Expat life

Disertiamo l’esercito del selfie, vi prego!

Selfie con bambini - Amiche di fuso
Written by Cristina Angola

Ha visto che avevo un neo sul braccio. E poi un altro. E un altro. La cosa lo ha fatto ridere e ha chiamato i suoi amichetti per mostrare loro cos’aveva scoperto. E poi – oh! – ce n’erano anche sulla gamba, di nei! È proprio bizzarra questa madame – deve aver pensato. È un attimo, e tutti i bimbi si frugano le braccia, l’addome: mi mostrano lentiggini, macchioline sulla pelle. Qualcuno, in mancanza d’altro, rimedia con una cicatrice sul gomito o un ginocchio sbucciato.

Questo è un orfanotrofio come tanti, qui a Luanda. Non mancano mai i pastelli, la merenda, le risate, i pezzi di stoffa per fare un collage, le perline da infilare a un braccialetto. Cose semplici che forse, però, per un bimbo fanno la differenza.

C’è però un’altra cosa che non manca mai. Una madame che – in maniera insistente e più volte nell’arco dei 90 minuti di visita – si fa il selfie-con-bimbo. Se lo prende, se lo posiziona bene in grembo e smile! – gli dice. Lui di solito tiene il broncio, ma lei ha un sorriso tutto denti, macchiati da un rossetto troppo rosso. Tempo zero e la foto è su Facebook, tempo zero e i commenti si sprecano: You’re such a loving person! He’s so sweet! Those eyes! Awwww!!!

Quegli occhioni.

L’avevo già detto qui: il bimbo africano è, forse più di ogni altro, vittima degli stereotipi. Come resistergli? Mi si chiede a volte. È un bambino, mica un cioccolatino – mi verrebbe da rispondere (anche se così dicendo potrei mandare in confusione chi definisce i bimbi di colore ‘cioccolatini’. Perché c’è ancora chi lo fa).

Se non altro, però, questo maniaco del selfie qualche ora al mese con il bambino la passa: un minimo di relazione la instaura, il suo nome lo sa. Trovo invece molto più interessanti quei casi umani in camicia di lino che popolano i social media, che vanno in vacanza e click! in posa in mezzo al primo gruppo di bimbi incontrati per strada. Click! in posa con quello dall’abito più sdrucito in braccio. Click! ‘spetta che la rifaccio che non si vedeva il baobab dietro e il baobab, si sa, fa tanto Africa. Click! no, buona la prima che qui il bimbo si è girato, non si vedono gli occhioni e senza occhioni che foto è.

Trattasi questo, ahimè, di un trend così in ascesa da essersi guadagnato un nome: è il fenomeno degli ‘slumfie’, ossia dei selfie da slum, l’autoscatto con il meno fortunato di turno. Perché, se non è il piccolo africano, sarà un’anziana andina, una ragazzina cambogiana o un indiano sdentato. L’importante è ritrarsi con qualcuno che stia (o sembri stare) peggio di noi.

Ciascuna foto è poi accompagnata da didascalie drammatiche e da una valanga di cuori, nella speranza latente di riceverne altrettanti e far schizzare su Instagram la propria foto. Per dire al mondo ‘because I care’.

Sai mai che al mondo gliene importi.

Ma quand’è che è successo? Quand’è che ci siamo alzati e siamo diventati improvvisamente tutti novelli Terzani? Tutti McCurry in erba?

Certo, avendo un blog di viaggi sono io la prima a sostenere l’importanza delle foto a testimoniare l’esperienza di viaggio. E so che fotografare un essere umano invece di un paesaggio solleva dilemmi etico-morali non indifferenti. Rubare una foto, non rubarla… Ho letto articoli di professionisti del settore (o che almeno si dichiarano tali) che consigliano, a chi si vuole cimentare nella street photography ma teme di infastidire le persone, di giocare la carta del turista impacciato.
Ossia, se vieni redarguito, escitene con Sorry I do not sapevo I can take foto.
No ma bel suggerimento my friend, thank you for the consiglio eh!!

Ma questo è un discorso ancora diverso e non voglio affrontarlo in questa sede.

