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Una vita itinerante di Serena

una vita itinerante - amiche di fuso
Written by Guest

Avete presente quando qualcuno racconta la propria vita ed è così particolare che subito vi viene da pensare che quella persona ci dovrebbe scrivere un libro? Ecco, la storia di Serena è di questo tipo e finito il suo articolo avrete sicuramente voglia di sapere di più: continuate a seguirla allora sul suo sito SERENA TRERE e sul suo sito di viaggi ARTIFICIALSTAGE.

Sono cresciuta in un paesino di duemila anime in provincia di Ravenna e scappata a Bologna appena ne ho avuto l’occasione, a 19 anni, col sogno della grande città, dell’università, dell’indipendenza.
Durante l’università, nel 2002, ho avuto l’occasione di fare un semestre a Parigi grazie al progetto Erasmus.
Ovviamente Parigi mi è ovviamente rimasta nel cuore.
Sono tornata a Bologna, mi sono laureata in ingegneria informatica, ho cominciato a lavorare ma tornavo a Parigi due o tre volte all’anno.
Finché nel 2008, un mattino, mi sono svegliata con l’interrogativo che avrebbe sconvolto la mia vita: perché dopo la laurea non ho immediatamente cercato lavoro a Parigi?

E così un giorno ho preso il mio curriculum, l’ho tradotto in francese, l’ho mandato a un paio di aziende parigine e ho incrociato le dita.
Ed ho avuto parecchia fortuna: una delle aziende mi ha ricontattato pochi giorni dopo; avevo già previsto un weekend nella capitale francese con delle amiche e abbiamo approfittato dell’occasione per un colloquio. Sul treno di ritorno ero travolta da un misto di aspettative, emozione e paura.
Un mese dopo, avevo un contratto di lavoro a tempo indeterminato in tasca, firmato ancor prima di dare le dimissioni in Italia.
Ricordo che all’aeroporto ci rimasi male scoprendo al check-in che avevo usato due chili in meno sul totale possibile per le mie valigie.
La hostess mi disse che potevo usarli al ritorno. “Ma io non torno”, le dissi sorridendo.
Ed effettivamente non sono più tornata.

Ho vissuto Parigi voracemente, cercando di scrutarne tutti i lati, dai quartieri bohémien a quelli più provinciali, un universo di culture e di persone, ho amato Parigi alla follia, le ho dato tanto e mi ha dato tanto in cambio.

Nell’estate del 2010, durante un weekend nella foresta di Fontainebleau, reduce da una delusione amorosa, ho conosciuto una persona che stava per trasferirsi a Dublino.
Ed è iniziato un rapporto tumultuoso e difficile, fatto di rotture e di riprese, di voli all’ultimo minuto, di sorprese, di aspettative e rivoluzioni.
Abbiamo passato un anno a distanza, difficile come un rapporto precario può essere.
L’estate successiva, un road trip ci ha portato, insieme ad altri amici, in giro per i Balcani: Slovenia, Serbia, Romania e Ungheria.
Al ritorno, in macchina, ci siamo detti che sarebbe stato bellissimo se il viaggio non fosse mai finito, se non fossimo dovuti tornare al lavoro pochi giorni dopo.
Ed è stato proprio pochi giorni dopo che mi ha chiamato proponendomi di rivoluzionare ancora la mia vita, proponendomi di lasciare il lavoro e partire, senza una meta precisa, viaggiando in autostop, cercando di scoprire come vive la gente, esplorando culture e mondi diversi.
Ci ho pensato un po’. E ho accettato.

Siamo partiti il 4 Marzo 2012, ho salutato malinconicamente Parigi dai finestrini del treno chiedendomi se sarebbe mai più stata casa mia.
Abbiamo attraversato il Belgio, la Danimarca, la Svezia, in mezzo a neve e aurore boreali, la Germania, l’Austria, la Polonia, la Lituania, la Lettonia, l’Italia e la Tunisia.
L’autostop ci ha permesso di incontrare gente che non avremmo probabilmente mai conosciuto.
Ho vissuto questa avventura nell’unico modo in cui so vivere: mettendoci tutta me stessa. Ed è stata bellissima e durissima, piena di sorprese ma anche di problemi, di scontri e discussioni.
Ci siamo sempre ripetuti che ci amavamo, e che il nostro amore sarebbe stato sufficiente a superare i nostri problemi.
Non lo è stato.
Ci siamo separati a fine Settembre dello stesso anno.

