#expatimbruttito

Quando una foto vale più di mille parole

Written by Alessia Louisiana

Voglio premettere subito che, lo stalking, quello vero, quello pericoloso insomma, è un argomento che non fa ridere per nulla e porta a conseguenze anche gravi. Ma io, all’epoca, manco sapevo cosa fosse lo stalking e mi sono resa conto solo recentemente che forse potevo molla’ prima, ecco tutto 🙂

Passiamo alla storia vera e propria, storia in cui credo si rispecchieranno altre vittime della cotta per lo straniero. Come avevo già scritto in passato, la cotta per uno che ti abita vicino è molto meno complicata e più gestibile, a meno di non essere mega drama queens, insomma, il tipo è, in genere, approcciabile. Si parla la stessa lingua, ci si può vedere in giro anche se non ci si conosce, insomma, se po’ fa se una è un po’ sgamata.

La cotta per lo straniero ha mille e un ostacolo: lingua ha il 99% delle possibilità di non essere denominatore comune; cultura differente e quindi anche linguaggio del corpo differente; residenze lontanissime, tipo che non lo puoi beccare 365 giorni l’anno mentre vai dal panettiere  e quindi si rischia di tirarsela avanti per un bel po’, ehm… nel mio caso un decennio di idealizzazioni e seghe mentali.

Lo straniero della nostra storia di oggi l’avevo conosciuto nel mio ostello preferito in Danimarca. È  stato il capostipite di tutti gli sbarbi venuti dopo, perché, dopo aver provato uno di ben tre anni più piccolo (che all’epoca me pareva un secolo, ora sto con uno che ne ha 5 di meno, quando si dice farci il callo heheh…), non sono più riuscita a tornare indietro, se non brevemente… Un po’ come once you go black you never go back, ma per gli sbarbi.

Costui era glowing in the dark white e si aggirava per l’ostello con un altro sbarbo con la faccia sempre incazzata che faceva risaltare l’espressione così dolce (momento occhi a cuore stile Pollon con melassa che cola) del tizio di cui mi ero invaghita.

Dopo una settimana di avvistamenti e di scassamento di balle a chi mi stava intorno, una squadra di italiani conterranei conosciuti anche loro in ostello, decidono che è ora di BASTA e che mi devo fare avanti. E così fu.

Con mia grande sorpresa scopro che l’interesse era ricambiato, ma, come nella migliore tradizione delle storie  da “prima dell’alba”, lui sarebbe partito il pomeriggio dopo.

A mannaggia! Mi fossi dichiarata prima, eh?!

Comunque passiamo questa nottata bellissima sempre con gli occhi a cuore di Pollon, scopriamo di essere anime gemelle, nonostante io non capisca il 90% di quello che proferisce, causa accento irlandese del nord… Ehhh ma la gemellitudine va oltre la lingua… Ehssé vabbè…

Mi promette di scrivermi appena arriva a casa,  ma io sarei rimasta in Danimarca ancora due o tre settimane e non avrei visto le sue lettere fino ad allora, ma mi chiede comunque di scrivergli dall’ostello mentre aspetto il rientro.

Ci facciamo scattare due foto fuori nel parcheggio dell’ostello. Due ragazzetti che si abbracciano felici in una mattina della Agosto del 2000. L’unico ricordo che avremmo avuto l’una dell’altra per un po’, pensavo.

BENE. Io, sempre con gli occhi a cuore, ignorando ogni patonzo danese che mi passava di fianco, mi struggo pensando allo sbarbo irlandese e, nelle settimane che mi separano dal rientro, produco e spedisco ben due lettere di cui credo una fosse pure un biglietto bellissimo che avrei fatto meglio a tenermi, col senno di poi.

Giunge il ritorno in patria e mi aspetto di trovare almeno una cazzutissima missiva dello sbarbo ad attendermi sulla scrivania di camera mia, unica consolazione mentre lasciavo l’amata Danimarca ancora una volta.
Invece niente.

Mmmmm…
E qui, invece di tirare fuori la mia personalità super razionale che di solito mi governa, decido che vivo in un X-files e che l’irlandese non mi può scrivere visto la strettissima educazione cattolica. Mi ero fatta questo film (durato ben un decennio) che l’essere dell’Ulster, cattolico, diciassettenne e costretto ad andare in una scuola solo maschile, facesse dei suoi genitori dei mostri che gli avessero stracciato le mie lettere in faccia, altro che farlo venire in Italia l’anno dopo!

Quindi scrivo una terza lettera dicendo che se non avessi ricevuto risposta l’avrei mollata lì.
E così feci. Ma il Fox Mulder che vive in  me è difficile da sopprimere, quindi, 5 anni dopo, quando torno all’ostello tanto amato e vedo, per purissimo caso, un’iscrizione fatta da lui, chissà quando, con tanto di data e nomi incuoriciati, decido che è un segno del destino (sì sono demente) e che gli avrei scritto un’altra lettera visto che ora era maggiorenne e vaccinato e che non gliel’avrebbero più stracciata sulla faccia…

Chiaramente non ricevo risposta e la pianto lì di nuovo.

