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Ma dove cavolo è la cicogna?

cicogna e ivf
Wanda Svezia
Written by Wanda Svezia

Mia figlia ha da poco compiuto 7 anni. Questo mi ricorda che sette anni fa iniziava una bellissima avventura chiamata maternità. Ma non solo.Sette anni fa si concludeva anche il periodo più difficile della mia vita, anch’esso durato sette anni. Anni di sofferenza e delusione per quella cicogna che sembrava aver perso il nostro indirizzo, anni di rabbia, invidia, amarezza, ma anche di coraggio, resilienza e speranza.

Mia figlia ha da poco compiuto 7 anni.

Sette è un numero importante. Per me.

Il numero sette rappresenta un lungo percorso durato sette anni. La mia battaglia combattuta per poter dire “sono una mamma”. Sette sono gli anni passati a chiedermi perché non arrivava un figlio. Sette anni senza trovare una risposta scientifica che mi aiutasse a farmene una ragione. Sette anni di montagne russe, pianti e litigate.

Sette anni in cui non sono stata ferma ad aspettare la cicogna, ma sono andata a cercarla in tre cliniche diverse, in due paesi. Sette lunghi anni, centinaia di iniezioni mirate alla stimolazione ovarica, due cicli di agopuntura e sei fecondazioni in vitro. Decine di migliaia di euro spesi.

Chi dice che fare un figlio non costa niente non ha parlato con me!

I trattamenti in Svezia

Tutto è iniziato nel 2007 quando abbiamo deciso che era ora di allargare la famiglia. Si giocava col pensiero e si scherzava. “Se resto incinta subito arriva dopo l’estate”, oppure “pensa se arriva per natale!”. In ogni caso l’anno successivo saremmo potuti andare in Italia in tre. Il destino però ci ha fatto uno scherzetto poco gradito e per tanti anni a venire siamo andati in Italia in due.

Dopo un anno di tentativi abbiamo contattato una clinica e da lì in poi la strada è stata solo in salita.

Per sette anni.

Controlli che non hanno trovato anomalie. Tutto a posto. Tutto funzionava come avrebbe dovrebbe. La dottoressa non sembrava neanche tanto interessata a farci esplorare la fecondazione assistita. Ci aveva liquidati con “avete solo trent’anni e non c’è nessun motivo per esplorare il mondo in vitro”.

Noi non abbiamo accettato il suo consiglio e abbiamo cambiato clinica. Questa volta una clinica privata. Il primo ciclo di ivf (fecondazione in vitro) è così iniziato, tra quelle mura bianche e fredde come il personale che ci lavorava. La prima fase includeva un trattamento per mandare in pensione le ovaie per poi bombardarle di ormoni.

Come mi sentivo? Come una donna in menopausa. Sbalzi di umore e sudorazione a mille. Poi è iniziata la seconda fase, la più temuta. Avrei dovuto vincere la paura dell’ago e farmi le iniezioni da sola. La prima volta sono quasi svenuta ma dopo un po’ mi sentivo esperta come un’infermiera.

Risultato oltre le aspettative, una dozzina di ovuli, quasi tutti fecondati e una decina di embrioni perfetti, tant’è che abbiamo potuto congelarne una buona parte. Io ero convinta che questo primo trattamento avrebbe risolto tutto.

Ma dove cavolo era la cicogna allora? Probabilmente era impegnata da un’altra parte. Embrione trasferito, due settimane di attesa, due settimane di progesterone per poi non arrivare neanche al fatidico giorno in cui avrei dovuto fare il test di gravidanza. L’unica cosa che era arrivata era il ciclo. Puntuale!

In quella clinica abbiamo fatto tre tentativi, più diversi trasferimenti di embrioni congelati. Ogni tentativo era fallito. Riesco ancora a ricordare esattamente dove mi trovavo quando mi facevo le iniezioni o mi rendevo conto del fallimento. Mentre festeggiavo un’amica che otteneva il dottorato, al matrimonio di un’altra amica, la fine di un viaggio a Parigi e un viaggio verso il nord della Svezia.

La rabbia che sono riuscita a tirare fuori in quel periodo è stata talmente tanta che mi ha fatto paura. È venuto fuori il peggio di me tant’è che mio marito ed io abbiamo deciso di prendere una pausa da questi trattamenti.

No grazie, nessun altro consiglio

La parte più difficile non era il fallimento in sé, ma la gestione degli amici inopportuni. All’improvviso era come se tutti si fossero presi una laurea in medicina.

Tutti a darmi consigli su come migliorare la qualità degli spermatozoi o sulla produzione di ovuli. ”Hai provato a calcolare quali sono i giorni fertili?” oppure “ho sentito di una che quando ha smesso di provarci è rimasta incinta” e io avrei tanto voluto rispondere “ho sentito di una che ha fatto una brutta fine dopo essersi fatta un’uscita del genere”.

Spesso la buona fede non va di pari passo con la sensibilità. No grazie, nessun altro consiglio. Mentre la loro conoscenza si limitava al calcolo dei giorni io parlavo di ifv e icsi coi dottori.

Poi c’erano gli altri esperti che ti dicevano “ma si, potete sempre adottare, il mondo è pieno di bambini da aiutare”. Si certamente, vorrei tanto spiegarti come funziona l’adozione qui in Svezia, e lo so perché abbiamo anche intrapreso questa strada, ma non mi basterebbe un giorno e, sinceramente, vorrei spenderlo in un altro modo.

