Vivere all'estero

Il cervello expat

Monica India
Written by Monica India

In tanti anni di vita all’estero ho avuto il privilegio di incontrare tantissime persone di ogni nazionalità e diversa esperienza,  dai cosiddetti “expat di lungo corso” a chi era alla prima esperienza lontano “da casa”. Ho capito con il tempo che gli anni totali passati all’estero contano, ma non sono l’unico fattore che determina come si vive ed approccia questa “vita in transito”.

Se guardo ora me stessa rispetto all’inizio dei tempi del mio espatrio, ho sicuramente fatto passi da gigante in termini di velocità e capacità di adattamento. Ma se guardo bene indietro vedo che in quella giovincella ligure c’è sempre stata tanta curiosità e poco senso del confine geografico.

Non posso che sorridere ancora fra me e me ogni volta che ripenso alle reazioni costernate dei più  quando a 23 anni valicai il monte Turchino (simbolo dei genovesi dell’aldilà verso le nebbie)  per raggiungere la lontanissima Milano. Per molti fu davvero uno scandalo già quel mio primo microscopico espatrio.
Figuriamoci che pensano adesso!

Sono convinta che esista un’attitudine di fondo in molti di noi, che ci sia dalla culla o venga acquisita durante la nostra prima socializzazione, che sia manifesta o latente poco importa, ma che questa determini un modo profondamente diverso di approcciare la vita.
Un modus operandi, un’attitudine che codifica e rielabora in modo diverso l’esperienza e che trova la sua massima espressione  nella vita all’estero.
Si può stare venti anni all’estero e non averla per niente o solo venti giorni e già padroneggiarla. Per questo dicevo all’inizio che il tempo trascorso all’estero conta, ma fino ad un certo punto.

Ho chiamato questa attitudine in modo un po’ giocoso e forse pretenzioso: il “cervello expat”.

Il cervello expat è mobile, non è programmato per restare, trova la sua stabilità nel transitare.

È un felice navigare il suo, sa godersi il panorama e l’orizzonte e vive le onde più o meno grandi che incontra solo come eventi incontrovertibili e fisiologici di una traversata.

È un detector velocissimo di pro e contro, sa sempre che tutto è relativo, anche il proprio punto di vista e la situazione in cui si trova. E seppur nutrendosi di necessari paragoni, sa concludere che tutto è alla fine è unico e va sempre esplorato a lungo per essere davvero capito.

Non ha la verità in tasca.

Cede raramente al vezzo di affermazioni come ho capito come funziona qua…sono tutti fatti così.

Sa che le culture non sono statiche  e nemmeno chi ci è nato e cresciuto può davvero afferrarne la totalità. Figuriamoci chi viene da fuori.

Il cervello expat dialoga sovente con il cuore che spesso lo ammonisce che tutto è a tempo. Che non vale la pena di affezionarsi a niente e a nessuno. Ma poi arriva sempre alla stessa conclusione che in fondo tutto è a tempo comunque, e saperlo già da prima è un privilegio ed un monito per godersi tutto di più .

Il cervello expat  vive di telepatia perché sa riconoscere i propri simili in pochi scambi.

Raramente sente il bisogno di intraprendere duelli per convincere chi vede il mondo solo come pieno di limitazioni e pericoli del contrario, preferisce vivere e lasciar vivere.

Gode semplicemente della compagnia dei suoi pochi simili e di se stesso e di quel mondo intorno dove c’è sempre da imparare e di cui rimanere affascinati.

È abituato ad osservare molto, facendo esercizio consapevole di sospensione del giudizio, sapendo che ogni cultura, ogni luogo ha la sua storia e le sue ragioni e che non esiste supremazia, ma solo necessità di comprensione reciproca.

Il cervello expat ce l’ha chi si è perso e ritrovato in ogni luogo dove è stato, trovando in ogni posto un nuovo pezzetto d’identità da acquisire senza perdere nulla di se. In fondo siamo tutti dei mosaici di bellezza raccolta strada facendo.

In ogni posto dove sono stata ne ho incontrati alcuni e si è subito creato un legame forte. Anche perché adoro circondarmi di persone che hanno da insegnarmi qualcosa e che hanno una prospettiva diversa con cui leggere un’apparente identica realtà.

E per fortuna anche dopo gli inevitabili saluti che sempre sono arrivati, sono stata brava a portarli tutti con me.
Oltre il tempo e le distanze perché chi ha questo cervello qua, sa che questa alchimia è preziosa e va per questo mantenuta e coltivata ovunque ci si trovi…tanto prima o poi ci si rincontra.

Monica, India

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Monica India

Monica India

In giro per il mondo da 14 anni, l’età esatta della nostra prima bimba! Mamma di 3 bimbi ora. Da workaholic a viaggiatrice seriale! Abbiamo vissuto a Londra, Delhi, San Francisco, Pittsburgh, Chennai e ora Pune! Dal primo al terzo mondo e ritorno! Genovese di nascita, ma ho vissuto tutta la mia vita lavorativa a Milano. Con l’India ho un rapporto particolare, ne ero terrorizzata, ora è casa e trovo familiari i suoi usi e costumi! Adoro avere amiche da tutto il mondo perché la diversità culturale riempe da sempre il mio bagaglio di vita! Mi occupo di intercultural training e life coaching.

3 Comments

  • Mi piace molto questa definizione di cervello expat, che aiuta ad allargare i nostri orizzonti e permette di interagire meglio con gli altri. Chiunque essi siano.

  • Ho apprezzato molto il post.
    A volte si ha un “cervello expat” anche senza partite …forse siamo solo in attesa di farlo e nemmeno lo sappiamo.
    “ in fondo tutto è a tempo comunque, e saperlo già da prima è un privilegio ed un monito per godersi tutto di più .”
    Farò tesoro di queste parole! Grazie.

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