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Dal Wisconsin: Claudia

Written by Guest

E dopo aver letto la testimonianza di Francesca, oggi parla la sua mamma: Claudia aka Un’alessandrina in America, nome anche del suo spazio virtuale dove si racconta nelle sue esperienze di vita, lavoro, scuola in USA.
Io, Greta, ho avuto la fortuna di conoscere Claudia ed è una mamma dolcissima e presente, ricca di interessi e sempre positiva, severa il giusto, aperta verso questa nuova cultura americana che ha dovuto far combaciare con quella italiana nell’educare e crescere Francesca ma sempre vigile con il suo essere una mamma pur sempre italiana.
Lei è stata la mia fatina in questo nuovo mondo, sempre pronta a darmi spiegazioni e ottimi consigli, a introdurmi a cose nuove, a farmi anche un po’ da mamma quando era necessario: vorrei che ci fosse una Claudia là fuori per ogni nuova expat e da questo post capirete che meravigliosa mamma sia. 

Mi chiamo Claudia e sono la mamma di Francesca.

Mia figlia è nata negli USA, da noi, due genitori allora expat in transito, poi diventati emigrati “fresh off the boat” ( appena scesi dalla nave) come dice lei, perché in Italia a viverci non siamo più tornati e un po’ è anche colpa sua!

Nella mia testa, mia figlia è nata italiana in un paese straniero.

Nella sua testa lei è nata americana e, solo per caso, con genitori italiani. Genitori che in certi momenti della sua vita sono stati più un peso che un vantaggio e ancora adesso sono “diversi”: diciamo per semplicità che ha ragione, che siamo in effetti un po’ più  ingombranti dei genitori americani, abbiamo un certo peso specifico e abbiamo più difficoltà a distaccarci dai nostri cuccioli.

Ma andiamo con ordine.

Quando sono arrivata negli USA la cosa che avevo desiderato di più nei 5 anni precedenti era avere un figlio. Un figlio che non era arrivato. Sono arrivata qui e dopo un mese ero incinta. Il destino ci aveva messo lo zampino e, nel momento in cui avevamo deciso di metterci il cuore in pace e goderci la permanenza temporanea negli USA viaggiando e facendo gli sposini, aveva deciso che invece una bambina doveva entrare nella nostra vita. Di gravidanze fatte all’estero parlando un inglese così così, ne avrete già sentito parlare vero? Quindi non ve ne parlo io. Vi dico solamente che allora non c’era internet o i gruppi di mamme all’estero ad aiutare, quindi con orgoglio, ma anche un po’ di rammarico, perché mi sono sentita sola e parecchio, dico che le scoperte e gli errori che ho fatto sono stati tutti “farina del mio sacco”.

Lei è nata: era sana, l’ho allattata il giusto, dopo un po’ mi sono sentita oppressa nel mio ruolo di “solo mamma” perchè non sono perfetta e invidio chi si sente appagata nel fare solo quello, ma non ci ho potuto fare molto, se non scappare qualche mese in Italia, sia in inverno che in estate.

Mio marito è sopravvissuto alla lontananza, come noi siamo sopravvissute ai suoi continui viaggi di lavoro, insomma una famiglia expat normale.

Andando in Italia, il primo viaggio fatto a 4 mesi, mia figlia è sempre stata circondata dai nonni, che comunque quando era piccola venivano anche loro qui a trovarci, e dai nostri amici, che le parlavano italiano. Io compravo i libri in italiano, le cassette di film in Italiano e le canzoncine e filastrocche erano anche loro in Italiano e lei ha iniziato a parlare presto, anche perché la presenza di amici americani non era preponderante e non ha mai creato confusione nella sua testolina.

Come ho già scritto nel mio blog, la parlantina  non le è mai mancata ( ancora ora….), se mai è stata molto prudente nel camminare. Gattonava più veloce del vento, ma a lasciarsi andare ce n’e` voluta!

Comunque proprio perché non avesse problemi di socializzazione, l’ho anche mandata alla scuola materna abbastanza presto. Qualche ora per lei per essere messa a contatto con l’inglese e per me per respirare.

Insomma si è anche messa a parlare inglese. Quando? Non lo so. So che a tre anni, quando ci siamo trasferiti da Pittsburgh dove “la barca” era arrivata, a Milwaukee, dove “la barca” è rimasta, lei si destreggiava con tutte e due le lingue alla pari, parlando inglese senza accento ed italiano, con un leggero accento…piemontese! In Italia, quando le chiedevano dove viveva e lei candida rispondeva: “in America”, a 5-6 anni i bimbetti ridevano perché pensavano che li prendesse in giro. Come cultura e modo di vivere, secondo me allora si sentiva più a suo agio in Italia ( ma lei questo non lo ammetterebbe mai). Intanto noi continuavamo la nostra vita, tenendo i piedi in due scarpe, cercando di capire come non rendere un possibile ritorno, uno shock.