Tutti questi consigli non facevano che creare l’effetto opposto. L’infertilità è una malattia e i vari “cerca di rilassarti”, “smettila di pensarci” non funzionano.

L’attesa viene ricordata continuamente

Non erano solo questo tipo di consigli a saturare la mia mente. Continuamente mi veniva ricordato il mio desiderio.

Una mia amica era rimasta incinta per sbaglio e non sapeva cosa fare. Poi un’altra amica, anche lei incinta, sì, proprio lei che era ancora single quando io ero già paziente assidua della clinica. Per non parlare di quel collega e la sua nuova ragazza, avevano cercato un figlio subito ma poi si erano pentiti e avevano “eliminato” il problema.

Dulcis in fundo la mia grande amica che, con delicatezza di un elefante, mi aveva frantumato il cuore rivelandomi la sua seconda gravidanza facendomi una big surprise appena ero scesa dall’aereo.

Gli amici mi facevano i figli sotto il naso, poi mi intasavano il wall di Facebook con foto dei loro gnometti, e mi sommergevano di discorsi su allattamento, dentini, cacca e pannolini. Insomma, mentre io cercavo di non morire soffocata dall’invidia o dal loro egocentrismo, loro continuavano col monologo che concludevano con “vedrai quando ne avrai uno tuo!”.

Mi sembrava di essere perseguitata e riuscivo solo a vedere quello che mi mancava, un bambino. Attorno a me c’erano solo amiche incinte, pubblicità per bambini e ad ogni angolo vedevo mamme con passeggini.

Mi era passata la voglia di uscire e di incontrare le amiche pancine. Per un po’ ho chiuso la porta, quella fisica e quella del cuore. Con una di loro l’amicizia si è interrotta (e dopo anni non ha ancora capito il perché).

Quella porta non si è più aperta.

Qualcun’alta ha capito la mia situazione, un po’ tardi, ma ha cercato di riavvicinarsi. Altre invece, hanno continuato a bussare a quella porta, anche quando urlavo di andare via. Sono rimaste ad aspettare finché non ho aperto e mi hanno tenuto la mano quando ne avevo veramente bisogno.  

I trattamenti in Danimarca

Dopo la pausa abbiamo deciso di riprovare, questa volta in Danimarca. Ambiente totalmente diverso. Una dottoressa che non ti accoglieva come una delle tante pazienti e un muro pieno di foto di bambini che erano nati grazie a lei. Ad ogni visita sognavo di poter appendere anch’io a quel muro la foto di un bambino.

Questi ivf sono stati affrontati in modo diverso, ero più matura ed ero più vicina ai 40 che ai 30. Sapevo che, a causa dell’età avevo meno possibilità di farcela, ma non ero ancora pronta a mollare. Non volevo svegliarmi un giorno e realizzare che avrei potuto fare di più. Inoltre avevamo iniziato, sia mio marito che io, una serie di sedute di agopuntura. A quanto pare questa dottoressa cinese aveva aiutato tante coppie con problemi di infertilità.

Avrebbe potuto aiutare noi?

Arriviamo così alla fine del 2013, vigilia di natale, giorno del tanto atteso test. Risultato negativo. Natale dai suoceri, giorni grigi in cui ho alternato collera a programmazione per il tentativo successivo. Intanto facevo fatica a chiudere i pantaloni e il ciclo era in ritardo. Non potendo dare causa al cibo (natale in Svezia ;-)) ho pensato a un effetto collaterale dell’ivf e ho mandato un’e-mail alla dottoressa. Lei ha sfoderato il suo humor danese e mi ha risposto “fa un test, ah ah”. Se solo l’avessi avuta davanti! Come osava rispondermi così?

Mio marito mi ha convinta a comprare un test di gravidanza. Ricordo ancora che stavamo tornando a casa a Malmö e durante il tragitto fantasticavamo su un’eventuale gravidanza.

Si, quel test è poi risultato positivo! E sul muro di quella clinica c’è una foto di baby Astrid.

La mia dis-avventura ha avuto un lieto fine. La cicogna è riuscita ad arrivare a casa nostra. Due volte. Ma quante donne stanno ancora aspettando? Quante di loro non potranno realizzare questo sogno? È difficile capire cosa si sta passando se non si ha percorso la stessa strada. Avete un’amica in questa situazione? Non improvvisatevi dottori, psicologi tuttologi. Fate semplicemente vedere che ci siete, fatevi sentire al di là di quella porta chiusa. All’amica basterà sapere di non essere sola, anche se è sola nel proprio dolore.

Wanda, Svezia

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Wanda Svezia

Wanda Svezia

Italiana, expat in Svezia per amore e mamma di due ”piccoli terroristi”. Da ragazza sognavo di diventare come Claudia Schiffer ma la realtà mi ha portata a fare altro: l’eterna studente. Ho una laurea in lingue e letterature straniere conseguita a Torino, una in linguistica conseguita in Svezia e un Master sull’apprendimento della seconda lingua. Ho inoltre quasi una laurea in letteratura italiana, una in lingua svedese e non credo di aver finito… Attualmente insegno lo svedese in una scuola e cerco strategie per facilitare l’apprendimento della lingua.
Amo viaggiare, l'arredamento, organizzare feste, preparare menu a tema e decorare torte, adoro il DIY ma fatico sempre più a trovare tempo per realizzare le mie idee!

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