Vivere all'estero

Dal lato giusto: come ho imparato a guidare in UK

Quando si arriva a parlare di guidare, gli inglesi hanno un modo semplicissimo per chiudere la conversazione: “oh, but we drive on the right side of the road!”

Period.

Quando abbiamo deciso di trasferirci in UK, per un periodo abbiamo valutato l’idea di vivere fuori Londra: io avrei guidato dove il lavoro mi chiamava, che il più delle volte è fuori città. Economicamente sarebbe stato leggermente vantaggioso, ma avrebbe implicato che io iniziassi a guidare dall’altro lato della strada a una settimana dal mio arrivo.

Mi sono informata su come portare la mia auto in UK, processo la cui laboriosità è seconda solo a quello per far digerire ai britannici il matrimonio del Principe Harry con una divorziata americana e cattolica. Se non avessi avuto la residenza in UK, avrei avuto diritto a guidare un’auto europea per sei mesi, ma la residenza dovevo spostarla e non potevo permettermi di restare senza auto per settimane.

Scartata l’idea di portare l’auto dall’Italia, abbiamo pensato di acquistarne o affittarne una, ma questa volta erano i costi alti ad annullare qualsiasi beneficio del vivere fuori città.

Abbiamo quindi deciso per Londra, ed è iniziata la mia vita di commuter in metropolitana e treno. Ho riposto la patente in un cassetto e rispolverato i libri, contenta dell’opportunità di sfruttare quelle due ore al giorno per svagarmi un po’. In fondo la macchina non mi serviva: casa e ufficio sono a meno di dieci minuti a piedi dalle rispettive stazioni, e per tutto il resto c’è la home delivery.

Non fosse che, nel giro di pochissime settimane, mi sono accorta che nel mio lavoro l’auto è quasi fondamentale.

Passi la necessità di essere spesso in posti diversi nello stesso giorno. Le ore di commuting da due diventano spesso tre o quattro, ma si possono usare per telefonare, mandare mail e leggere un altro capitolo. Il vero problema sono gli orari, spesso ben diversi da quelli d’ufficio, che richiedono una flessibilità che la metropolitana non dà. Non avrei mai pensato di dirlo, ma una prima corsa alle cinque e mezza del mattino per me è decisamente troppo tardi. E 17 pounds di Uber, anche solo una volta a settimana, sono decisamente troppi per una che ancora investe tutto il poco che guadagna.

Ci pensavo spesso, al fatto che avrei dovuto incominciare a guidare. Ma il non avere una macchina, l’essermi appena trasferita, il lavorare anche il weekend e l’approccio a una burocrazia e a un sistema stradale tutti nuovi mi facevano continuamente rimandare. Aspettavo il momento perfetto, quello in cui le altre fonti di stress sarebbero già diventate abitudini e la prima gita in macchina sarebbe stata una leggera scampagnata, che avrei affrontato col sorriso e in automatico.

Finché non è successo: una mattina c’era da andare a prendere un oggetto fondamentale in Kent, a circa due ore di auto da dove mi trovavo. E l’unica persona con la patente presente in quel momento ero io. Ho tirato il fiato e ho detto okay, datemi le chiavi della macchina.

“Ma quale macchina? Devi usare il van!”

E prima che potessi protestare mi sono trovata seduta in un furgoncino nero, vecchio di vent’anni, con la guida a destra e una collega americana sul sedile del passeggero. Ufficialmente per aiutarmi col navigatore, ufficiosamente perché le insegnassi a guidare col cambio manuale. Esattamente l’idilliaca situazione tranquilla che avrei voluto ricreare.

Se c’è una cosa buona dell’avere avuto soprattutto amiche più grandi di me, è che ho imparato in fretta la lezione: la vita non è mai come te l’aspetti. Puoi protestare e cercare di opporti, oppure fare un bel respiro e seguire il flusso. Ho googlato come si dicesse “frizione” in inglese e siamo partite.

“Ok, you’re doing great, turn right at the next light.”

Ho girato a sinistra.

Cavolo, non avevo minimamente preso in considerazione il fatto che sono abituata a sentire indicazioni di guida solo in francese o italiano: la lingua in cui ho incominciato a guidare e quella in cui ho preso la patente. Mi ero preparata alla paura di guidare dall’altro lato, alla fatica di capire dove girare e di prendere le rotonde contromano, ma a quella di seguire le indicazioni in una lingua che non mi aspettavo ero proprio impreparata.

“Okay, relax, it’s going to be okay. Now turn right at the next light.”

Il semaforo successivo prevedeva la svolta in una strada strettissima e a doppio senso, già parzialmente occupata da un SUV nell’altra corsia. Ho girato talmente stretta che sono salita sul marciapiede. L’americana a quel punto era piegata dal ridere. Io mi sono detta che la terza volta doveva essere quella buona perché non potevo permettermi di non imparare o di mettere a rischio la vita di qualcuno. Ho pensato a quell’orrendo detto inglese “noi guidiamo dal lato giusto” e mi sono detta che se era quello giusto beh, ce l’avrei fatta. E bene. E subito.

E in effetti sono andata e tornata dal Kent senza problemi.

Da allora ho guidato tutti i giorni. Nel giro di una settimana ho affrontato Hyde Park Corner e una guida alle sei del mattino in una tempesta di neve, oltre ad aver fatto la mia prima spesa con auto da quando vivo in Regno Unito. Ho fatto qualche altro tête à tête col marciapiede, sempre in contesti in cui nessuno ha rischiato nemmeno di ferirsi. E ho ricominciato a guardare le auto in vendita: l’ anno prossimo farò il grande passo di avere anche io una macchina con cui guidare dal lato giusto della strada.

E perché sia giusta anche per il pianeta, la cercherò elettrica.

Elisa, Inghilterra

PS: Valentina Inghilterra ha detto una volta che è più facile imparare il polacco che riprendere a guidare. Io nel dubbio, quest’anno mi sono data anche l’obiettivo di imparare il polacco.

Elisa ha collaborato con Amiche di Fuso da luglio 2017 a dicembre 2018

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Amiche di fuso

Amiche di fuso è un progetto editoriale nato per dare voce alle storie di diverse donne, e non solo, alle prese con la vita all'estero. Vengono messi in luce gli aspetti pratici, reali ed emotivi che questa esperienza comporta e nei quali è facile identificarsi. I comuni denominatori sono la curiosità, l'amicizia e l'appoggio reciproco.

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