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Italiani brava gente, di Juana dalla Gran Bretagna

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Essere italiana all’estero, nel mio caso in UK, resta per me un’esperienza interessante.

Ben lungi dal venire etichettata dagli autoctoni con gli appellativi dettati dai soliti stereotipi a noi cuciti addosso dai corsi e ricorsi storici – mafiosi, inaffidabili, disorganizzati, pizza caffè e mandolino… e chi più ne ha, più ne metta – allo scoprire le mie origini la reazione degli inglesi quasi sempre è di sfoderare un sorriso, seguito da un “ah… Italy!” – e, in un buon cinquanta percento dei casi, dalla domanda “so… what the heck are you doing in rainy England?!?”

Pochi si azzardano ad accennare ai classici cliché relativi alla nostra penisola, specie quelli inerenti la politica, anche se spesso un “Berlusconi…WHY?” scappa loro di bocca comunque.

Chi conosce un minimo gli inglesi sa che neppure loro sono privi di peccato – il caos portato dalla Brexit penso ce lo abbia confermato! – ma, per qualche motivo, quando in Italia scoppia l’ennesimo scandalo sono proprio loro a scagliarle contro la prima pietra.

Ho rimosso tutte le volte in cui i quotidiani inglesi mi hanno fatto salire l’acido in gola coi loro giudizi aspri (condivisibili o meno, non importa) e ogni volta mi sono chiesta: perché nei nostri quotidiani non scriviamo a nostra volta delle elucubrazioni sarcastiche contro certi politici inglesi, causa d’imbarazzo tanto sulla loro isola quanto all’estero, e che lo stanno trascinando verso il suicidio economico proseguendo nella loro acerrima lotta scissionista e, spesso, razzista?

Com’è che noi non riusciamo ad essere orgogliosi del nostro Paese, della nostra storia o delle nostre origini come fanno loro?

Perché subito dopo aver detto “sono italiana” anch’io sento il bisogno pressante di giustificarmi, quasi di chiedere scusa?

Eppure mi rendo conto di non dovermi scusare proprio di niente.

Come altri connazionali emigrati all’estero, porto alto il nome del mio Paese e nel mio piccolo lo riscatto. Da quando mi sono trasferita in terra britannica ho lavorato, pagato le mie tasse, restituito in condizioni impeccabili le case in cui ho vissuto, rispettato le file alle casse o alla fermata del bus, intrattenuto relazioni civili con colleghi e vicini di casa, fatto volontariato, versato soldi per cause locali, insomma: ho fatto la mia parte.

Perché mai dovrei chiedere scusa per essere nata in un Paese bellissimo ma disorganizzato, fatto di tanta brava gente la cui onestà viene spesso soppiantata dalle azioni deprecabili della poca gramigna?

Perché non riusciamo a renderci conto di essere speciali?

Perché non impariamo a tirarcela come fanno gli inglesi, i francesi o i tedeschi? A credere che possiamo essere i migliori?

Perché non sappiamo venderci come fanno loro?

“Noi italiani siamo bravi a buttarci melma addosso” è il verdetto che emettiamo noi expat quando cerchiamo di capire per quale razza di motivo il patriottismo proprio non riesce ad entrarci nel DNA. È perché noi, a differenza degli inglesi, non scriviamo sul burro, sui pacchetti di patatine o sui cartoni del latte “prodotto con orgoglio in Italia”, che ci manca questo senso di appartenenza fin dalla nascita? O succede perché siamo troppo impegnati a lamentarci delle nostre diversità per notare ciò che ci accomuna?

Qualunque sia la ragione, resta il fatto che siamo una nazione da più di 150 anni eppure ci troviamo ancora a dare del terrone a uno del sud, a farci guerra all’interno delle stesse province per dividerci quattro case e una chiesa, a cercare il morto da mettere in casa per non ritrovarsi un marchigiano alla porta (sapeste quante volte me lo sono dovuta sentir dire, anche all’estero!)

In Inghilterra il divario culturale, economico e linguistico tra nord e sud è altrettanto forte, ma l’orgoglio nazionale è il medesimo tanto a Newcastle quanto a Newport. Si sentono una sola nazione. Come biasimarli, in fondo? Se lo sentono ripetere sin da quando sono nati – vedi esempio del latte, del burro e delle patatine di cui sopra.

