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La “Triste America” di Michel Floquet e gli Usa che non mi aspettavo

Recensione libro Triste America - Amiche di Fuso
Veronica Taiwan
Written by Veronica Taiwan

Partiamo da un presupposto: non sono mai stata negli Usa, e neppure ho mai messo piede sul continente americano. Non tanto per una qualche ragione definita, ma che, essendo a Oriente ormai da anni, i nostri viaggi virano per lo più verso i Paesi a noi vicini, o verso casa (e da lí, verso i vicini Europei). Conosco molte persone che ci hanno vissuto o che ci vivono, comprese alcune Amiche di Fuso, mio marito, come parecchi italiani, ha un pezzetto di famiglia emigrata laggiù. E poi, la grande letteratura americana, i miei amati Steinbeck, Oates, De Lillo, Roth, Safran Foer e ancora altri, ma parliamo di letteratura, non di un saggio, un saggio scritto da un giornalista, corrispondente da Washington per anni per l’emittente francese TF1: Michel Floquet.

Secondo presupposto: le mie Amiche di Fuso sanno quanto a me piaccia la Francia, e che quando penso a “tornare a casa” per me casa è lí, in quel Sud stupendo cosí vicino e lontano all’Italia. Ma conosco i miei polli: e Floquet è oggettivamente, in alcuni passi, un po’ spocchioso, un po’ lo stereotipo del giornalista francese snobbetto che guarda dall’alto in basso l’Americano in tuta in coda per comprare il burger da Johnny Rocket.

Detto questo, cominciamo. E cominciamo da qualcosa che ho sentito dire da altre persone, e che mi ha colpito tanto. Floquet arriva in Usa senza pregiudizi, anzi, pensando di trovare qualcosa di simile all’Europa, una certa familiarità, nulla di sconvolgente: insomma, non la Cina, non il Vietnam o la Thailandia. Arriva pensando, come dice lui, di ritrovare un cugino alla lontana, di quelli che non hai mai visto, ma qualcosa in comune dovrai pure avercelo, ed invece…no. Per nulla. E ci mette in guardia: non credete a quello che i commentatori americanofili vi raccontano dalle loro mansion a New York o San Francisco: non è quella l’America. L’America è altro, è New Mexico e Iowa.

Molte dei peccati di questa triste America sono comuni ad altri paesi: ma il problema è che degli Usa stiamo parlando, quel paese a cui tutti guardano, esempio di luce, democrazia, libertà…

Questa è la delusione: scoprire che siamo ben lontani dal faro del progresso, ma che in realtà ci troviamo in un paese violento, ignorante, oscurantista, bigotto. Dove poveri e malati mentali muoiono per strada, dove c’è la percentuale più alta di prigionieri al mondo (Floquet ci tiene a dire che i numeri superano Cina, Corea del Nord, tutti quegli stati che siamo abituati a considerare come dittatoriali e punitive), dove le scuole sono (eccezion fatta per i college più noti e prestigiosi) di qualità scadente, i ponti e le strade crollano, si vive in suburbs tristissimi, dove l’americano medio è talmente ignorante da non capire il principio del mutualismo e del perchè Obamacare era cosa buona e giusta e dove tutti i soldi finiscono a finanziare armamenti e una sfilza di guerre che, a partire da quella di Corea, per arrivare fino all’Iraq, sono state tutte dei fiaschi clamorosi.

In sostanza, ecco riassunte le 160 circa pagine densissime del saggio “La Triste America” di Michel Floquet.

Floquet parte da lontano, dai primi coloni che hanno distrutto un paese ricchissimo, senza preoccuparsi del danno umano (indigeno) e ambientale, tendenza tutta americana fino ad oggi, visto che si continua, persino in molti manuali scolastici, a negare l’impatto dell’uomo sul riscaldamento globale. Sempre all’epoca dei primi coloni, è già ben chiaro l’andazzo: il profitto economico verrà sempre e comunque prima di qualsiasi riflessione, prima di qualsiasi inutile filosofia.

Altro filone seguito è quello del problema razziale: gli Stati Uniti non sono affatto quella patria di uguaglianza e libertà, dove ognuno rincorre felice il diritto alla felicità, e se lo sono, lo sono solo per i bianchi. Di sicuro non per neri e latinos. “L’America vive in ghetti”, questo è quello che sentenzia il giornalista.

La questione non è solo razziale, ma anche umana (e qui, ahimè, torniamo ad un argomento di mi hanno spesso parlato gli amici vissuti, o residenti attuali, in Usa). Floquet non ci rassicura:

“La parola dominante negli Stati Uniti sembra essere indifferenza. L’Europeo ne resta spesso sorpreso. Al calore immediato, e assolutamente artefatto, delle relazioni professionali o delle occasioni sociali, subentra di solito una distanza glaciale. Comportamenti cordiali che lascerebbero prevedere, in qualsiasi altro posto, l’avvio di una relazione amichevole, qui sono soltanto un espediente della conversazione che non genera assolutamente nulla, lasciando lo straniero nel dubbio”.

