#expatimbruttito

Quel che l’expat non è: falsi miti e la volta che mi han detto di farmi due risate

vita da expat - Amiche di Fuso
Written by Cristina Angola

Lo so. Magari penserete ‘uff, l’ennesimo articolo sui miti da sfatare riguardo alla vita da expat’.

‘Spettate.

Se scrivo questo post, è perché determinati pregiudizi sono più resistenti del titanio, più ostinati delle macchie di caffè. Roba che non muoiono nemmeno con l’atomica, figuriamoci con l’ACE Gentile.

Vi racconto questo episodio. Come saprete se ci avete seguito sul nostro account Instagram, ho avuto qualche (e ‘qualche’ è un eufemismo) sfiga burocratica negli ultimi mesi del 2017.

In estrema sintesi: a settembre finisco in una specie di prigione per via di un visto scaduto e vengo rispedita in Italia per 40 giorni senza neanche passare dal via; a novembre torno in Angola e il mio passaporto viene trattenuto all’ufficio immigrazione fino a fine gennaio. Senza passaporto è chiaro che non posso lasciare il Paese e, di conseguenza, perdiamo le vacanze di Natale in Italia, un viaggio all’estero già prenotato e tutto il resto.

Questo in breve.

A parte l’ansia, gli sbalzi d’umore e l’irritabilità che questi mesi mi hanno provocato – roba che pareva avessi il ciclo non stop da oltre un trimestre – la ciliegina sulla torta è stata l’aiuto da casa. La Telefonata. Durante la quale, invece di ricevere il proverbiale supporto (in questo caso psicologico), io e mio marito siamo stati bellamente perculati (non usiamo mai parolacce su ADF ma 1) quando ce vò ce vò; 2) continuando a leggere, capirete anche voi che nessun verbo rende l’idea meglio di quello utilizzato) da chi, dopo tutte queste vicissitudini, se ne è uscito con ‘eh bhè, l’albero di Natale guardatelo in TV. Fatevi due risate, no?!?’

Due risate.

Due. Risate.

DU-E-RI-SA-TE.

Per cui, ecco, se lagggente pensa ancora che la vita da expat sia tutta rose e fiori, tanto che una serie di disavventure burocratiche in Angola – e sottolineo in Angola – sia tale da non poter suscitare in noi altro che RISATE, allora sì, sono giunta alla conclusione che c’è ancora bisogno di sfatare qualche mito.

Comincio io con una serie di pensieri random, poi voi nei commenti sotto mi aggiungete i vostri, così in un secondo tempo magari li riuniamo in un bel librone, lo stampiamo in tot copie e lo regaliamo a tutti coloro a cui potrebbe servire.

Allora, vediamo un po’…

L’expat NON vive una vita di avventure
Uh che magia la vita in Congo! Uh, che figata l’Angola: nessuna persona che conosco ci è mai stata!!!!
…E te sei chiesta il perché, fija mia?

L’expat NON vive in mega ville con piscina super accessoriate
Tutti i comfort ce li abbiamo noi. Ma tutti proprio. Scarafaggi inclusi.

L’expat NON ha sempre la pappa pronta
Fatevelo raccontare da Nadja Argentina (ex Perù) che ha dovuto fare un trasloco internazionale in 10 giorni e vedete dove vi vola la pappa.

L’expat NON beve sempre gin tonic
Ok, questo sì. Ma passiamo oltre.

L’expat NON guadagna così tanto da togliersi ogni sfizio immaginabile su questa Terra
Io mi chiedo: a che cosa servono i commercialisti quando ci sono persone così ben informate sul reddito altrui?

L’expat NON disprezza l’Italia
Su questo punto non spreco manco fiato perché non ne vale la pena.

L’expat NON è la Rossella O’Hara 2.0 con una schiera di servitori alle sue dipendenze
No. E se ha l’autista, forse è perché vive in una città pericolosa, dove a piedi ti ci muovi tu, se proprio ci tieni.

L’expat NON conosce i costi degli hotel della città in cui vive.
Ti può dare qualche consiglio, sì. Ma proprio perché in quella città ci vive, quanto costano gli hotel, abbi pazienza, non lo sa. I tour operator e le piattaforme di prenotazione online invece sì.

