Expat life

Quando tornare nei luoghi dell’espatrio fa male al cuore

Expat blues - Amiche di Fuso -
Written by Cristina Angola

Ci siamo passate tutte. Finisce un espatrio, si salutano gli amici, in alcuni casi scende pure la lacrimuccia. Ma cosa succede quando capisci che quello che lasci è – anzi, era – il tuo posto nel mondo, la tua casa più di casa tua (e scusate il bisticcio di parole)?

Questo mese non vi parlo dell’Africa. Vi parlo di quella che considero casa a tutti gli effetti. Vi parlo di Londra, meta del mio primo espatrio, e del perché mi è così difficile tornarci.

Da qualche parte ho letto la frase “sometimes I love London as if it were a person”: ecco, non saprei trovare parole più calzanti. Difficile lasciarmela alle spalle; una parte di me è sempre, ancora là.

Sul bus n°38. Da Konditor&Cook. Alla fermata di Waterloo che quando scendi non puoi evitare di pensare agli ABBA. Da M&S. A Richmond Park a leggere le iscrizioni sulle panchine. Sulla London Eye, che è super turistica ma non importa. In giro per Chelsea. E poi per Camden. Da Wholefood dove trovi una burrata che manco in Italia. In Neal Street. A Vincent Square, dove c’era il nostro appartamento con il bow window. A guardare le carpe nel laghetto di Holland Park. Di corsa lungo la Serpentine pensando che prima o poi bisogna farlo un giro in pedalò. All’Oyster Bar di Harrods. Al Poet Corner dentro Westminster. A Heathrow quando, dopo una trasferta di lavoro, a noi del team arriva un messaggio dal capo che dice welcome home.

E ti sentivi davvero a casa.

Perché quando ci vivi l’Italia ti manca ma, quando torni, scopri che Londra ti manca di più. Tre anni e mezzo non sono tanti, ma sono abbastanza per avere una certezza. Quella che chissenefrega della gente, del tempo, della cucina e di tutto il mare di difetti che vengono trovati a questa città: è la tua città, punto. E per te è perfetta.

In famiglia sono conosciuta come quella ‘forte’, quella che non si lascia andare alle emozioni, quella che non piange. Il mio ultimo giorno in UK, invece, è stato tragico. Per allungare il goodbye party, il mio capo aveva pensato bene di chiudere l’agenzia due ore prima del solito (sant’uomo: chi mai farebbe una cosa simile in Italia?). Bhè, dalle 16 a mezzanotte – ora dell’ultimo treno – non ho fatto altro che piangere. Gran party insomma. A fine serata ero così confusa (e con due occhi che sembrava avessi incontrato Tyson sul double decker) che ho pure sbagliato linea e mi sono ritrovata a Orpington, dove ho dovuto aspettare per ore un bus notturno che mi riportasse in centro. Ed era tipo il 20 di dicembre.

Perché sono così presa? Non lo so. O forse sì. Forse perché quello che sono oggi lo devo a Londra. Ero partita con un tizio inutile e dannoso al mio fianco, abiti per lo più neri (odiavo i colori) e una depressione latente dovuta all’ennesimo stage inconcludente a Milano. Nella city ho gettato via tutto. Sarei tornata con abiti rossi, verdi, azzurri. Più bionda. Sarei tornata con una posizione lavorativa, qualche soldo da parte e due cose inestimabili: una persona meravigliosa che poi ho sposato e più fiducia in me stessa.

Il guaio è che, una volta in Italia, Londra è rimasta una ferita aperta: insopportabile l’idea di andarci come turista. Prima di rimetterci piede, ci ho messo tre anni. TRE. E l’ho fatto solo perché c’era un motivo ben preciso – il concerto dei Rolling Stones ad Hyde Park – e non potevo perdermelo.

É successo che a Gatwick, nella zona arrivi, c’è Boots. “Non posso mica commuovermi davanti a Boots” – dico tra me e me. No no no no! Boots, cazzo! E col Tamigi allora, che faccio?!? Niente, i ricordi mi piombano addosso tutti insieme in un temporale di immagini, mi travolgono con la forza di una valanga. Inforco i Ray-Ban ma è troppo tardi, in un attimo sono tutti impiastricciati di lacrime e mascara. Scoppio a piangere. Davanti a Boots.

Dopo l’estate dei Rolling Stones sono tornata nuovamente in UK solo l’anno scorso, per un’intera settimana, in solitaria. Ed è stato come… non so, come il classico ci-lasciamo-e-rimaniamo-amici-ma-soffro-come-un-cane-ogni-volta-che-ti-vedo. Non so se rendo l’idea. L’ultima sera, dopo il Macbeth al Globe, mi sono fermata sul Millenium Bridge. Ho guardato il fiume, le luci. Ho pensato a tutto il mondo che è Londra, la mia Londra e… ecco ci risiamo. Mi vengono gli occhi lucidi anche ora mentre scrivo.

Per questo, nonostante la ami alla follia, a Londra ci vado il meno possibile. Perché so che mi fa più male che bene. Non so se capita anche a voi. Se anche voi avete un posto che non è un banale posto del cuore. É il vostro posto. L’unico dove – io, almeno – sarei disposta a fermarmi e a interrompere così questa vita da giramondo che, con i suoi pro e i suoi contro, in fin dei conti tanto amo.