Ma consoliamoci: sembra che gli Americani si ignorino anche fra di loro.

Questo tipo di comportamento io l’ho ritrovato però in Asia, durante i due anni in Giappone, soprattutto: ma allora siamo noi Europei ad avere quel quid di calore, di apertura? Quel comportamento per cui lo small talk può evolversi in qualcosa di più, con sincero trasporto, con voglia di conoscere persone nuove?

E cosí si procede per tutte queste pagine densissime, davvero difficili da riassumere: la segregazione razziale ancora ben presente e ben radicata nella mentalità americana (“manca un milione e mezzo di uomini neri“, in prigione o uccisi), la violenza dei college, il dominio, anche per la minima sciocchezza, del 911 (se il tuo vicino non ha falciato il prato a dovere, è più facile chiamare il 911 che parlargli direttamente), l’iperprotezionismo verso i bambini, continuamente sopravvalutati, l’invito alla delazione, presentato come radicato nella mentalità anglosassone, il controllo ossessivo della società e la polizia militarizzata (quando poi a Boston i fratelli Tsarnaev sono riusciti in un attentato con due pentole a pressione imbottite di esplosivo)…per non parlare del caso Snowden.

“C’è qualcosa di cinese in questo modo di immaginare la libertà esclusivamente all’interno di un sistema. La libertà del pesce rosso, perfettamente autorizzato a fare qualunque cosa, ma all’interno del suo vaso”. 

Questo ci dice Floquet: ma una libertà in nome della quale proliferano le sette cristiane estremiste e dove persino Scientology è riconosciuto come Chiesa a tutti gli effetti!

Gli Stati Uniti ne escono fuori malconci e derisi. Basti pensare alla descrizione del soldato medio (secondo il giornalista francese, negli Usa ci si arruola per puro e semplice interesse, avendo i militari enormi e intoccabili privilegi, e potendo in questo modo garantirsi la naturalizzazione nel caso dei Latinos), nel passo in cui Floquet, al seguito dell’esercito, nella 82esima Airborne, parte in missione, e nota con sconcerto che i paracadutisti della truppa evitano il più possible ogni rapporto con la popolazione locale, e che piuttosto che entrare in un mercato a comprare prodotti freschi preferiscono nutrirsi con le loro razioni disgustose. Per il francese, il metodo migliore per farsi odiare.

“Ma l’universo mentale del soldato che non ha mai lasciato l’Arkansas dove è nato è certamente troppo limitato perché pensi di comportarsi in modo diverso”.

E dunque, rimango perplessa, io che negli Usa non ci sono stata mai. E chiedo commenti, pareri, esperienze. Expat negli Usa, dove siete?

Veronica, Taipei

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Author

Veronica Taiwan

Veronica Taiwan

Amante dei viaggi e dei libri, con la mia laurea in Lingue e il mio lavoro in hotel, quando pensavo alla possibilita' di partire dall"Italia la mia immaginazione si fermava a Londra...e invece dopo due anni in Francia, nel 2011 scendo dalla scaletta di un aereo che mi porta dritta a Hong Kong, per quasi quattro anni. Nel 2014 la seconda tappa del tour asiatico: Tokyo, immensa, calma e caotica al tempo stesso. Dopo due anni nella megalopoli giapponese, nuova destinazione: Taipei, capitale dell'isola di Taiwan, Le prossime tappe rimangono avvolte nel mistero. Più a Oriente di cosi non potevo andare e cercherò di raccontarvi un po' quello che succede quaggiù.

3 Comments

  • Articolo molto interessante. Non ho letto il libro, ma certamente riconosco la mia esperienza in certi passi. Quanta cordialità ho trovato a cui poi non ha fatto seguito nulla. Quanti “per qualsiasi cosa conta su di me”, “devo organizzare una cena”, “ti porto qui e lì” seguiti dal nulla. Solo dopo due anni qui posso dire di aver trovato una, due persone che hanno dato seguito alle parole e con cui ci frequentiamo. Per il resto.. dove vivo io si sta bene, mi sento al sicuro e il quartier è bello. Ma è pur vero che appena si esce un po’ ecco che di trovano le zone povere, ghettizzate.. ed ecco che capita ancora che bianchi (istruiti, con un buon background) ti vengano a parlare mare della gente di colore, solo perché di colore. È vero che mio marito non riesce a trovare chi assumere perché dice che chi esce anche dai super college manca Delle basi. Insomma i difetti sono tanti..ci sono però anche pregi..ma mi sono già dilungata troppo!!!

    • Grazie Laura per il tuo racconto! Si, tante contraddizioni…un po’ come ovunque. Il paese perfetto non esiste, e a me ci sono voluti anni di espatrio per capirlo 🙂

  • Io ho vissuto pochissimo negli USA, e in uno stato, la California, che spesso viene definito come non americano. Ma devo dire che purtroppo alcune delle cose citate da Floquet suonano familiari pure a me.

    In tutto questo sto aspettando un’amica conosciuta in California, che dopo 7 anni di messaggi e Skype sta finalmente per venirmi a trovare: sono felice di essermi imbattuta in un’eccezione!

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