Reinventarsi

Di quando i NO sono in realtà dei SÍ

Written by Valentina Svizzera

É stato un lungo inverno,  anche se vedo le giornate allungarsi, il sole diventa più tiepido sui pochi lembi di pelle scoperta e l’aria diventa più frizzante, di quel friccicorio che per me ogni anno annuncia la primavera. E per me che amo stare all’aria aperta, i contatti umani, e gli orizzonti ampi, è stato un po’ fatale per l’umore… Dunque in queste giornate, insieme lunghe, ma troppo brevi per far tutto quello che ho in testa o anche solo per star dietro alla casa e alla famiglia, ho ripensato ai mesi trascorsi qui a Basel, che sono già nove, un po’ come a tracciarne un bilancio.

Diciamo che sono stati mesi abbastanza intensi:

  • Ci siamo trasferiti ad aprile dell’anno scorso, i bambini hanno iniziato una nuova scuola (in una nuova lingua, il tedesco). Anzi il più grande ad agosto ha iniziato le elementari, quindi novità doppia.
  • É nata Bianca, che devo dire rispetto ai predecessori si è rivelata una neonata sorprendentemente facile, più dormigliona, solare, intensa e determinata (credo che ne vada della sua sopravvivenza, in fondo). I fratelli l’hanno accolta con un entusiasmo e un amore disarmanti, ma certo ha portato scompiglio nei ritmi e negli equilibri familiari. E ora che comincia a muoversi autonomamente per casa credo che ne vedremo delle belle, tanto più che si sta rivelando bella vivace…
  • Abbiamo conosciuto tante persone (non Svizzeri, tranquilli… quando ne conoscerò qualcuno lancerò un razzo segnaletico nel cielo, in segno di successo!), ma tante sono anche già partite verso nuove vite, lasciandoci un vuoto e una crepa nel cuore che più invecchio e più fa male… diventerò una vecchia sentimentale e un po’ matta, già lo so!

Oltretutto ho trovato lavoro in una scuola di lingue come insegnante (anzi esaminatrice) di italiano, e anche se è una piccola cosa devo ammettere che è stato gratificante trovare un lavoro in così poco tempo e con il parto in mezzo, peccato poi che mi sia stato detto che dovevo licenziarmi per questioni legate alle tasse. Ecco, se c’è una cosa che ho imparato in anni di espatrio e dalla Svizzera è che, anche se qui è il regno del “qui si fa così”, piegarsi senza discutere non è sempre la scelta migliore. Spesso insistendo si ottiene quello che al primo sguardo tutti ti dicono che non sia possibile ottenere. Così ho ottenuto una piccola vittoria e ho potuto tenermi il mio lavoro senza che questo andasse a incidere negativamente sull’economia familiare.

Questo intoppo mi ha fatto due volte bene quindi (prima mi ha fatto anche molto arrabbiare eh, no sono così zen, anzi…): in primo luogo perché non arrendermi al primo no mi ha fatto riportare questa piccola grande soddisfazione, secondo perché nelle settimane in cui non sapevo bene cosa sarebbe successo mi son messa a riflettere e mi sono domandata cosa sarebbe successo se davvero avessi dovuto licenziarmi.

E dentro di me ho trovato la risposta, tanto semplice quanto sconcertante, per una come me, e poi vi dico perché. Nulla. Forse -mi son detta- è solo un segno, anzi la giusta spinta che mi dice che finalmente devo buttare il cuore oltre all’ostacolo e mettermi davvero a fare quello per cui studio e mi sto esercitando, concretizzare il mio progetto a cui sto lavorando ormai da qualche mese, ovvero aiutare altre donne expat, ma per paura tendo a rimandare, con la scusa del tempo (ok quello non avanza mai con tre figli piccoli, ma si tratta anche di volere e organizzazione; anzi si tratta prima di tutto di credere in me stessa: perché sotto sotto c’è quella voce che mi dice e se pagassi una babysitter per guardare la piccola, ma io fallissi, non sarebbero soldi buttati? Sì certo, ma se non inizio non lo saprò mai, e gli errori non sono quasi mai fatali, anzi sono una buona palestra…)

Più di tutto c’è la scusa del “potrei fare meglio e di più”, del “non sono ancora brava abbastanza”. La verità è che di fronte a un nuovo progetto il senso di inadeguatezza a volte ci blocca e sotto la mera apparenza del perfezionismo, del confronto, si nasconde la paura. L’insicurezza, il senso di inadeguatezza, la sindrome dell’impostore, chiamiamola come vogliamo. Vorrei far parte di quel tipo di persone con un’illimitata (o quasi) fiducia in se stesse, che si buttano senza pensarci… che si vendono benissimo, anzi vendono anche quello che non sanno fare. Avete presente, no? Ecco, magari non sarò mai così, ma posso lottare contro la sindrome dell’impostore e andare avanti, passo dopo passo, come sto facendo. Dicendo no ad altre possibilità di lavoro che nel frattempo mi sono arrivate che con il mio percorso e con il mio progetto non c’entravano nulla, che quindi mi avrebbero portato qualche soldino in più forse, ma tolto del tempo utile a me stessa e al mio progetto.