Passa un’altro anno e vinco la Green Card alla lotteria. A questo punto, invece che concentrarmi su tutto il resto, io penso che però forse gli devo scrivere ancora una volta mossa da non so quale infermità mentale. Sappiate che in questa follia non ero sola, perché avevo persino chiesto consiglio ad amiche normali e razionali, ma credo che ci sia stata una strana congiunzione astrale per cui tutte abbiamo perso il senso della ragione.

Non contenta di scrivergli, pensando che ormai non abitasse più lì, mi do allo stalking vero e proprio cercandolo sui gruppi internet per viaggiatori che si sono incrociati per caso. Ebbene, non trovo lui, ma una tizia che decide di darmi il suo indirizzo trovato, credo, sulle liste elettorali con tanto di numero di telefono.

A questo punto parlavo inglese fluentemente (dopo 6 anni che ci provavo) e decido che devo telefonargli, fanculo le lettere che non si sa mai se arrivino o meno.
Ci metto una settimana a prendere coraggio e alla fine chiamo. Mi risponde il padre che mi dice che non è a casa perché ora vive dove va all’università, ma che gli avrebbe dato il mio messaggio, che poi altro non era che il mio indirizzo email.

Finisce lì. A questo punto non ho più scritto né chiamato. Succede però che da lì a poco entra nella mia vita Facebook e quindi, provo a vedere se avesse un profilo. Chiaramente, avendo un nome comunissimo, non cavo un ragno dal buco.
Passano altri due anni e mi trasferisco a New Orleans.
Inizio ad andare ad un pub irlandese che poi diventerà un po’ la mia seconda casa. Mi aveva convinto una mia ex collega dicendomi che voleva presentarmi questo ragazzo irlandese che era tanto a modo (qui accoppiano sempre italiani e irlandesi, sarà per il cattolicesimo).

Effettivamente il tipo era anche un belvedere e, mentre parliamo, mi dice di essere di un paesino a nord di Belfast. Ebbene, era dello stesso paese dello sbarbo. Pure lui era incredulo, pare che in questo paese si conoscano tutti, ma lui non conosce lo sbarbo ma mi dice che chiederà a suo fratello che ha la stessa età.
Lo interpreto come un nuovo segno (aiuto, mi faccio paura da sola pure a scriverlo).
Quella settimana decido di fare una ricerca online ed è lì che scopro che sono una stalker. Digitando il suo nome mi escono fuori duemila links della mia ricerca di viaggiatori che si erano incrociati. Mi sarei voluta seppellire. Non mi ricordavo assolutamente di averlo perseguitato online così. Una vergogna feroce.

Però, in fondo, io volevo solo una cosa, volevo sapere che stesse bene che fosse felice e che non mi rispondesse per quello. Giuro che non ho mai cercato nessuno così ostinatamente in tutta la mia vita. Nella mia mente era sempre quel ragazzetto sorridente della foto del 2000, che avevo conosciuto solo una sera, ma mi sembrava di conoscere da sempre.

Alla fine, però, me ne sono fatta una ragione, con tipo 15 anni di ritardo.

Una sera di qualche anno fa, decido di riguardare su Fb, così, visto che mi erano capitati tra i suggerimenti di amicizia degli ex che diomiomenomalecheerafinitachesesiguardanoallaospecchiosispacca…

Lo trovo. È lui. O meglio, è una foto con due bimbe che immagino saranno figlie sue e un essere di sesso maschile che pare il lui della foto del 2000, ma in versione costume di carnevale indossato dall’omino dei marshmallows.

Mi sono sanguinati gli occhi e questo è bastato a chiuderlo per sempre nel cassetto dei ricordi e a buttare via la chiave, peccato non averlo visto prima XD

Alessia, Louisiana

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Author

Alessia Louisiana

Pigra e sarcastica, ma piena d’ironia e con un cuore enorme.
Travolta dal destino (e non nell’azzurro mare di agosto), sono finita a vivere nella città che sognavo, patria di Jazz, Bayous e alligatori.
Tra uno shot whiskey e un crawfish boil, vivo avventure strambe in compagnia di personaggi improbabili.

12 Comments

  • Secondo me abbiamo tutti dei lati stalker inside, probabilmente dipende da come chiudono con noi e quanto ci lasciano inquieti..
    Una mia amica ha chiuso con me accusandomi di cose non vere,ebbene anni dopo ho provato a ricontattarla pensando di poter finalmente metterci una pietra sopra, chiarirsi, ECC. E questa mi ha risposto dicendomi che ero una pazza a rifarmi sentire. Vabbè ciao è stato bello, ma soprattutto…vaf…..

    • Massì guarda, io non mi do mai pace se mi tagliano senza motivo, comunque l’ultima volta che è successo (anche per me un’amica), devo dire che l’ho gestita meglio. Sarà che ormai avevo 33 anni e quindi zero voglia di tenere in piedi un’amicizia a senso unico

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