Noi italiani diventiamo un unico popolo solo nelle piccole cose che fanno sorridere. Ci lamentiamo del fatto che il caffè all’estero ci fa schifo, eppure ci ostiniamo a cercare il Vero Espresso Italiano in un villaggio sperduto del Derbyshire o in una brasserie sgangherata al centro di Parigi (inutile suggerire a tali individui di prendersi un tè: non ascoltano, ci ho provato).

Se utilizzassimo questa stessa tenacia per risolvere altre questioni più importanti, il nostro Paese potrebbe arrivare ad essere alla guida dell’Europa in un attimo.

Non tutti i nostri amici europei, infatti, sarebbero stati capaci di sopravvivere mezzo secolo con una crisi come quella che affligge l’Italia come abbiamo fatto noi.

Finché le notizie dal nostro stivale resteranno così scoraggianti, nessuno di noi emigrati si sognerà mai di rientrare. I connazionali ci additano come codardi, come quelli che sono scappati anziché restare e combattere. La verità è che ci vuole coraggio per restare, è vero, ma anche per salire su un aereo con un biglietto di sola andata e lasciarsi tutto alle spalle per ricostruire da zero la propria vita in un Paese straniero di cui conosci poco o niente. E indovinate un po’? È una cosa che possono fare tutti, questa. Il “lo farei se potessi” è la scusa dietro cui in molti si nascondono per non ammettere di aver paura a provarci.

All’estero ci prendono in giro perché siamo noi stessi ad autorizzarli. In fondo, potete mica dare loro torto? Il nostro denigrarci, il nostro accettare con una scrollata di spalle e un sorriso le critiche e gli insulti dei nostri vicini europei – con gli inglesi e i tedeschi in pole position – non fa che rafforzare e confermare le ragioni dietro cui loro si giustificano quando ci attaccano.

Perché dovrebbero rispettarci se noi stessi non lo facciamo?

I Paesi del Commonwealth, ad esempio, non sono piu’ tanto per la quale a sottostare ai comandi simbolici di un’istituzione, la monarchia inglese, che sa loro di obsoleto, ed e’ la sola ragione per cui nell’ultima decade gli eredi al trono e loro relativi consorti e prole sono stati spediti d’urgenza in visita presso quei Paesi unificati quasi due secoli fa da una donna minuta di nome Vittoria.

I tempi sono cambiati, oggi la famiglia reale inglese si deve reinventare se vuole mantenere sotto la sua ala quei territori che vi sono stati per secoli, eppure anche se li perdesse, anche se quei Paesi chiedessero l’indipendenza, l’orgoglio nazionale britannico non ne uscirebbe intaccato, perché ci direbbero che quei territori li hanno lasciati andare loro; non ci direbbero mai di averli persi.

Capite cose intendo quando dico che gli inglesi si sanno vendere bene?

Resto tutt’oggi ammaliata dall’intensità del loro nazionalismo. Le radici dell’orgoglio nazionale britannico affondano nel loro modo di essere e nella loro cultura. In UK è possibile assistere a scene che, traslate in Italia, sembrerebbero uscite da un libro di fantascienza. L’Inghilterra è il Paese in cui centinaia di persone dormono sul marciapiede fuori da un ospedale solo per sapere in anteprima della nascita del figlio dell’erede al trono. Ora provate a immaginare la stessa scena, ma in Italia, senza ridere.

Io non ci sono riuscita.

Juana, Gran Bretagna

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3 Comments

  • Credo di pensarla così:”Rispetto agli stranieri
    noi ci crediamo meno
    ma forse abbiam capito
    che il mondo è un teatrino. ” (Giorgio Gaber)

  • Stesse scene in Canada, anzi in Nova Scotia, provincia sulla costa est del Canada, molto “indietro” rispetto all’Italia. Lorobpensajo di essere migliori, di vivere nel Paese più bello/organizzato/moderno eccetera eccetera del mondo. Sono anche convinti di ciò che non è vero. Il loro nazionalismo/patriottismo/ attaccamento alla bandiera è fortissimo. Io mi sono sentita imbarazzata talvolta di fronte a certe manifestazioni di fede anche cieca verso la loro Patria. E li mi sono sempre detta la stessa cosa che dici tu: magari un pò anche in Italia, perchè non siamo migliori ma neanche peggiori degli altri, solo ci vendiamo malissimo!
    E cresciamo le nuove generazioni senza injo, bandiera, amore patrio.
    Che possiamo fare per ovviare a ciò??

  • Sono italiana di origine straniera e vivo all’estero. Divento una belva quando qualcuno si permette di criticare uno dei miei paesi e a mia volta faccio battutine sul loro paese. Si zittiscono che è una meraviglia

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