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Il Saggio di Musica

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Tutti pronti per il Saggio di Musica: il cartello giallo con lettere colorate penzolava dal soffitto sopra un palco grande abbastanza per 30 paia di piedi. Tutti gli alunni erano già seduti per terra, in ordine di classe. Tra vestitini a quadretti bianchi e rossi, felpe e golfini rossi con lo stemma, calzoni e gonne grigie, sono tutti così simili eppure diversi, ognuno porta l’uniforme a modo suo.

Ho scelto di sedermi sul gradino che corre lungo il lato lungo della palestra, perché così la vedo negli occhi, seduta a gambe incrociate all’inizio della seconda fila dietro il palchetto. Oggi sono qui solo per lei, mentre la grande, il piccino e il papà son tutti e tre a casa malati: questa debacle immunitaria ci ha regalato camminate a scuola e piccoli momenti da mamma unica e figlia unica, interessanti quanto preziosi. Com’è più facile rispondere ai perché quando te li chiede una persona sola per volta, tenere una manina quando non devi spingere un passeggino con appesi due zainetti. C’è stato anche il tempo di far bellissime trecce e fermarsi al bar a prendere un cappuccino solo di schiuma, perché eravamo troppo in anticipo.

Il Maestro di musica mi chiede se non preferisco le sedie messe appositamente per il pubblico ma gli rispondo che stare sul gradino mi fa sentire più giovane. Lui svolazza con una delle sue mille camicie fantasiose e pantaloni a zampa, come l’ho sempre visto ogni giorno in questo anno, dando le ultime direttive alle classi, al corpo insegnante, e infine si rivolge ai genitori.

Benvenuti al nostro concerto di fine anno. Ogni classe presenterà un paio di canzoni scritte insieme da me e da loro oppure appartenenti al repertorio della scuola, ovvero scritte da altre classe prima di loro, in questi miei otto anni qui. Il coro della scuola (composto da alunni di varie classi) ha vinto la gara annuale dei cori delle scuole di West London e con i soldi del premio abbiamo prenotato uno studio di registrazione e inciso una canzone che sarà disponibile online e in cd dopo Half Term, tutti i proventi andranno alla nostra scuola nel fondo per le attività musicali.

E così è volata più di un’ora: per ogni classe e ogni canzone il Maestro ha raccontato come fu scritta, di cosa parla. Nelle classi più grandi i ragazzi hanno utilizzato ukulele, violini, strumenti a fiato, tamburi e batterie, flauti. E il Maestro sempre a quel vecchio piano accordatissimo da cui tira fuori l’anima. Nella scuola ci sono tantissimi strumenti a disposizione, il Maestro insegna le basi ai bambini dei vari strumenti e poi questi scelgono da Y4 in poi a quale dedicarsi in particolare. Le voci sono armoniche, le canzoni costruite per l’età’ dei piccoli performers: filastrocche con gesti coreografici per i più piccoli, cori e contro cori per i più grandi. Noi genitori ci ritroviamo a canticchiare i ritornelli che abbiamo sentito così tante volte per casa. Soprattutto Georgie The Dragon, how much do you poo? che ti si appiccica addosso al primo ascolto. Ma anche Hello I’m The future of the world

Mentre mi commuovo senza ritegno ben prima che salga sul palco la mia piccola (ormai dopo la terza gravidanza non mi sono più ripresa, ho la lacrima facile) rifletto su come sia così diversa l’educazione musicale che le mie figlie stanno ricevendo rispetto alla mia.

Ricordo ancora come il primo giorno di lezione la mia temibilissima maestra Pierina sancì che ero stonata e da lì in poi mi fu detto di muovere solo la bocca durante le canzoni fatti agli spettacoli per i genitori. Anche la nostra scuola andò in studio di registrazione per fare una cassetta di canti di Natale ma io non fui ammessa in sala perché appunto avrei rovinato tutto.  Dieci anni dopo feci un viaggio in treno in Toscana con una amica inglese intonatissima, che dopo avermi ascoltato belare  mi fece fare due ore di esercizi di respirazione e articolazione sonora: per due giorni di fila riuscii a cantare intonata. Non ero diventata Christina Aguilera ma avevo scoperto che se mi avessero insegnato a respirare correttamente (ho anche problemi a respirare in acqua nuotando e a gonfiare palloncini, quindi è chiaro che la mia stonatura è dovuta a un modo di respirare sbagliato) forse anche io avrei potuto trovare più gioia nelle ore di musica, anziché aspettarle con vergogna ogni volta.  L’unico strumento che mi fu messo in mano, alle elementari e medie,  fu il flauto che ovviamente suonavo malissimo per gli stessi problemi di respirazione di cui sopra. Questi bambini hanno a disposizione pianole, chitarrine, tamburi, violini… avrei trovato anche io uno strumento adatto a me, per creare con le mie dita un suono armonioso che con la bocca non riuscivo? Probabilmente sì. Ma soprattutto, se anche fossi rimasta stonata e incapace di suonare, avrei potuto scrivere le parole, se avessimo anche noi creato con il Maestro le nostre canzoni. Ci sarebbe stato qualcosa che avrei potuto fare anche io, insomma.  Intanto vicino a me sta suonando il violino questo bambino paffutello e riccio, che fino al secondo prima che iniziasse a sfiorare le corde con l’archetto aveva l’aria impacciata e timida. Ma per tutto il tempo del brano risplendeva di allegria e serenità. Tre bambine battono su tamburi più grandi di loro mentre il Maestro guida una jam session di Samba.