Ero nomade, ero single, non avevo più una casa, non avevo più lavoro.
E così ho fatto l’unica cosa possibile da fare: ho continuato a mettere un piede davanti all’altro. Da sola.
Sono stata di nuovo nei Balcani, ho riesplorato la Serbia, ho preso un bus per il Montenegro e uno per la Croazia. E poi ho pensato che era il momento di lasciarmi tutto alle spalle, lontano. Ho preso un volo per Sidney, passato tre mesi in Australia, volato fino a Singapore, da lì Malesia e India. Ero già stata in India ed è un paese che porto nel cuore. Ma stavolta non era solo un viaggio da turista, stavolta sono stata a casa della gente, ne ho scoperto le tradizioni. Dall’India sono andata in Thailandia, poi in Turchia, poi negli Emirati Arabi e in Oman.
Poi è stato il turno di decidere cosa fare della mia vita. Sono tornata a Parigi per fare un punto sulla mia situazione, economica e lavorativa.
Dovevo restarci un paio di settimane. Due settimane sono diventate un anno.
Ma Parigi non era più la stessa, né lo ero io. Si dice che tutti quelli che vivono Parigi, a un certo punto cominciano ad odiarla per quanto possano averla amata prima. Io non l’ho mai veramente odiata, ma non riuscivo più a trovare la mia dimensione, non potevo tornare a fare quello che facevo prima, non potevo rinchiudermi in un ufficio, non dopo quello che avevo vissuto.
Una nuova rivoluzione, io che mai mi sarei sognata di mettermi in proprio, ho deciso di aprire partita iva e di inventarmi un lavoro, completamente diverso da quello che avevo prima, che mi permettesse di lavorare da ovunque nel mondo.
In questo la Francia mi ha aiutato, mi ha incoraggiato, mi ha dato soldi per realizzare il mio sogno.

E a Parigi vive la maggior parte dei miei amici e alcuni han deciso di fare il grande passo, nel 2015 ci siamo ritrovati tutti per un matrimonio, quelli che a Parigi ancora ci vivevano e quelli che ormai erano partiti.
E al matrimonio ho ritrovato un amico, che da un paio di anni viveva, anche lui, da nomade in giro per il mondo.
Abbiamo iniziato a chiacchierare subito dopo la cerimonia, abbiamo continuato tutta la notte, non abbiamo ancora finito.

L’unico problema: era inizio Maggio e lui in tasca aveva un biglietto aereo di sola andata per la Colombia il primo di Giugno. Abbiamo deciso di non pianificare niente, di vivere le tre settimane che avevamo insieme senza farci paranoie sul futuro. Sono state tre settimane bellissime.
A Giugno è partito, in Agosto l’ho raggiunto.
Entrambi, lavorando in remoto, abbiamo avuto la possibilità di avere un ufficio sulla terrazza di un bar, in camere di ostelli, in spiaggia.
Siamo stati un mese e mezzo in Colombia, un mese in Ecuador, due settimane in Perù.
E dopo aver trascorso un po’ di tempo con le rispettive famiglie, siamo volati in Asia, quattro mesi in Thailandia, una settimana in Laos, un mese a Bali.
Però ci siamo accorti di un pattern ricorrente nelle nostre discussioni: se avessimo una casa potremmo fare un orto, se avessimo una casa potremmo cucinare più facilmente le cose che amiamo, se avessimo una casa potremmo fare conserve e rum aromatizzati e torte e io potrei dare una svolta differente al mio lavoro.
E così quattro mesi fa abbiamo comprato una macchina usata e dal nord della Francia abbiamo guidato fino al sud della Spagna.

Viviamo a Granada e per la prima volta da tanto tempo, ho un posto che posso chiamare casa. Un balcone pieno di piantine. Bottiglie di alcolici in dispensa. Possibilità di poter ospitare qualcuno, dopo essere stati ospitati per tanto tempo.
A chi ci chiede quanto resteremo, posso solo rispondere che non lo sappiamo. La Spagna ci piace. Tanto. Ci sentiamo a casa.
Ma il 2018 ci sta offrendo un viaggio in Portogallo e un altro in Colombia. E chi lo sa se compreremo un biglietto di ritorno. 

Serena, Spagna.

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Se anche tu sei come noi una #adieffina per il mondo, alle prese con nuove abitudini, costumi, lingua e fusi sei la persona che fa per noi. Raccontaci la tua storia, chiacchiera con noi, allarga i nostri orizzonti. Questo spazio è tutto per te .

3 Comments

  • wow!!!!!a leggere tutto di un fiato questa storia mi è girata la testa immaginando tutti i luoghi che avete visitato…il mio cervello girava come un mappamondo! Wow! Anche io adoro viaggiare, ma non so se sarei riuscita a fare come te, in ogni caso complimenti, spero che vi fermerete un po’ in Spagna e……….buon viaggio!

  • Ciao Serena, storia fantastica, qualunque cosa deciderete di fare in futuro, l’importante è vi renda felici. Io sono in una fase diversa, tre anni di convivenza piena d’amore e felicità, due lavori stabili e che ci piacciono, il pensiero di comprare casa e mettere su famiglia, mi butto a capofitto sulla ricerca case senza sapere neanche che mutuo ci darebbero, poi dopo qualche settimanagiorno l’ansia: sono pronta a tutto questo? Lo voglio veramente? Ma se restiamo in affitto e viaggiamo non siamo comunque felici? E se lasciassimo tutto almeno per un po’? Per adesso tanta confusione ma una solavolta certezza: siamo in due e casa è dove c’è l’altro, tutto il resto si vedrà.

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