L’expat NON è un super eroe senza cuore
Anche se si adatta in quattro e quattr’otto (o quasi) a vivere all’altro capo del mondo. Anche se guida la macchina sull’altro lato della strada (OMG!!). Anche se affronta malattie che in Italia si sentono solo nominare.

L’expat è una persona normalissima che, però, vive e lavora all’estero.
Tutto lì.

Nella maggior parte dei casi è contento della vita che fa ma, esattamente come ogni persona di questo mondo, si barcamena tra alti e bassi e, ogni tanto, sente il bisogno di staccare. E se l’expat spera di tornare a casa per Natale e le circostanze glielo impediscono, di certo se ne fa una ragione, ma un po’ ci rimane male perché, come recita il vecchio adagio, il Natale è con i tuoi. E guardare l’albero in TV non è la stessa cosa.

Il prossimo anno, comunque, mi gioco il 50 e 50.
O l’aiuto del pubblico che, sicuramente, è più utile.

Cristina, Angola

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Author

Cristina Angola

Expat da ormai 7 anni, prima a Londra, poi in Congo e ora in Angola. Gli altri 30 nella Pianura Padana. Viaggio con il marito, un labrador nero, uno gnomo di pezza. Durante i miei anni africani sono riuscita a finire una volta in TV e un'altra in una (specie di) prigione. Ma non per lo stesso motivo.
Parlo (quasi) 5 lingue, il film che amo di più è Lost in Translation, spendo decisamente troppo in libri, non disdegno la pizza hawaii e - tenetevi forte - adoro, ma proprio ADORO stirare. Il mio sogno? Tornare alla base, che non è l'Italia ma è Londra, l'unico posto dove mi sento veramente a casa. Il resto di me su Drive-mycar.com, il mio travel blog.

28 Comments

  • Cristina, ti capisco… Tanta solidarietà! Purtroppo la burocrazia angolana è veramente terribile. A noi è successo anche di peggio: mio suocero è mancato improvvisamente ma siamo riusciti a partire quasi 2 giorni dopo grazie a un salvacondotto dell’ambasciata italiana, perché il mio passaporto era, appunto, bloccato al ministero da mesi. Vivere da expat ha oggettivamente pro e contro. Il punto è che questi ultimi riguardano sempre le cose più importanti : gli affetti, i sentimenti, le mancanze. Ma chi non lo vive sulla propria pelle non lo può capire: ci considerano fortunati per tutti i pro che abbiamo (che sono superiori ai contro secondo me, in termini di quantità) e non immaginano che anche la nostra vita non è solo rosa e fiori.

    • E’ proprio così Adelina! Anch’io ho subito due lutti in espatrio, ma ero in Congo dove, se non altro, la burocrazia è più agile, per cui il giorno dopo la comunicazione ero già in Italia. Fosse successo qui…
      Sei ancora a Luanda?
      Un saluto!

      • No, sono rientrata nel 2016 in Italia per partorire e nel 2017 mi ha raggiunto anche mio marito che era ancora a Luanda. Adesso siamo in attesa di capire quale sarà la nostra prossima destinazione…nel frattempo mi godo un po’ l’Italia e faccio il pieno di tempo da trascorrere con amici e affetti vari 😉

  • Io.vivo all’estero da 13 anni e sinceramente nessuno mi ha mai detto nessuna delle cose della lista. Davvero esiste gente che la pensa così? L’Angola come un posto figo proprio non mi sarebbe venuto in mente mai. Lo penserei piuttosto come un posto difficile ma non certo un luogo dove andare a fare la bella vita. Mi viene in mente quella bella canzone di Mia Martini ” ..sai..la gente e’ strana…” e aggiungerei anche poco informata e un po’ stupida. Si può dire stupida…be’ l’ho detto!