Cristina, Angola

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Author

Cristina Angola

Piemontese con un’insana passione per Londra, dove ho vissuto oltre tre anni. Tornata in Italia, ero pronta a partire per la Cina e invece sono finita in Congo, dove è iniziata la mia storia d’amore con l’Africa. Vivo ogni espatrio con entusiasmo, come un’occasione unica per reinventarmi e mettermi alla prova. Non sono una chiacchierona ma parlo (quasi) cinque lingue. Ascolto Rolling Stones e AC/DC però, quando sono presa bene, canto Always di Bon Jovi come se non ci fosse domani. Adoro i viaggi on the road, sebbene al volante sia un totale disastro. Il resto di me e delle mie contraddizioni su Drive-mycar.com , il mio travel blog.

10 Comments

  • Io credo che potresti pensare di andare a viverci quando sarai più anziana e avrai vissuto tutto quello che dovevi fuori da questa città. Certamente starà lì alle rive del Tamigi ad attenderti e tu troverai un bel alloggio da cui la potrai amare e apprezzare.
    È bello avere trovato un posto così.

    • Grazie Elisa!
      Pensiamo sempre di tornare a viverci prima o poi… al momento è impossibile ma per il futuro… mai dire mai!

  • Ho vissuto a Londra quasi 5 anni, il mio compagno è londinese…non inglese, londinese. Ci tengo a specificarlo perché anche se amo tutta l’Inghilterra, Londra è Londra. Anche io con lei ho avuto una passione fortissima, una di quelle storie che ti lasciano la certezza che dopo tutto il resto è noia ma che, come tutte le passioni, non può essere per sempre. Ci torno ogni anno, ci passiamo almeno un mese e ogni volta invece di essere una via crucis con le tappe del prima e i rimpianti è piuttosto un’altra esperienza nuova, un tassello in più perché LEI è cosi…sempre nuova ma tradizionale, si concede a tutti ma poi resta libera, unica e davvero anch’io ho trovato casa a Londra e mi mancherà sempre perché quello che mi ha dato Lei nessuno mai!

    • Ciao Solare,
      non sono d’accordo sul fatto che le passioni non possano essere per sempre… perchè no?
      Il fatto è che, è vero, quando torno a Londra vengo travolta dai ricordi, ma non è una sensazione di nostalgia quella che mi prende. E’ piuttosto un cosa poteva essere e non è stato, quante altre cose avrei potuto fare, quale me avrei potuto diventare se avessi continuato a vivere lì. Non è un vivere nel passato, è piuttosto l’idea di aver perso una parte significativa del mio presente, non so come spiegarmi meglio.

      Anche per questo, non faccio nessuna via crucis quando torno nella city ma mi butto a scoprire cose nuove: ce ne sono così tante che perdere tempo a rifare sempre le stesse… proprio no!

  • Ti capisco benissimo. Anche noi abbiamo vissuto per tre anni in un paese della Baviera e ci è sembrato di tornare a casa dal primo giorno. Gli altri italiani ci prendevano per matti a sentirci parlare del nostro amore smodato per quel posto e, quando potevano, scappavano a Bolzano il fine settimana per rivedere il traffico e, a detta loro, la bella gente. Abbiamo sofferto l’indicibile al momento della partenza e durante tutti i 10 anni trascorsi in Italia da quella data, abbiamo sempre pensato che non ci saremmo mai sentiti di nuovo come in quel paesino dal nome strano. Lo sai com’è andata? La vita ha preso una piega stranissima e alla fine abbiamo mollato tutto ( o forse ci hanno mollato ) e deciso di ritornare.

  • Che bello il tuo amore per Londra. Io non ho ancora trovato la città che è il mio posto nel mondo, ma nel contempo non ho ancora avuto il coraggio di tornare in nessuna di quelle in cui ho vissuto… i ricordi sarebbero troppi.

  • Ho scritto un post sullo stesso argomento proprio qualche giorno fa, su Barcellona ovviamente 🙂
    A me resta l’amaro in bocca quando ci vado, è stata casa mia più di tutte le altre città in cui ho vissuto. Ma ora non ho più una casa solo mia lí, e mi ci sento ospite a malincuore. Siamo cambiate, sia io che lei.
    Io credo che questo effetto ce lo facciano le città che ci hanno ridato la vita in qualche modo. I tuoi vestiti neri sono diventati colorati, e il mio cielo grigio si è trasformato in uno azzurrissimo e con brezza marina. È impossibile che gli altri capiscano se hanno vissuto la stessa città solo come turisti. È una sensazione che si può avere solamente lasciandosi andare nell’espatrio e rimettendo insieme lentamente i pezzettini con cui siamo atterrate all’aeroporto la prima volta, pronte a cambiare vita.

  • Ho vissuto otto anni a Dublino, città che ho amato profondamente. Mi emozionava a ogni passo. L’anno scorso mi sono trasferita in Italia, nella città del mio ragazzo, e nonostante i ripetuti inviti dei miei amici (alcuni dei quali nel frattempo hanno avuto figli) non sono ancora riuscita a tornare a Dublino perché ho paura che mi succederebbe esattamente quello che è successo a te.

    O forse a farmi più paura ancora è il fatto che se vado lì anche solo per un paio di giorni poi non riuscirò più a sopportare di tornare a vivere dove sto ora (città che non mi piace per niente).

    Sigh.

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