E qui torno al punto di prima: per me, fin da giovanissima, essere indipendente è stato un obiettivo che ho portato avanti con caparbietà, anche accettando lavori che mi hanno portata molto lontana dai miei veri obiettivi e dai miei sogni. Questo ho fatto anche nella mia vita da expat, perché l’importante era lavorare (anche quando il bisogno economico magari non era così impellente eh) e che importava se i miei veri talenti e desideri rimanevano nel cassetto? Per questo è stata una rivelazione sentirmi dire e se anche dovessi davvero licenziarmi sapete che c’è? Chissenefrega. Nessuna parte di me andrà in pezzi. So quanto valgo, i miei progetti sono altri e so anche come perseguirli.

E magari così facendo dare l’esempio anche a qualcun’altra. Perché a volte i NO che riceviamo, proprio come i NO che diciamo, sono in realtà dei grandi Sì ad altri opportunità e progetti. Allo stesso modo dobbiamo ricordarci che dire troppi sì a volte ci toglie il tempo per cose che magari sono importanti per noi…

E voi, sapete dire di NO, nella vita professionale come in quella privata?

Valentina, Svizzera

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Valentina Svizzera

Mamma di due bimbi scatenati, un’indole girovaga e curiosa e l’amore mi hanno portata a rimbalzare come la pallina di un flipper tra città e nazioni diverse, con un comune denominatore, il tedesco, nelle sue varianti e dialetti… e io che sognavo il mare, il caldo e idiomi più dolci! Tra le altre cose, autrice di libri per bambini, blogger, craftomane e pinnatrice compulsiva.

5 Comments

  • ….(…) Vorrei far parte di quel tipo di persone con un’illimitata (o quasi) fiducia in se stesse, che si buttano senza pensarci… che si vendono benissimo, anzi vendono anche quello che non sanno fare. Avete presente, no? (…) uhhhhhhh quanto ho presente queste persone e quante ne ho incontrate in tutti i miei vari lavori!Purtroppo sono quelle che spesso ottengono tutto e prima…..ma io spero sempre che qualche tipo di “giustizia” verrà fuori prima o poi! E comunque se ti consola già avere 3 figli fa di te una wonderwoman, io con 1 a malapena a volte riesco a respirare! Grazie delle tue impressioni! 😉

    • Cara Giulia, piano piano sto imparando che vendersi è importante e non deve coincidere con lo svendersi, o con inventarsi cose che non sappiamo fare, ma solo a darci più valore… In bocca al lupo! Valentina

  • Io non ho figli e davvero ammiro tantissimo chi ne ha addirittura tre e riesce anche a lavorare, ma tu ti sei già risposta, non c’è niente che tu non possa provare a fare, se poi vedi che non va o non si concilia con la tua vita privata molli e chissenefrega. Io sono sempre pronta a dare tutto al lavoro, a dire sempre si ad ogni buova proposta e poi mi ritrovo sommersa, stanchissima e con poco spazio per lala vita privata, anche per il sano riposo o “cazzeggio”…ho avuto una brutta malattia che mi ha fatto riconsiderare le mielamentele prioritá e, ho appena deciso di mollare uno dei miei due lavori, che sebbene mi dia un bel guadagno e tanta soddisfazione umana, mi toglie tempo e mi affatica tanto fisicamente e psicopsicologicamente…ne ho dovutoil parlare col mio compagno e con mio padre per sentirmi dire fai quello che ti rende felice e ti faho stare bene e fregatene dei soldi in più…ed ecco che fioccano altri mille lavoretti più tranquilli a non farmi pesare neanche la riduzione economica…

    • Tiziana, brava! Io anche sono di base come te: ho sempre dato (anche) troppo al lavoro… ma a volte fermarci e SCEGLIERE noi stesse è un imperativo… che come vedi non blocca nemmeno la nostra vita professionale, anzi… In bocca al lupo e un abbraccio, Valentina

  • Cara Vale, bellissimo post! Mi ritrovo molto non tanto nel dire no a offerte di lavoro perché io all’estero non ho mai lavorato, ma nell’avere coraggio di buttarsi in un progetto a cui si tiene. Anche se le paure sono tante, l’ansia di non essere all’altezza molta e il tempo poco. Intanto ho capito che se aspetto di avere tempo non inizierò mai perché c’è sempre qualcosa da fare. È allora ho deciso che il mese prossimo inizio a ricavarmi un po’ di tempo mettendolo proprio in agenda come impegno preso. Se poi riusciamo due chiacchiere con te le faccio volentieri così tu fai un ultimo allenamento di coaching

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