    • Forse è perchè Congo e Angola sono paesi praticamente sconosciuti (al di là del solito stereotipo africano) e quindi ci si immagina chissà che avventure… non so!
      PS: cmq sì, si può dire 😉

  • Bellissimo (e divertente) post. Però, siate sincere, se c’è qualcuno che pensa che da expat si fa una vita strafiga, si guadagna tanto (per lo più i mariti) e si disprezza l’ Italia è anche un po’ colpa vostra: questo blog è pieno di racconti del genere. E vi parla una che ha fatto un percorso “al contrario” e se ne è pentita amaramente (ma quarant’anni fa non si poteva fare altrimenti). “Expat” per studio in Francia a 15 e 16 anni (con permesso estorto faticosamente agli allibiti e disperati genitori, a quell’epoca le ragazze al massimo si spostavano di regione, e rigorosamente all’università), ripescata per i capelli e riportata in Italia, mi sono costruita un lavoro che potevo fare solo in Italia. Quindi sono assolutamente obiettiva nel dire che davvero spesso mitizzate la vita “fuori”. Anche se io, ai tempi, da studentessa, all’estero ci stavo da Dio, e ora in Italia non benissimo.

    • Non ti preoccupare Daniela, insieme ai numerosi altri post dove si racconta quanto ci manchino mille cose dell’Italia, ci sono tutti i miei dove da quando è partito il Blog ricordo con accanimento che la vita da immigrata con valigia di cartone esiste e vivere con le pezze al culo all’estero è tutto meno che facile e figo. Io in Italia ci sarei rimasta molto volentieri se la mia professione non fosse stata retribuita 3 euro all’ora e nonostante sia felice di avere fatto questa scelta, sogno di poter vivere in Italia più a lungo delle tre settimane all’anno che non faccio da due… Ormai.

    • Credo che tu abbia toccato un punto davvero interessante . Si potrebbe aprire una parentesi lunghissima innanzitutto ” catalogando” i diversi tipi di expat, termine peraltro già un po’ fighetto in se stesso, per poi analizzare i diversi modi di raccontare queste esperienze. Ho incontrato tanti italiani in gambissima che lavorano sodo per restare qui in Australia dopo che sono arrivati da soli, senza appoggi o compagnia e alcuni che arrivano con la pappa scodellata e se la tirano un po’. In effetti è vero che ci sono persone che magari senza rendersene bene conto, raccontano della loro esperienza di vita alk’estero con un certo orgoglio seppur nascosto da apparente lamentela che alla fine sembra che se la tirino un sacco. Tipo che accidenti mi hanno mandato in Costa Rica mentre io sognavo Londra da anni, adesso mi tocca ricominciare tutto da capo, oppure mannaggia adesso che mi ero abituata a vivere nella California del sud adesso mi devo riorganizzare per Boston e via cosi. Chi legge da casa forse si sente un po’ preso in giro ma dipende da chi scrive. Secondo me questa immigrazione è molto diversa dalle precedenti correnti migratorie che hanno portato via migliaia di italiani dal loro paese e parte già con connotazioni diverse quindi un fenomeno del tutto nuovo e per questo un po’ parvenue a volte.

      • Ciao Solare,
        non ho ben capito il motivo per cui ‘ci si sente presi in giro’…
        Un trasloco internazionale (o anche solo interno agli Stati Uniti), presume un cambio non solo del lavoro (nuovo ufficio, nuovi colleghi, forse nuove mansioni), ma ricerca della casa, ricerca di una nuova scuola per i figli (sperando che non subiscano traumi troppo forti), abbandono di una cerchia di amici e necessità di doverne ricostituire un’altra e una miriade di altre piccole cose.
        Credimi che ricostruire il quotidiano ogni due anni circa non è una passeggiata, anche se – e non è il mio caso – lo si fa negli angoli più fighi del pianeta….
        Un saluto!
        cris

        • Ciao,
          credo che Amiche di Fuso sia sempre stato un blog leggero e allegro nei toni, ma dove non si sono mai nascoste le difficoltà legate all’espatrio. Anzi, molti sono i post legati alla nostalgia, alla gestione emotiva e logistica dei bimbi, alla paura di quando si riceve una telefonata da casa…insomma, non abbiamo mai raccontato di aperitivi e vacanze da sogno.
          Seconda cosa, quando si parla di espatrio credo sia necessario tenere in considerazione la categoria dell’empatia: quello che può andar bene per me non va invece per te. Cosa c’e’ di male? Ovviamente si espatria per cercare il benessere, una carriera; sarebbe folle il contrario e nessuno lo nega. Ma ciò non significa che se Londra o Madrid o Shanghai non ci piacciono proprio… beh, ci si lamenta, come fanno gli umani 🙂
          In ultimo, credo che chi vanta la propria “vita expat” fosse rimasto a casa avrebbe vantato qualcos’altro: chi ama indorare la pillola lo fa indipendentemente da dove si trovi!

