritto Gin, ma vorrei aggiungere che sei fantastica nelle descrizioni, e riesci a rendere vive le parole, che non sempre avrebbero bisogno del supporto visivo di una foto o di un video.
    Vorrei vedere il tutto anche sotto un altro aspetto, forse perché da giovane, quindi molti anni fa, anche io ho qualche svolto l’attività che tu hai portato avanti nella tournée per il quarantennale dello Zaire ’74. Sono cose interessantissime per le persone che si incontrano, per le realtà con cui vieni in contatto, per la situazione di backstage in cui ti capita di vivere.

    Grazie Cris, perché spesso e volentieri mi porti indietro nel tempo a rivivere cose belle che ho vissuto. Forse ci somigliamo? Mah! io però ho (avevo) i capelli rossi, non biondi.
    Ciao. Un abbraccio

    • Grazie Renata! Sì è stata un’esperienza interessantissima che mai avrei immaginato di fare proprio in Congo! Poi Wesley una persona veramente super gentile e alla mano: alla fine della settimana ha voluto anche conoscere mio marito 🙂
      Un abbraccio a te e grazie per la tua testimonianza!

  • Ecco questo è proprio uno dei motivi principali per cui non riesco ad appassionarmi totalmente al mio paese di adozione: l’Australia. In Australia non esiste una musica tipica che fa da colonna sonora a questi paesaggi immensi e vuoti, o la passione per il ballo come in sud America, in Africa o nelle isole caraibiche e quindi qui ci si emoziona a metà, secondo me. Bello questo tuo excursus sulla musica africana.

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