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Vivere Mosca di Carmen

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Written by Guest

Com’è vivere a Mosca? Non saprei cosa aspettarmi se non una serie di luoghi comuni che negli anni mi sono stati presentati: Carmen oggi ci presenta la sua Russia, aprendoci una finestra su questa terra così vicina e lontana da noi. Continuate a seguirla nelle sue scoperte e avventure sul blog La Vita Fertile

Non sono una donna dalle vie di mezzo. E non ho problemi a chiudere con il passato. Eppure che potessi lasciare dopo sette anni il Medio Oriente per trasferirmi nel cuore della Russia, non me lo sarei mai aspettato.

Sarà che, pur nordica di apparenza, sangue e sostanza, non ho mai amato il freddo. Vengo da Bergamo, da una delle quattro Valli che la circondano, per la precisione, e odio il freddo.

Sarà che, io fresca di Dottorato, lui meno fresco di studi ma più frustrato di me dal vicolo cieco che costituiva il suo lavoro nel 2007, quando decidemmo che avremmo fatto di tutto per farci un po’ di anni all’estero, promettemmo a noi stessi di non finire mai in un paese freddo.

Ed eccoci qua. A Mosca. La città fredda per eccellenza. E non solo per le temperature.

La sua bellezza architettonica, quella del centro intendo perché i quartieri periferici sono il regno delle cattedrali di cemento grigio e asfalto, è gloriosa, imponente, immensa, ma algida, a tratti spenta.

Sarà per quello che i restauri degli edifici antichi tendono, invece che a preservare, ad aggiungere colore, lievi tinte azzurre, rosa e giallo pastello. Non sono sicura che quelli possano essere i colori delle costruzioni originali, ma apprezzo l’intento della città di rendersi più approcciabile, più frivola e meno supponente.

E anche se ho detto di odiare il freddo, devo dire di aver amato da subito l’effetto benefico delle temperature rigide, dopo anni di caldo insopportabile finalmente le mie gambe hanno trovato refrigerio e una nuova energia.

Abbiamo deciso di vivere Mosca sempre e rigorosamente a piedi.

I servizi pubblici sono affidabili e sicuri, e non potrebbe essere altrimenti. In Italia, se perdi il bus e devi aspettare quello successivo per venti minuti (quando ti va bene), ti girano un po’ ma non muori, giusto? Ecco, qua la puntualità e l’organizzazione dei trasporti è questione di vita o di morte (prova a stare fermo per dieci minuti a meno venti…), dunque tranquillo, se perdi il bus ce n’è uno a due, massimo cinque minuti.

Un po’ peggio va fuori dagli orari di ufficio, la sera e nei weekend, ma siamo sopravvissuti per due inverni, dunque direi che non ci possiamo lamentare.

In contrasto con questa estrema organizzazione stupisce la onnipresente burocrazia, che invece rende tutto lento, macchinoso e frustrante. Anche se basta avere soldi o conoscere qualcuno che conosce qualcuno perché anche i cavilli e le leggi più barbose vengano magicamente superate. L’Italia è una buona allieva della Russia, ma in questo caso l’allievo non supera il maestro, neanche in sogno.

Cinque contratti, di cinque pagine l’uno, ogni singola pagina rigorosamente firmata e timbrata sia dal rivenditore che dall’acquirente per farsi consegnare a casa due attrezzi ginnici. Devo aggiungere altro?

Mosca è una città dalle tante contraddizioni: cosmopolita, ricca di cultura, storia, musei, teatri, balletti, iniziative di ogni genere per adulti e bambini. Nonostante tutto questo non sembra incoraggiare l’iniziativa e la creatività, continua a guardare al passato con nostalgia e ha paura di abbandonare i vecchi modi di fare per abbracciare la modernità. E’ una città inquinata da paura ma piena di parchi giganteschi, veri e propri boschi urbani.

Mosca mi piace perché mi ci identifico in questo gioco di estremi.

A proposito di estremi: entri in un parco e sei trasportato in una dimensione parallela, sei nel bosco, fiumiciattoli, laghetti, alcuni artificiali altri naturali, colline, alberi di ogni tipo, guardie a cavallo a proteggere la sicurezza dei cittadini e scoiattoli ogni dove. In molti parchi si trovano le residenze degli zar, accanto a chiese ortodosse, monasteri, fontane e percorsi che immagino fossero spesso fatti a cavallo.

