Kids

Where is home?

“Where is home?”
Domande quali “Da dove vieni?” e “Dov’è casa per te?” possono essere quesiti estremamente semplici per molti bambini, ma all’opposto estremamente complicati per chi invece una casa, più o meno da sempre, ce l’ha “mobile”!
Ci possono essere risposte più o meno brevi alla fatidica domanda: “Where are you from?”, ma per i nostri figli, tutti e 3 nati e cresciuti in diverse parti del mondo, di diversa età e genere, la risposta richiede sempre una pausa ed uno sguardo che sfugge lateralmente per cercare di trovare una risposta semplice ad una domanda che semplice nei fatti non è.
La stessa domanda gli è stata posta mille volte ed ogni volta hanno fatto quella pausa; poi hanno cambiato la loro risposta, aggiungendo o sottraendo a quello che dissero la volta precedente, semplicemente perché un’unica versione -per loro- non c’è.
Destino comune a tutti i cosiddetti “Third Culture kids” e “Cross culture kids”, per questo esercito di “Global nomads” il cui numero sta ormai crescendo esponenzialmente di anno in anno.
Per chi non avesse mai sentito parlare dei Third culture kids  sono bimbi che hanno trascorso una significativa porzione della loro esistenza all’estero e hanno formato grazie a questo girovagare, una proprio identità culturale, diversa dalla ‘Prima cultura”, da cui provengono i loro genitori  e dalla “Seconda cultura” del luogo dove si trovano in quel momento.
Questa recente “generazione culturale” di bambini è dotata di distintive caratteristiche, quasi super poteri oserei direi: hanno infatti la rapidissima capacità di adattarsi al luogo dove vivono in quel momento, perché lo hanno già fatto molte altre volte, riescono a decifrare i codici culturali dei luoghi dove si trovano in tempi brevissimi ed in modo estremamente naturale, sono in grado di apprendere lingue più velocemente, non temono la diversità di religione o razza, sanno convertire valute, calcolare fusi orari, qualità che li rendono di fatto immuni a qualsiasi culture shock, che magari noi genitori ancora viviamo. 
Ovviamente età evolutive diverse implicano un diverso processo di adattamento ed esiste in tutto questo  anche un rovescio della medaglia. 

Che cosa accade a questi bambini una volta adulti? Come e in che portata questo “continuo” spostarsi  impatta sulla loro vita emotiva, sociale e sentimentale adulta? 

Molti sono gli studi sui TCK diventati ormai adulti (i cosiddetti ATCK – Adult Third Culture Kids) per capire se questo loro essere “Rootless” coincide alla fine con l’essere liberi o invece può formare una personalità “instabile” e perennemente alla ricerca di qualcosa alla fine mai presente o sempre fuori portata. Se questo continuo ciclo del cambiamento a cui sono costantemente esposti porti poi ad un meccanismo  di difesa e quindi a evitare relazioni durature con luoghi e persone.

rootless free

I Third culture kids sono bambini che hanno un rapporto diretto e ripetuto con “gli addii” a persone care, amici, compagni di classe, vicini di casa, routine consolidate che si disgregano in genere tutte insieme all’unisono una volta chiuso il portellone di quell’ennesimo aereo. 
Questo porta indubbiamente a meccanismi di “difesa”, dagli studiosi paragonati a quello che si manifesta in presenza di un “Lutto”. Il rifiuto, la rabbia… l’eventuale accettazione. 
Meccanismi che noi genitori proviamo insieme a loro, ma a volte in maniera più consapevole e ragionata.

Quindi qual è la risposta, ci saranno conseguenze o no? Che cosa si sta creando nella personalità di questi coraggiosi viaggiatori? Vorrei averla la risposta, vorrei potervela riassumere qui, ma la verità è che ogni teoria va in diverse direzioni e porta di conseguenza a conclusioni spesso opposte, come sempre capita in questi ambiti multidisciplinari e di vita. 

Studi hanno evidenziato come alcuni TCK in età adulta hanno avuto poi problemi ad istaurare relazioni durature, proprio perché troppo “schermati” dai ripetuti distacchi e abituati a non approfondire mai relazioni che inevitabilmente dopo un tot di anni finiscono, altri invece hanno sviluppato una sensibilità sociale raffinatissima, che li guida nell’ istaurare relazioni profonde e significative comunque, conservando insieme a ciò, anche  un sano senso di indipendenza e governo di sé. 

Quello su cui però tutti concordano è che l’agente stabilizzante e determinante per questi bambini è la famiglia, molto più che la scuola e il gruppo dei pari. La variabile fissa che non varia al mutare degli addendi.
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Noi genitori in tutto ciò quindi alla fine c’entriamo e molto, e per fortuna direi! 
Perché quando tutto cambia, quanto tutto ricomincia e lo schermo innanzi inizia ad accelerare loro guardano la nostra espressione e reazione di fronte a quello schermo, anche quelle di cui non ci rendiamo conto. 
I nostri comportamenti da sempre dicono molto più delle nostre parole. Come viviamo il Paese in cui siamo, come ci relazioniamo con i locali, i commenti che sussurriamo a tavola quando magari pensiamo che non ci sentano , come ci adattiamo alle nuove prassi,  come creiamo nuove amicizie, come viviamo il distacco… e questi sono tutti insegnamenti che diamo loro costantemente. 