Ancora durante le sue scuole elementari l’idea di tornare continuava ad essere presente nelle nostre teste, tanto che per tutti gli anni delle elementari la toglievamo dalla scuola americana ai primi di maggio e finiva la scuola in italia. Qui ce lo permettevano, là pure, anche se non so proprio a che titolo. Giuro che se penso a tutti i cavilli legislativi italiani, il fatto che si siano tenuti in classe una bambina per 30 giorni alla volta e per 5 anni, mi è ancora oscuro. Assicurazioni, responsabilità civile? Certo lei essendo cittadina italiana aveva diritto a ricevere educazione scolastica, sarà per quel motivo che è stato possibile? Comunque è stata una bellissima esperienza. Secondo noi le ha aperto la mente e poi le ha fatto imparare a leggere e scrivere bene in italiano, anche se capisco che una parte di lei si sentisse derubata dell’estate qui, come infatti ha scritto. Io dico che è stata fortunata e sono contenta che ora lei lo riconosca.

 Non siamo, alla fine, tornati in Italia : il lavoro di mio marito è rimasto qui e la nostra vita anche. E’ stata una scelta anche pensando a lei, per cui casa era ormai qui negli USA.

Anche io mi sono messa a lavorare, insegno italiano e mi piace moltissimo, anche perché mi ha permesso di non dimenticarmelo.

Poi, improvvisamente, un giorno mi sono svegliata e mi sono trovata in casa un mostriciattolo adolescente, che non riconoscevo più ed insieme al mostriciattolo, mi sono trovata ad affrontare problemi e uno stile di vita totalmente diverso da quelli che avevo visssuto io.

Il mostriciattolo aveva amiche che quando parlavo, si giravano verso di lei e chiedevano di tradurre: “What did she say?”, con cui non ci si poteva vedere per due ore dopo la scuola, quello mai!

Tutti i ragazzini americani, dalle medie in poi sono super impegnati in mille attività doposcuola ed per il gioco non c’è tempo. Solo nel weekend ci si può vedere con gli amici e per gli Sleepover, adorati dai ragazzini, meno dai genitori. Perché per gli sleepover ti arrivano in cinque o sei e te li tieni ospiti per 24 , lunghissime ore, in cui qualcuno deve essere sempre a casa.

Facendomi all’inizio una certa dose di violenza interiore, sentendomi nelle orecchie la voce di mia mamma, potente anche attraverso un oceano: “Stai attenta a dove la mandi. Conosci la famiglia? Chi sono? “, l’ho lasciata andare a casa delle amiche e ho aperto la mia casa a loro.

All’inizio per le cene preparavamo cose fatte in casa, che rimanevano intoccate nei piatti, poi abbiamo capito che la pizza di Domino ( catena negli USA) e patatine fritte con il ketchup erano quello che mangiavano, insieme a bidoni di popcorn e anche lì abbiamo deciso che non stava a noi cambiare il loro modo di vivere e che nostra figlia sarebbe sopravvissuta anche lei….

Questa indigestione di amici, che molte volte non erano mai usciti dalla città e che potevano andare bene a 12-13 anni, non le ha impedito infatti di fare delle scelte, perché il mostriciattolo adolescente che non sapeva chi era e voleva “andare bene ( to fit in) con tutti”, si stava trasformando. Dalla crisalide stava uscendo la donna che è diventata. Il numero di amici è sceso, ma non servono molti amici, se quelli che si hanno sono importanti.

Ha descritto bene lei i suoi amici e anche a me piacciono, anche perché nessuno mi deve tradurre ( va bene, anche il mio inglese sarà migliorato….).

Dal bruco peloso stava anche uscendo la madre che sono ora: sono una farfalla con le ali con i colori della bandiera americana, ma le antenne molto italiane.

E le mie antenne italiane mi fregano, mi fanno preoccupare se lei non c’è e mi fanno diventare iperprotettiva quando lei è sotto gli occhi.

Ormai è all’università : vive in un’altra città e la vediamo una volta al mese.

E siamo già fortunati che ci dà il contentino e viene a casa: si spera che le faccia piacere passare ancora un po’ di tempo con noi. Ma quando è a casa mi trasformo e per me ritorna la minorenne che dovevo controllare, che era mia responsabilità. “Dove vai?” “ A che ora torni?” “ Con chi esci?”.  Quelle stesse domande che mi infastidivano quando me le faceva mia mamma, faccio fatica a non farle. Quasi sempre mi escono dalla bocca prima che il mio cervello mi imponga di stare zitta!

In quello siamo diversi dai genitori americani, che hanno già fatto loro il balzo di andare via da casa a diciott’anni anni, pur continuando a studiare e che hanno abituato i loro genitori a sporadiche visite.

E siamo ingombranti, come dicevo all’inizio: siamo una presenza e ci riteniamo ancora necessari ad insegnare loro qualcosa.

Ed è ancora presto per lasciarli volare via lontano. Psicologicamente sono pronta a lasciarle fare quale volo esplorativo, ma ho bisogno di qualche anno ancora di vita con lei.

Voglio averla in casa fino a quando avrà 30 anni perché la mamma cucina meglio, stira meglio, paga i conti e i genitori fanno fare la bella vita….Sto scherzando! Per carità! 😉

Claudia, Wisconsin

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Se anche tu sei come noi una #adieffina per il mondo, alle prese con nuove abitudini, costumi, lingua e fusi sei la persona che fa per noi. Raccontaci la tua storia, chiacchiera con noi, allarga i nostri orizzonti. Questo spazio è tutto per te .