          Veronica

  • Sono expat da poco piu’ di un mese…e tra i messaggi di affetto mi arrivano messaggi di persone che pensano stia facendo una bellissima vacanza. Un abbraccio

  • Non vorrei essere fraintesa: non c’è assolutamente nulla di male (almeno per me) nel cercare all’estero quelle opportunità e quel benessere economico che in alcuni settori in Italia non è possibile trovare. E trovo anche bello fare una vita “strafiga”, e raccontarla.Tenendo presente, come ha detto Solare, che di expat ce ne sono di tutti i tipi, anche quelli che fanno mille sacrifici cominciando da zero e da soli all’estero. Poi però ci sono i commenti di Cris…ricostruire il quotidiano, vivere lontano dalla famiglia e dalle amicizie non è solo appannaggio degli expat: moltissimi oggi in Italia sono costretti a farlo, con stipendi molto più bassi e lavorando in due (uno stipendio solo oggi qui non basta). Questo, scusami Cris, significa “tirarsela un po’”. In ogni situazione di vita c’è il pro e il contro: voi avete avuto la fortuna di nascere in un’epoca in cui è molto più facile di prima cercare e trovare all’estero ciò che l’ Italia oggi non offre. Godetevela, questa fortuna, tenendo presente che, magari, solidarizzare con chi, in questo Paese, è rimasto e lotta per cambiare le cose vi renderebbe molto più simpatiche.

    • Ti consiglio di andare su facebook e leggere, sotto a questo post, il commento di Federica che vive qui a Luanda con me. Perchè dire a una che vive in Angola che se la tira… su dai! :DDD
      Poi bhe, se non ti stiamo simpatiche… l’internet è grande.

    • Fammi capire Daniela. Quando mai Cris ha scritto che ricostruirsi il quotidiano e vivere lontano dalla famiglia è un appannaggio solo dell’expat? Se devo essere onesta io ho fatto entrambe le cose, e rifarmi una vita a Roma parlando la stessa lingua e con la stessa burocrazia, è stato un pelo più semplice, almeno logisticamente, che trasferirmi in Francia e UK.

      Innanzitutto, chi ti dice che nessuna delle Amiche di Fuso lavori? Cristina per esempio lavora, come lavoro io, come lavora Alessia e molte di noi. E anche chi non percepisce uno stipendio lavora occupandosi a tempo pieno di casa e famiglia, come fanno anche tante donne italiane.

      No, non vedo dove sia questo tirarsela un po’. Neppure un secondo.

      Sulla facilità, se intendi che è logisticamente più semplice scoprire e cogliere opportunità in giro per il mondo è vero. Ma facile non è, perché improvvisamente si compete con tutto il mondo. E io, con le mie tre lingue fluenti, mi ritrovo a vedermi passare davanti gente che di lingue fluenti ne ha cinque perché è nata in Est Europa o India. Sticazzi che mi godo questa fortuna, sono un pelo impegnata a tirarmi su le maniche. Come tanta gente fa ogni giorno in tutto il mondo, mentre altri fanno i leoni da tastiera. Che in questo caso mi direbbero che la faccio lunga e che se la penso così potevo starmene a casa, no?

      Quello che trovo inaccettabile è che tu parli di “raccontare una vita strafiga” sotto un post in cui Cristina parla di essere stata in una specie di prigione africana perché le avevano fatto un errore col visto. Con telefono sequestrato, per poi essere rispedita in Italia, senza poter avvisare il marito che la aspettava finché non è stata fuori dal suolo angolano. Se questa la chiami vita strafiga e il raccontarla diventa “tirarsela un po’”, ti suggerisco di chiederti se non sei tu a idealizzare la vita expat. Che, se permetti, sempre vita -e non favola- è.