I bambini russi imparano a vivere la natura fin da quando nascono. Tutti imbacuccati e molto impediti, ma sempre e comunque fuori, ai giardini, al parco, a provare lo skateboard, la bicicletta, il quad, lo sci di fondo, lo slittino. Basta una tuta da sci (ce ne sono di tutte le pesantezze, così vanno bene tutto l’anno) e via, a rotolarsi nell’erba estiva, o nella neve. Sfido, con tre figli in media a famiglia a tenerli tutti a casa o a portarli a tre differenti attività due o tre volte a settimana con il traffico moscovita… non sono mamma ma direi che il parco è molto più facile, democratico e ricco di opzioni. A meno che non tu abbia l’autista, ma allora la storia cambia perché la vita da borghese ha tutto un altro standard.

Ma la gente russa che piace a me è quella fatta di un’altra pasta: quella che lascia il posto ad anziani e donne con figli in metro, quella che aiuta le donne con le buste della spesa, anche quelle non così “anziane” come me, ad arrivare sane e salve dal bus al marciapiede.

La gente russa che mi piace è quella che, vedendoti in difficoltà, ti chiede dove devi andare, prima ancora che tu possa articolare la tua richiesta di informazioni. Che poi tu non riesca a rispondere alla domanda perché non parli pochissimo russo è un’altra storia…

E’ difficile inserirsi in un mondo dove l’inglese non è universalmente parlato, e soprattutto è difficile non poter continuare a portare avanti la tua passione e la tua professione. Ci avevo fatto i conti con questa possibilità, ma l’idea di avventurarmi in un mondo nuovo aveva prevalso e mi ero detta “vabbè qualcosa da fare la troverò”.

Così sono qui, studio questa nuova lingua da un anno senza ancora poter fare conversazione, ma avendo sviluppato un russo “da sopravvivenza”, scarno e semplice, ma efficace per fare più o meno tutto quello che voglio o di cui ho bisogno. E per il resto mi sto attrezzando: stare con le mani in mano non fa per me.

Mentre la città si riempie di centri commerciali superlusso, ed assomiglia sempre più al Medio Oriente che ho lasciato, io continuo a preferire i piccoli mercati rionali del fine settimana, con le primizie degli orti delle campagne fuori Mosca. Niente a che vedere con i prodotti e la varietà di frutta e verdura italiana, ma mi sento meno “metropolitana” e più a contatto con una Russia autentica quando compro al “rinok” (i.e. mercato).

La cucina russa popolare non mi dispiace: è fatta di zuppe agre e accompagnate dalla panna acida, come il borsch, a base di barbabietola e cavolo bianco, e di pesci, solitamente marinati, carne di ogni tipo e verdure povere, cipolle, patate, cetrioli e ogni sorta di cavolo.

Per la strada avete modo di assaggiare i piroshki e il kachapuri (quest’ultimo di tradizione georgiana), insieme ad altri snack, tutti a base di pasta di pane ripiena di prosciutto, uova e cipolle, formaggio o pezzetti di carne. Buoni sono anche i blini, che ricordano vagamente la pasta della piadina, ma più sottile e arrotolata a formare delle specie di involtini. Io preferisco quelli dolci, ripieni di marmellata di ciliegie, ma qui il salato è più amato.

Mi piace la dedizione con la quale, in un posto che per molti mesi l’anno è coperto di neve (e pantano, appena la temperatura subisce uno sbalzo e sale temporaneamente vicino allo zero), i russi riescono a tenere le scarpe sempre linde e pulite. Donne e uomini, intendo. Così anch’io piano piano mi sto abituando ad avere sempre in borsa delle salviette inumidite per ovviare al problema delle scarpe inzaccherate.

In una città di venti milioni di abitanti, andare in centro è un concetto vago. Io ci metto un’ora circa ad andare in centro, eppure sono appena fuori dalla parte più centrale e storica di Mosca!

Il risultato è che tutto sembra difficile, lontano e ci si stanca facilmente. Per esempio, non è che puoi sentire un’amica e fissare un appuntamento in centro in un paio d’ore: c’è bisogno di pianificare in anticipo, e niente può essere deciso all’ultimo momento. Con le temperature rigide (eufemismo) dell’inverno, il tutto è reso ancora più arduo. Non impossibile, ma solo un po’ più difficile di quello a cui ero abituata.

Da un altro punto di vista, essendo meteoropatica, il clima mi influenza molto e Mosca mi ha “raffreddata”, sotto molti aspetti. Nel lungo e gelido inverno hai bisogno di risparmiare energie, il giorno è così corto che il sole sorge alle dieci e tramonta alle quattro. Le giornate spesso coperte e grigie ti fanno andare in letargo, il metabolismo emotivo, prima ancora che quello fisiologico, rallenta. Non si tratta di depressione, ma solo di riduzione della varietà delle sensazioni, degli stati fisici, si diventa un po’ monotoni.