8 Comments

  • Che complimenti mi fai, Greta! Non me li aspettavo!
    Sono io quella fortunata ad averti incontrato: sei una bella persona ed e` proprio facile volerti bene. I consigli che ti ho dato ti hanno fatto diventare piu` brava ed esperta della maestra!!! Poi ricordati come tu e Valentina mi avete aiutato con il blog, anzi sei tu la ragione per cui esiste il mio blog!
    Sono felice che le nostre strade si siano incrociate e che dal caso sia nata una bella amicizia. Mi mancherai, anzi ci mancherete!

  • Gentile signora, certamente non c’e’ rosa senza spine, ma lei non sa quanto siete fortunati. Dell’Italia, conoscete e ricordate il bello, non la crisi economica, la disoccupazione giovanile oltre il40% e soprattutto l’ignoranza e la chiusura mentale che qui, ultimamente, la fanno abbastanza da padroni. Certo, ci sono eccezioni. Ma sono eccezioni.

    • E` vero! Vent’anni lontani sono un tempo lunghissimo che cambia te, ma cambia anche il mondo intorno a te. Pur ritornando almeno una volta all’anno in Italia per un mese, il tempo trascorso li` non e` sufficiente a farci rendere conto di persona di quanto l’Italia sia cambiata. Per noi e` diventata il paese delle vacanze, della famiglia che ci fa le feste, degli amici che hanno voglia di rivederci. Sappiamo che cosa succede fuori dal nostro nido, perche` leggiamo i giornali e guardiamo la TV italiana anche da qui, ma siamo ben lungi dall’avere sperimentato di prima mano! Per fortuna con la tecnologia attuale non viviamo nel mondo delle favole…e comunque, pur con dei distinguo, anche vent’anni fa l’Italia non era un paese perfetto. Le stragi, la politica marcia riempivano i giornali di allora, ma nella vita di ogni giorno c’era gia` molta chiusura mentale e poi c’erano quelli che vincevano i concorsi senza meriti perche` erano figli di…in cui lavorare bene o male non faceva alcuna differenza..in cui io avevo un collega andato in pensione con 15 anni 6 mesi e 1 giorno di lavoro…..

  • mamma mia, mi sono commossa! sei dolcissima, Claudia! :’) la metafora della farfalla e` azzeccatissima e tanto simpatica! Chissa` i compagni di scuola che pensavano di sta bambina che ogni anno frequentava solo 30 gg. E Francesca? Non si sentiva spaesata? Catapultata in una realta` scolastica a lei estranea per mesi e mesi. Che belle siete 🙂

    • Grazie!! Francesca in realta` alle elementari aspettava il periodo di scuola italiana per mille motivi. 1) la` nessuno pretendeva niente da lei: la scuola era solo gioco, anche se in realta` senza rendersene allora conto, imparava. 2) alla fine dell’anno poteva partecipare alle recite che preparavano a scuola e per una volta tanto aveva un certo numero di “fan” nel pubblico. 3) aveva tutte le compagne di scuola che le facevano da guida e avevano preso questo compito con molta serieta` ( era la star della classe perche` arrivava dall’America!!) 4) loro l’aspettavano e le scrivevano anche durante l’anno. Per finire avevamo instaurato uno scambio epistolare con la sua classe negli USA ( che pero` cambiava ogni anno) : i bambini italiani ed americani si scrivevano bigliettini in inglese ( la classe italiana aveva inglese come lingua straniera). Credo che siano stati anni belli ( anche per me che me ne stavo 2 mesi e piu` in Italia)

  • Ciao Alessandrina in America!
    sono Antonella una Veneta in Svezia e ho una figlia che ha lo stesso nome della tua, ma solamente 15 anni.
    Ho letto con gioia la tua storia e le parole di Francesca. Noi siamo una famiglia mista, il padre é svedese, ma mi riconosco nei tratti da te descritti di mamma apprensiva, con le domande da te usate: dove vai? cosa fai? con chi vai? a che ora torni? …. ma fanno parte del nostro essere mamma, del dimostrare interesse per questi figli che vanno incontro ad un Mondo che non é lo stesso di quando eravamo piccoli noi.
    Mia figlia ora ha deciso di voler fare uno scambio scolastico con l’America e di vivere in una famiglia americana. Un cambio di nazione che forse non la riporterá piú a casa sua, in Svezia. Ma leggendo l’esperienza di tua figlia, capisco che porterá con se la sua parte italiana ovunque andrá. Grazie per aver condiviso la vostra storia.

    • Ciao e grazie per il tuo commento. Sono sicura che, se tua figlia, cosi` giovane, vuole fare un’esperienza all’estero, ne trarra` solo vantaggi! Non e` detto che non torni a casa in Svezia, tornera` solo piu` adulta e responsabile. A noi mamme italiane, rimane il compito di “controllarele” da lontano, con la consapevolezza di aver creato persone che hanno il coraggio di spiccare il volo! Un abbraccio, Claudia

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