Come l’assistente di volo che prima del decollo ripete la frase “ in caso di turbolenza” mettete prima voi la maschera di ossigeno e poi aiutate i più’ piccoli… cosi’ è, secondo me nella vita di tutti i giorni, perché se io non respiro e svengo, come faccio ad aiutare i miei figli a farlo? Non posso.
E’ facile osservare queste ovvie regole di senso comune a mente fredda, non fanno una piega per nessuno, giusto? Ma quando sono agitata o in preda alle emozioni, li si che ci vuole una forza diversa per farlo.
In questi anni di espatrio ho studiato e continuo a studiare queste tematiche per lavoro e per necessita di vita quotidiana, anzi direi che ho un’immensa passione a riguardo proprio perché’ da 11 anni le vedo accadere e ripetersi nella vita dei miei bambini e di tutta la nostra famiglia.

L’amore e l’istinto mi guidano sempre, ma ho capito che analizzare e trovare strumenti che ci aiutino a decifrare questa nuova generazione cosi diversa da come abbiamo vissuto noi l’ infanzia,  è altrettanto importante.

Perché è da sempre che le famiglie viaggiano come emigranti, militari, missionari, ma solo di recente si sono aggiunti i cosiddetti  “expat”, e studi su questi bambini diventati adulti ce ne sono molti, a cui ispirarsi e trarre nuovi spunti e strategie che funzionino per noi e i nostri figli!  

Potrei parlarne per ore, ma mi fermo qui; convinta solo di aver solleticato la superficie di un tema molto profondo e complesso, ma vorrei sapere che ne pensate voi a questo punto, se alcuni dei meccanismi descritti, appena abbozzati, sono per voi familiari e come li gestite?
E se ci saranno aspetti da approfondire, di particolare interesse magari li affronteremo insieme in altri articoli su questo tema.
Intanto pacca sulla spalla vicendevole per tutti noi, perché sicuramente ci è voluta tanta forza e coraggio per aver tenuto in mano la bussola in cosi tanti mari nuovi ed inesplorati, per aver attraversato tratti tempestosi e veleggiato tratti pacifici e meravigliosi e per  averli portati ogni volta sani, salvi e pure felici in tutti i porti visitati fino ad ora!
Monica, India

 

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Author

Monica India

In giro per il mondo da 10 anni, l’età esatta della nostra prima bimba! Mamma di 3 bimbi ora. Da workaholic a viaggiatrice seriale! Abbiamo vissuto a Londra, Delhi, San Francisco, Pittsburgh, Chennai e ora Pune! Dal primo al terzo mondo e ritorno! Genovese di nascita, ma ho vissuto tutta la mia vita lavorativa a Milano. Con l’India ho un rapporto particolare, ne ero terrorizzata, ora è casa e trovo familiari i suoi usi e costumi! Adoro avere amiche da tutto il mondo perché la diversità culturale riempe da sempre il mio bagaglio di vita!

3 Comments

  • solo a me ha messo un po’ di tristezza questo video? pensare che mia figlia, doppio passaporto, non sapra’ identificare un posto come casa, e’ nata dove non viviamo piu’ e vivra’ probabilmente lontana da entrambe le famiglie di origine ancora a lungo, non avra’ mai amici d’infanzia che si portera’ con se’ nel tempo mi fa quasi scendere la lacrimuccia.

    • Capisco le ragioni della tua tristezza…sono domande che mi sono fatta spesso anche io. Per ora la mia conclusione personale e’ che non avranno amici d’infanzia localizzabili in un unico luogo, ma sparsi per il mondo, che poi magari rincontreranno al college o da qualche altra parte (come spesso gia’ ci e’ successo).
      La mia forza e’ pensare che stanno costruendo una ricchezza di conoscenze con mondi e persone che donera’ loro una mente aperta ed un cuore talmente grande che li portera’ a raggiungere molte mete nella vita.
      La casa per i nostri figli e’ dove siamo in quel momento, dove siamo noi con i nostri piccoli riti e tradizioni con i quali li facciamo sentire a casa ovunque.
      La parte che a me fa piu’ tristezza e’ sicuramente la lontananza dai nonni e la famiglia di origine.. questo si anche per me e’ un bel cruccio!

  • D’accordissimo con Monica…non amo avere attaccamenti di nessun genere , la diversità è una ricchezza incredibile e per dei bambini lo sarà ancora di più….saranno cittadini del mondo…..che cosa meravigliosa!!!

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