Mi torna in mente la visita ad una scuola privata internazionale londinese dove avremmo potuto iscrivere le bimbe un anno fa. Uno studio di registrazione nella scuola, dove i bambini facevano lezione di musica abitualmente. Tutti i bambini suonavano il violino con metodo Suzuki. Scusi ma se a un bambino non piacesse il violino? Impossibile. Guardando oggi questo palchetto nella palestra con un cartellone disegnato a lettere colorate e un po’ sgangherate che dice Music Concert 2017, mi dico ancora una volta che sono contenta di aver preferito questa scuola. I ragazzi del Coro si ricorderanno per molto tempo dell’impegno messo per partecipare e  vincere la gara, della gioia di andare per un giorno in studio di registrazione e di avere poche ore per fare l’incisione giusta.

Le classi più grandi si avvicendando con ordine e tranquillità, le classi più piccole seguono diligentemente le indicazioni delle maestre. Y1 e’ l’unica classe  scoordinata, scombinata e casinista. La mia è a casa ma sotto sotto mi dico allora non è solo la mia che certe volte ha la grazia dell’orso Baù‘. Guardo la maestra che mi legge nel pensiero e mi sussurra: è l’anno più difficile perché non sono più così piccoli da seguire le maestre e non sono abbastanza grandi da trovare l’ordine dentro di sé. 

Sorrido e faccio incoraggiamenti alle bimbe  che conosco e le cui mamme non sono presenti, ne arriva una trafelatissima quasi alla fine e le sussurro che siccome suo figlio era accanto alla mia, ho decine di foto da passarle.

Il Maestro ritorna a parlare per annunciare che a fine anno scolastico lascerà la scuola per concentrarsi sulla sua carriera di song writer e su progetti di music education. Lui è commosso, lo siamo noi, lo sono i bambini più grandi. Le mie figlie per ora hanno capito che va in vacanza lunga, non che non tornerà a settembre. Resteranno 8 anni di canzoni che fanno parte del repertorio della scuola e saranno cantate da nuove classi per tanti anni a venire finché nessuno si ricorderà da dove vengono esattamente, come decine di nursery rhymes famose, ma saranno le canzoni della loro infanzia e la canteranno ai loro bambini in questo quartiere o chissà dove nel mondo.

E come sempre alla fine degli spettacoli musicali di questa scuola, il Maestro ha annunciato if it’s good for them, it’s good for us,  e ha chiamato sul palco tutto lo staff della scuola, sia insegnati che amministrativi, per fargli cantare Waterloo, con balletto coordinato, tra gli applausi dei bambini.

Ho aspettato che tutti tornassero nelle aule e i genitori defluissero per avvicinarmi al Maestro e dirgli che gli faccio i miei migliori auguri per i suoi progetti e che spero che il suo successore sarà bravo almeno la metà di lui… ma mi si è incrinata la voce e gli ho semplicemente detto che mi ricorderò di lui con gioia ogni volta che mia figlia si accende la pianola a casa e inizia a suonare, alle otto di domenica mattino. Siamo scoppiati a ridere con gli occhi lucidi entrambi e poi sono corsa via veloce a prendere la piccola per tornare a casa e raccontare alla famiglia malata com’era andata.

If it’s good for them, it’s good for us. Indeed.

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Author

Valentina Inghilterra

A vent'anni mi immaginavo nel futuro come una Ally Mcbeal:in ufficio a Bruxelles o l'Aja a vivere del sacro fuoco del diritto comparato, sfigatissima in amore ma con un bellissimo gruppo di amici. Invece mi sono ritrovata sposatissima, senza nessun ufficio a gestire una famiglia sempre più numerosa e dislocata tra conti alla rovescia del prossimo atterraggio e della prossima partenza. Dopo 8 anni in Europa pieni di esperienze interessanti e sfide arricchenti, sedici mesi per me molto duri a Houston, Texas, siamo approdati felicemente a Londra. Il mio cuore batte ancora incessantemente per Varsavia, che sento come la mia vera casa. In attesa di tornarci, nei coriandoli di tempo libero studio scrittura creativa e mi esercito a raccontare storielle.

1 Comment

  • Anch’io, definita stonata in prima elementare, ebbi il compito di aprire solo la bocca senza emettere suono per tutto il tempo a venire. In compenso del mio sacrificio la maestra mi promise (e mantenne) il 9 in musica e canto. Suonare uno strumento o scrivere canzoncine a scuola erano allora cose da marziani.
    Sono rimasta complessata al riguardo fino ai miei vent’anni, senza avere il coraggio di cantare se c’era anche solo un familiare nei paraggi, mentre cantavo (e stonavo) a squarciagola se ero sicura che non mi sentisse nessuno.
    A vent’anni ho conosciuto il mio attuale marito, intonato, suonatore di armonica e figlio di violinista, che mi ha pazientemente convinta che nessuno è stonato, è solo questione di imparare a governare la propria voce. Il trauma infantile non è ancora veramente risolto però va meglio…

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