    • Carissima Daniela non so dove tu abbia dedotto che noi facciamo vita da strafighe. La maggior parte di noi vive in paesi che secondo me molti non sanno nemmeno collocare geograficamente. Kuwait, Arabia Saudita, Tapei, India, Angola. Ma anche quelli che vivo in posti che nell’immaginario sono considerati fighi tipo londra, dubai, Australia o l’America, hanno vite normali, spesso faticose. Ed era questo il senso del post di Cristina. Siamo solo persone che per qualche motivo, quasi sempre e solo lavorativo si trova a vivere dall’altra parte di mondo.Vorrei anche dirti che per esempio io vivevo a milano a 1000 chilometri dai miei genitori . E per quanto è stato duro i primi sei mesi, ma ti posso assicurare che sapere che ero a 1 ora da casa di volo, o 10 di treno fa la differenza. Senza contare che ero a milano. Eh si ho fatto la vita da studentessa squattrinata a impiegata primo livello a mamma. 20 anni a Milano e famiglia in Puglia. Insomma so di che cosa parlo .
      Sono felice che in Italia ci sia qualcuno che lotti per migliorare la situazione. Anzi mi piacerebbe sapere cosa fai tu per farlo. Perché non ci crederai la mai doveva essere solo una esperienza breve e inveceo sta diventando invece un esilio in attesa che le cose migliorino. E anche quando dico la mai sulla situazione politica “Che ne sai..”.
      Io ho voglia di tornare e di vivere anche con meno soldi ma in un contesto più semplice, che conosco bene.
      Non so se hai letto mai i miei post. Gli ultimi sono abbastanza depressi. Ti racconto che non dormo la notte. Che ho continui up and down. Perché vivo non solo senza rete, ma proprio senza paracadute. E se vogliamo parlare di lotte. Ti racconto le mie di vivere in un paese così diverso. Dove tutto ciò che mi era familiare non esiste. Compreso la domenica. O la Pasqua o pasquetta. Che tu avrai festeggiato in famiglia e invece noi siamo andati a lavorare. E’ vero siamo andati a vivere all’estero per guadagnare di più. Ma anche per mettere da parte e questo significa che non torno ogni volta che vorrei perché costa. E ti assicuro costa tanto. Detto questo il tuo mi è sembrato solo un commento gratuito tra l’altro nemmeno così empatico come ci chiedi di fare verso la tua situazione, ma è un commento anche assolutamente avulso dal racconto di Cristina che tra noi vive una delle realtà più difficili per i motivi che ti ha raccontato. Forse dovresti leggerti i suoi passati post. Compreso come lotta pure lei li, aiutando in orfanotrofi, dove lavora, cosa deve vedere per lavorare.
      Cara Daniela e cara Sole “bene detto” il succo del mio lunghissimo commento è che vi consiglio di leggere bene un post, la storia che vi stanno raccontando, liberatevi dai paraocchi e stereotipi che vi raccontano in giro, perché qui non c’è nessuno che fa la strafiga, e se proprio volete sfogarvi e dirci che la vostra vita è difficile, ditelo pure perché noi ci siamo passate e anzi ci stiamo passando ancora. un caro saluto Mimma

  • Ciao Daniela, scusa ma non riesco proprio a capire il tuo commento. Questo e’ un gruppo di expat e come tale si confronta su problematiche legate a questo. Io posso parlare poco, perche’ vivo a Houston da circa un mese e ti assicuro che conosco bene la situazione italiana. Se sono qui non e’ per tirarmela con i miei amici quando torno in Italia. Se sono qui e’ per seguire mio marito nel suo percorso lavorativo e per rimanere una famiglia unita visto che spesso non ci si vedeva anche per un mese o piu.. In Italia ho lasciato tutta la mia famiglia e i miei affetti, ho lasciato il mio lavoro…mi facevo un mazzo cosi in Italia e me lo faccio anche qui. Quando porti i tuoi figli il primo giorno di asilo e sai che per sette ore non capiranno nulla o quasi perche’ conoscono solo qualche parola di inglese, non e’ semplice ti assicuro.

