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I geni degli Expat, di Ana Maria

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Written by Guest

Oggi ospitiamo un post molto bello di Ana Maria, brasiliana che ha lasciato la sua Rio de Janeiro per trasferirsi per amore in un paesino della Sardegna tantissimi anni fa! A lei la parola per raccontarci com’è venire a vivere in Italia.

Mi chiedo spesso cosa ci sia nei geni degli expat.
Perché decidere di lasciare il proprio paese, la propria famiglia, amici e tutto…non è una cosa che si fa così, per caso.
No. Proprio no.

Credo dentro di noi ci sia la voglia di reinventarci, di scoprire veramente chi siamo e cosa siamo capaci di fare.
Altrimenti non si spiega.

Forse abbiamo bisogno di lasciare il sicuro, lasciare quell’ambiente che, in fondo ci definisce, per andare a reinventarci altrove, dove partiamo da zero.
Altrimenti, ripeto, non si spiega.

Io l’ho fatto per amore. E, fortunatamente, almeno finora, è andata bene. A marzo abbiamo festeggiato trentacinque anni insieme.
Meno male. Perché, come si dice in Italia, il fine giustifica i mezzi e i miei mezzi non sono stati affatto facili!

Sono una expat “al contrario”. Sono brasiliana e vivo in Italia, in Sardegna. Sono venuta dal Terzo Mondo (così era considerato il Brasile in Italia quando sono arrivata qui) al Primo Mondo!

Mi perdoneranno i sardi all’ascolto, la Sardegna non è solo mare bello e aria pulita.
Mi sono sposata a soli diciannove anni, quando sognavo di fare carriera, e non volevo sentir parlare di matrimonio prima dei trent’anni!

Sono arrivata da Rio de Janeiro in un paesino di milleduecento – sì, 1200 – abitanti. Praticamente tutto il paesino sarebbe stato in un isolato del mio quartiere di Rio! Differenze? Tante.
Incomprensioni? Tantissime.

Mentre in Brasile mia madre (abbastanza liberale) ha voluto sapere con chi stavo uscendo (cioè conoscerlo) già al secondo giorno che uscivamo,  perché “doveva sapere con chi ero”, qui in Sardegna si presentava ai genitori solo la persona con la quale si era deciso di sposarsi (sì, trentacinque anni fa, ma ho sentito ancora questo pochissimi mesi fa).

La prima volta, venni un mese in vacanza, ma mancai il primo incontro con i futuri suoceri perché… avevo i capelli bagnati e non stava bene (in Brasile non usavo mai il phon e avevo solo diciotto anni).

Il secondo appuntamento è stato direttamente un pranzo dai suoceri. Devo ringraziare mio suocero che è stato simpatico, visto che mia suocera era in lutto per un fratello e non ha gradito la mia presenza, non rivolgendomi mai la parola durante tutto il pranzo.
Solo due episodi di vita che mostrano le differenze, le tradizioni e le usanze.

Usanze che io ho finito per non sopportare perché sinonimo di “Non puoi fare come vuoi o di testa tua ma devi seguire le usanze, altrimenti cosa penserà sa zente (la gente in dialetto sardo)”.
Due piccoli episodi che, messi così da soli, mostrano proprio le differenze che sentiamo di più – quelle dei valori e della mentalità.

Due episodi che avrebbero fatto capire a chiunque come funzionavano le cose qui. A chiunque, ma non a un expat. Noi sentiamo, accusiamo i colpi, ma la voglia di conquistare altri mondi è più forte e ci fa perseverare.

Ed è proprio perseverando che andiamo oltre e scopriamo le cose belle che ogni posto ci dà. Per compensare gli episodi negativi ce ne sono stati molti altri positivi che mi hanno permesso di lasciare che le differenze rimanessero, appunto, differenze. Permettendoci di crescere entrambi e rafforzare il nostro rapporto.

Perché – almeno nel mio caso perché ero da sola, visto che mio marito è di qua – la cosa difficile è proprio riuscire a ricevere questi messaggi senza annientare la propria mentalità e scala di valori ma, allo stesso tempo, vivere e trovare un nuovo asse, fatto di una personale miscela delle due culture.

E poi ci sono i figli. Crescendo loro ci viene senz’altro meglio mescolare i valori di entrambe le culture, cercando di infondere loro il meglio di ognuna. O almeno ci proviamo, con tutto il cuore.

Ana Maria, Italia

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