Riesco a capire la fatica di parlare e di mostrare emozioni dei russi, ora che conosco il clima al quale sono abituati. Non la considero scortesia o mancanza di educazione, ma una forma di istinto di sopravvivenza. Se poi ci aggiungo anche le vicissitudini storiche, mi rendo conto che i russi non potrebbero esseri diversi da come sono.

Apprezzo di certo la loro capacità di essere concreti, semplici, senza troppe elucubrazioni mentali.

Tornando al clima invernale, c’è una cosa che invece ha molteplici e variegati aspetti: la neve. Soffice e bianca, a volte sembra volteggiare in aria invece di scendere verso terra. Che meraviglia! La neve mi mette sempre di buon umore. A volte i fiocchi sono grossi, pesanti e umidi, altre sono secchi e fini, i fiocchi a forma di piccolissime palline, che quasi sembra nevichi polistirolo.

La primavera (qui sì che ci sono tutte e quattro le stagioni!) arriva da un giorno all’altro. Giuro che non sto scherzando, i germogli fanno a gara a sbocciare e ammantare di colori pastello i giardinetti sotto casa e i grandi parchi cittadini. L’erba cresce rigogliosa e verde in ogni dove, e la gente popola la città di festa. In una settimana la trasformazione avviene, e Mosca non sembra più nemmeno la stessa città.

Nel momento in cui scrivo si celebra la Festa della Vittoria nella seconda guerra mondiale: decorazioni, luci e fiori dappertutto, nei parchi più significativi per la storia russa i bambini corrono festosi a regalare bouquet ai veterani, tutti si vestono con i colori della bandiera russa e non è raro che indossino indumenti o accessori militari.

Non capisco come si possa celebrare la guerra, ma è bello che almeno una volta l’anno questi anziani ricevano il rispetto e la considerazione che meritano.

Mi sembrano gli stessi anziani che poi trovo nella metro a fare l’elemosina. Non mi capacito di come possa succedere. Dicono che con la pensione qui sia impossibile vivere, e ci credo. Io ancora non mi sono abituata a questa cosa, di una tristezza indicibile.

Mosca è una città per certi versi lussuriosa, i russi ricchi amano celebrare, festeggiare, chi può ama mostrare la propria capacità di spendere, di accedere agli oggetti del consumismo capitalista occidentale, che qui costano il doppio che nei rispettivi paesi di provenienza.

Poi c’è la Mosca povera, delle persone con stipendi ridicoli, dove al supermercato qualcuno si lamenta per una differenza di 10 rubli (13 centesimi di euro) sul prezzo delle carote al chilo, cioè per un prezzo che passa da 66 a 79 centesimi di euro.

C’è la Mosca dei super SUV che sfrecciano a velocità aliene sulle strade congestionate di traffico, per lo più di gente che si fa quattro ore di viaggio ogni giorno da casa, rigorosamente fuori Mosca, perché permettersi una casa a Mosca è difficile.

Mosca è piena di contraddizioni. A volte la amo, a volte la odio, per lo più cerco di accettarla e farmela amica. Perchè, quando poi ti capita di andare al Teatro Bolshoi, ti rendi conto di quanto sei fortunata a poter fare queste incredibili esperienze. E così un altro momento da “bucket list” l’ho aggiunto alla mia collezione.

Essere expat a Mosca è più difficile che in altri paesi, sicuramente più difficile che in Medio Oriente, ma, come sempre, ogni luogo contiene qualcosa di magico e qualcosa di indimenticabile, bisogna solo sforzarsi di trovarlo.

Devo ancora andare a vedere il balletto, visitare la Galleria Tretyakosvkaya, comprare un quadro da uno degli artisti che esibiscono la loro arte appena fuori dal Gorkyi Park, pranzare sulla nave che percorre la Moskova: Mosca ha ancora tanto da offrire, e io tempo per imparare a farmela amica.

Carmen, Mosca.

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Se anche tu sei come noi una #adieffina per il mondo, alle prese con nuove abitudini, costumi, lingua e fusi sei la persona che fa per noi. Raccontaci la tua storia, chiacchiera con noi, allarga i nostri orizzonti. Questo spazio è tutto per te .

4 Comments

  • Gentile Signora, intanto mi unisco ai complimenti per il suo approccio decisamente positivo. Se poi ne avrà voglia, le consiglio un libro: “Russia’s War 1941-1945” di Richard Overy, si trova nei paperback della Penguin, e potrà dirle qualcosa -in termini storici, e senza con ciò voler dare giudizi- sul perché i russi celebrino la seconda guerra mondiale, che per loro si chiama (mi scuso se è in traduzione, non so il russo) Grande Guerra Patriottica. Arrivederla!

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