  • Mah!| Forse non sono stata brava a spiegarmi, il mio post dava assolutamente ragione a Cristina, il commento successivo riguardava alcuni racconti letti qui dai quali esce un’immagine da vita da expat insomma non particolarmente dura. “Alcuni”. E allora che c’è di male?
    Quei racconti (come vedete vi leggo sempre perché il vostro è un blog molto interessante) possono “sviare” la percezione che si ha degli “expat” qui dall’ Italia. Non la mia, magari. Non capisco perché ve la siate presa così tanto. Quanto a cosa faccio per cambiare la situazione qui, il racconto sarebbe davvero molto lungo, visto che ho iniziato a vent’anni e ora ne ho più di 50. E no, non faccio beneficenza, non lavoro in orfanotrofi (anche se mi sarebbe piaciuto), né in associazioni no profit, ma non credo di dovermi giustificare né che sia opportuno, in questa sede, raccontare la mia esperienza. Penso che molte di voi debbano essere davvero fiere di ciò che fanno, mi dispiace se vivono situazioni dure, la mia risposta (un po’ provocatoria, lo ammetto) a Cris era sul fatto che lei citava come difficoltà “un trasloco internazionale, la ricerca di una nuova casa e scuola per i figli”. Ora, non so che notizie abbiate voi dal’ Italia, ma qui molte famiglie la casa l’hanno definitivamente persa, vanno a mangiare alla Caritas e i figli cara grazie se riescono a mandarli a scuola. Moltissime, credetemi, soprattutto in grandi città come Milano. I diritti dei lavoratori? Completamente azzerati. Siamo i nuovi “schiavi” (anch’io, che lavoro da una vita). Per cui avete fatto benissimo ad andarvene, però non abbiate reazioni così piccate se qualcuno vi fa notare che qualche sbavatura nei vostri racconti c’è. Perché, qui dall’ Italia, chiunque abbia un lavoro che permetta di mantenersi abbastanza bene e anche di “mettere via qualche soldo” , può essere considerato fortunato e basta (con le dovute eccezioni, anche qui c’è chi sta bene, per carità, ma ormai è una percentuale sempre più risicata).
    Per cui, per favore, non arrabbiatevi, il confronto deve essere fatto anche partendo da qualche critica, forse invece potremmo allearci tutte per creare una nuova cultura del lavoro che, magari, un giorno, permetterà anche a voi di tornare (se ne avrete voglia, ovviamente) in Italia.

  • Scusa ma io davvero non riesco a capire il senso del tuo commento…avete fatto benissimo ad andarvene? Ma cosa significa? Si sceglie di andare per crearsi nuove opportunita’ ma nessuno, credimi, ti regala niente! Io sono via da poco, conosco bene Milano e come tutte le grandi citta’ a tante sfaccettature…dipingi solo un lato della situazione, perche’ dovresti parlare di locali pieni o locali nuovi che aprono continuamente, delle code nei negozi…scusa ma mi sembra tutto un discorso che non ha ne capo ne coda…devo parlarti dei miei che sono andati in pensione a 65 anni dopo piu’ di 40 anni di lavoro o evito? Dai…e’ un sito di esperienze da condividere, di successi e difficolta’ da raccontare…perche’ questi commenti? Ti ripeto, non capisco. Ciao

  • Grazie per il gentile commento Francesca, prendo atto che il mio discorso non ha “né capo né coda”, forse mi sono rincitrullita, mi taccio e vado altrove (come mi ha anche consigliato Cris). e comunque non capisco la correlazione fra il mio commento “avete fatto benissimo ad andarvene” e il fatto che nessuno vi regala niente. Ho forse detto questo? Che avete tutto regalato? No vabbè perché rincitrullita sì ma scema no. Il fatto che qualcuno all’estero, tirandosi su le maniche, possa arrivare a stare meglio che in Italia a me fa solo piacere (e l’ho ripetuto più volte). Il senso del mio discorso era che ALCUNI RACCONTI letti qui (e in altri siti di gente che sta all’estero) danno l’idea di una vita quantomeno soddisfacente. Da lì i commenti che stigmatizzava Cristina. Non è così? State malissimo dove state e non vedete l’ora di tornare in questo paese con i negozi pieni (di arabi e cinesi, per inciso) e discoteche con la fila fuori? Buon per voi. Tornate. Quanto all’andare in pensione dopo 40 anni di lavoro (questo cosa c’entra?) è una situazione comune a tutti, ora in realtà si è arrivati a 67, e nel mio settore (quello dei free lance) la pensione ce la scordiamo proprio. Però teniamo duro, e a volte ci piace pure confrontarci con voi, che fate fatica ma avete la speranza di un futuro migliore. Guarda un pò. Siamo davvero stupidi! Bob, ora me ne vado a spendere 300 euro in discoteca a Milano, come i glori figli di papà. Se trovo posto, eh! E, scusate, davvero addio a tutte voi! (E grazie mille a Sole, non perché mi ha dato ragione, non sono narcisista, ma per la sua piacevolissima gentilezza).