Qui mi voglio schierare contro il dannato selfie e basta.  E lo so, lo so che talvolta sono gli stessi abitanti del posto a chiederti una foto insieme, perché l’esotico sei tu e perché l’occasione di vedersi in digitale non ce l’hanno tutti i giorni. Ma che dire dei vacanzieri che addirittura offrono denaro per poter scattare? Pensano di far girare l’economia locale, così? No, anzi. Così incoraggiano l’elemosina, il guadagno facile e svilente, perché per qualche moneta il loro bel soggetto etnico è pronto a negare la propria cultura o semplicemente il suo modo di essere.

Ci è successo in Namibia: fermi a fare benzina, una donna a seno nudo con lattante al collo ci si avvicina per chiedere se volevamo fare una foto insieme a lei. Solo pochi spiccioli, dice. Mi ero stupita: perché mai dovrei desiderare uno scatto con una persona a caso? Che ricordo della vacanza dovrebbe rappresentarmi? Eppure, evidentemente quello è un business per lei, evidentemente c’è qualcuno che paga per avere la foto ‘insieme all’indigena’. Che più bisognosa sembra e meglio è.

Dov’è finita la sensibilità culturale? Cosa spinge le persone a crogiolarsi nelle tragedie altrui? Ad andare in Africa per fotografare il leone, l’elefante e il bambino?

A Instagram l’ardua sentenza. Perché del parere dei posteri, in fondo, checcefrega.
L’importante è cosa si dice di noi adesso.

Cristina, Angola

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Author

Cristina Angola

Piemontese con un’insana passione per Londra, dove ho vissuto oltre tre anni. Tornata in Italia, ero pronta a partire per la Cina e invece sono finita in Congo, dove è iniziata la mia storia d’amore con l’Africa. Vivo ogni espatrio con entusiasmo, come un’occasione unica per reinventarmi e mettermi alla prova. Non sono una chiacchierona ma parlo (quasi) cinque lingue. Ascolto Rolling Stones e AC/DC però, quando sono presa bene, canto Always di Bon Jovi come se non ci fosse domani. Adoro i viaggi on the road, sebbene al volante sia un totale disastro. Il resto di me e delle mie contraddizioni su Drive-mycar.com , il mio travel blog.

5 Comments

  • Grazie per questa riflessione.
    È un fenomeno su cui non avevo riflettuto: perché scattare una foto con un indigeno? Che ricordo voglio immortalare di quella vacanza?
    Personalmente, a volte tendo a non fare foto a momenti molto più ordinari, ma importanti (la festa di compleanno): ho paura di perdermi l’attimo, di non godermi abbastanza il presente che sto vivendo. Sembra invece che la maggior parte delle persone non sia interessata a vivere il momento, ma a “documentarlo”. Punto.
    Forse sono andata un po’ fuori tema, ma se questo (stranoto) meccanismo si innesca nel fenomeno degli slumfie, è drammatico: a cosa pensiamo (pensiamo?) un attimo prima di fare click?

  • Grande Cristina. Adoro questo tuo post, e credo davvero che a noi blogger in primis stia il compito di cominciare a dire NO a queste pratiche. Anche nel piccolo: conosco gente che è ossessionata dal viaggiare solo per aggiornare il suo travel blog e sperare di avere più visite di una collega…

    Mi viene da sorridere a pensare che queste siano le priorità. Nel 2018, dove in teoria abbiamo accesso a tutte le risorse del mondo per capire COSA è davvero giusto e importante.

    Disertiamo l’esercito dei selfie e dei blogger/instagramer attaccati ai numeri.

    Ti abbraccio!

    • Quello dei numeri è un altro discorso, credo. In fin dei conti non coinvolge nessun altro che non sia il blogger in questione che, se davvero non ha altro a cui pensare, bhè, ha una vita alquanto misera secondo me.
      Il discorso selfie invece coinvolge altre persone, crea una distorsione dei valori e purtroppo a lungo andare può davvero incidere in modo negativo su alcuni gruppi etnici.
      Un abbraccio a te,
      c.

  • D’accordissimo!! È una cosa a cui pensavo in questi giorni e da madre, vedere mio figlio usato dalla signorina/o di turno che passa di lì mi farebbe tantissimo arrabbiare!
    Da signorina…mi vergognerei parecchio…
    Mi piace molto la fotografia tipo reportage anche se non so farla, ma non con me dentro a toccare e disturbare i figli degli altri!!!

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