  • P.S. Riscrivo una frase che, causa stanchezza (sì, anche qui si lavora sabato, domenica e spesso la notte) mi è “partita” sbagliata. E’ ironica, ovviamente, in risposta al commento di Francesca: bon, ora me ne vado a spendere 300 euro in discoteca a Milano , come i migliori figli di papà…

    • Ma guarda che non volevo essere scortese….a parte che sono via dall’Italia da poco piu’di un mese e so bene cosa succede, visto che ci ho vissuto fin’ora con lavoro precario da laureata e altre cose che conosci bene. Era solo per dire ok… come vuoi, io sono felice di aver trovato questo sito, perche’ con i racconti delle altre ragazze non mi sento sola e cerco di affrontare le cose anche con un po ‘di ironia. Che male c’e’? e in Italia ci ritorno di sicuro.

  • Io avevo capito che il commento di Daniela non era affatto indirizzato a Cristina e neanche il mio ma era un commento fatto in generale su un ‘immagine che viene data a volte da altre persone, non queste, non qui, non adesso ma in qualche racconto sparso che forse ha contribuito a creare questa stupida immagine di cui Cristina parlava nel post.
    Daniela è stata forse un po’ ingenua a non pensare che magari qualcuna l’avrebbe presa male, molto male e con un po’ di aggressività che non giova a nessuno. Anche io penso che si sia deviato il senso del suo commento peraltro educato e provocatorio ma in maniera leggera. Alla fine sembra che vivere all’estero sia diventato una gara a chi fa più fatica, a chi è più sfigata ma in realtà al di là delle tante difficolta Ci sono molte donne che raccontano anche dell’ebrezza quotidiana di alzarsi e correre fuori in un paese straniero che ti regala una possibilità di vita più entusiasmante al di là dello stipendio e menomale se no sarebbe davvero triste. Comunque Daniela mi sembra una donna che cerca di allargare i suoi confini mentali confrontandosi e leggendo storie di donne più giovani che vivono un’esperienza di vita che alle generazioni precedenti forse era sconosciuta o più elitaria di adesso.Forse è davvero difficilissimo comunicare in via virtuale senza creare malintesi, basta una frase mal interpretata e parte la litigata virtuale.

    • Chiedo scusa se i miei commenti abbiano dato l’idea di aggressività’, non era assolutamente mia intenzione. In questo momento vedo solo le fatiche di questo cambiamento. Ciao

      • Figurati, non preoccuparti Francesca, fossero questi i problemi…scuse accettate, naturalmente, e un grosso in bocca al lupo per la tua nuova esperienza.

    • Grazie Solare! Hai perfettamente sintetizzato il senso dei miei commenti.

      E comunque, alla fine, anche se non sono una expat ma una che è rimasta qua (fa pure rima) anche se non voleva, occupandomi da una vita di problemi “al femminile” (diritti, maternità, salute, faccio la giornalista), magari potrei essere utile con informazioni di prima mano “da qui”. Fare rete è importante, soprattutto per noi donne, i cui diritti vengono continuamente calpestati. A disposizione, se volete.

  • Scusate ma, a parte ogni altro discorso fatto qui, invitare “a farsi una risata” una persona che, come lei stessa scrive, sta sperimentando difficolta’ burocratiche che ti fanno addirittura finire in “una specie di prigione” non mi sembra il massimo della sensibilita’.
    Diciamo che farei fatica ad accettare la battuta da chiunque non fosse Silvio Pellico…

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