Expat life

Del primo anno a Londra e come cambiano le prospettive

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Un anno è passato, anzi volato, dal nostro arrivo a Londra. Mi sorge spontaneo riflettere su come vivere in questa città si intrecci con la vita in quel moto perpetuo che conduco da ormai undici anni.

Arrivati carichi dell’entusiasmo di ritornare in Europa nel giro di un mese ci siamo prima beccati la doccia fredda del voto Brexit che ha gettato il seme del dubbio tra noi londinesi stranieri e loro londinesi britannici e modificato quella sensazione di apertura e inclusività che Londra  rappresenta da sempre, da cui la vox populi In London you are never foreigner. Poi sul fronte lavorativo ci è stato detto che il percorso prevedeva di rimpacchettare container e burattini e ritornare di là dall’Oceano per l’estate successiva. A quel punto, c’è scesa la catena. Sì, felici di essere vicino all’Europa lo siamo rimasti ogni giorno. Felici dell’arricchimento quotidiano di vivere in mezzo a persone di ogni lingua e cultura, anche. Ma la voglia di comprare più di 6 piatti fondi e piatti piani,  la voglia di comprare un divano comodo e bello per il salotto, la voglia di fare di questa casa più un nido  che uno spazio di transito, c’è passata. Un po’ perché quando traslochi 5 volte in 10 anni entri in una sorta di loop isterico di fronte a qualsiasi potenziale acquisto, domandandoti “ma poi se devo traslocare? Dove lo mando, in cantina a casa vera o lo portiamo dietro? E nel container o in valigia?” Un po’ perché da quando abbiamo finalmente una casa nostra, un punto di riferimento geografico a cui tornare Natale dopo Natale, agosto dopo agosto, e da Londra anche in molti weekend durante l’anno, è difficile affezionarsi a questo appartamento così meno luminoso, meno spazioso, meno funzionale, meno ricco di ricordi rispetto alla nostra vera casa. L’abbiamo riempito, si fa per dire, con gli scarti dei mobili  houstoniani da quattro soldi perché quelle poche cose belle prese là le abbiamo mandate a casa vera, e così sui mobili da quattro soldi i bambini possono disegnare, pasticciare e far quel che gli pare.  Tutti i quadri li abbiamo mandati a casa vera, e abbiamo affidato le pareti alle produzioni artistiche della prole. Anche i libri li abbiamo rispediti tutti alla casa vera, tranne quelli dei bambini. In capo a dodici mesi finalmente abbiamo metà librerie di nuovo occupate, che all’inizio quel vuoto metteva proprio la tristezza.

Un paio di mesi fa ci è stata dato invece ufficialmente il contro ordine e quindi staremo ancora qui un anno, forse due. Siamo andati a comprare dei posters e delle cornici per appendere degli acquerelli di mia mamma, ho deciso di accessoriare la finestra bow window con varie allegre cosucce prese da Tiger e affidare le due finestrine laterali al gusto delle bambine. Ho riordinato e regalato e gettato tanto superfluo, inutile, rotto. Un trasloco nel trasloco quasi. Così mi son passate per le mani le tracce di questi 12 mesi, quel che ci siamo portati dietro e quel che è successo da qui in poi.

Com’è vivere a Londra?

Non ci manca nulla, stiamo bene, è la mia risposta piu’ sincera.

Né pianti inconsolabili sulla Bruttezza di Houston, nè dichiarazioni d’amore sperticate per Varsavia.

Nel senso che sì,  io sto qui a Londra, ma la mia vita è quella di una mamma che corre su e giù tra scuola, spesa, medici, ricette, farmacie, incombenze domestiche, emergenze giornaliere di internet che non funziona, il council che vuole verificare la tubatura, il piccolo che oggi vuole solo stare in braccio perché ha il dente che fa male, la vicina che passa al volo per offrirti un caffè insieme, le scarpe della divisa da ricomprare perché 4 piedi su 4 son cresciuti in una notte di colpo,  finché alle 15.30 scatta il gong e si mette a giocare, educare, nutrire, coccolare, rispondere a mille domande (o anche la stessa ripetuta mille volte :-D) e naturalmente dal mattino fino alla sera a ripetere a disco rotto sempre le stesse cose e riordinare il casino che si autoricrea impietoso come terminator dalle gocce di argento.

Sì, capita che un giorno passi davanti al Big Ben o finisca a Soho per fare una passeggiata con un’amica, che venga invitata a una festicciola cool al pub (per poi finirci chiusa dentro mentre a 500 metri sparano agli attentatori) o che porti i bimbi ai giardini di Kensington o mi infili da Liberty, ma potrei essere in qualunque città  e sarebbe davvero lo stesso ritmo, le stesse cose da fare… cambierebbe solo la logistica perché qui mi muovo a piedi e coi mezzi, altrove passerei ore in auto o andrei solo a piedi. Vivo piccoli istanti di Londra quella volta che capita di poter fare una passeggiata senza commissioni particolari o quando sull’autobus chiacchero con la vicina, ma in termini socialmediatici o peggio ancora istagrammatici la mia vita qui sarebbe piattissima e noiosissima. Il toast con l’avocado me lo mangio in cucina in piedi davanti al frigo, non sdraiata in Merchant Square a prendere il pallido sole su piedi perfettamente smaltati. Quando passo davanti a qualche landmark 19 volte su 20 il cielo è color luce e spenta e non verrebbe fuori nessuna di quelle belle foto che bloggers ben più famose di me gettano in rete per alimentare e sostenere il mito della Vera Vita Londinese Cool 😀

La mia vita qui è piena di gioie personali, di ritrovate e di nuove amicizie e Londra fa da sfondo fornendo anche alcune belle occasioni di incontro e di cultura,  ma forse semplicemente non è un momento della mia vita in cui la città dove vivo è co-protagonista della storia, come lo sono state soprattutto nel bene Varsavia e soprattutto nel male per i primi 9 mesi Houston. O forse è perché Londra mi fornisce quegli strumenti di vita quotidiana all’europea che mi bastano per essere serena e non ho tempo per cercare di prendere di più di quello che la città offre.

Tante volte la sola idea di passare un’ora in metro e un’ora in coda alla biglietteria per andare  a vedere un museo di sabato ci fa ripiegare su programmi molto più basici, mentre se fossimo turisti di passaggio accetteremmo quelle code e quegli spostamenti come il normale prezzo del viaggio.

Riflettendo su questo non mi sento in difetto, non mi pare di non sfruttare abbastanza il posto, perché so che sto sfruttando il più possibile il tempo con i bambini e con mio marito, che tra dieci anni quel tal museo e quel tal monumento  ci sarà ancora, mentre loro saranno più grandi e noi saremo più vecchi, e andando a visitare quel museo o quel tal monumento non ci saremo persi nulla rispetto ad averlo fatto dieci anni prima.

Ciò non significa che non mi interessi della politica e di quello che succede intorno a me, ma se al momento soffro di #Maydifegato e anelo segretamente che la Regina decida di prendere in mano la situazione e in virtù di qualche misterioso potere medievale invalidare il referendum Brexit, non provo l’urgenza di correre ad abbracciare, ascoltare, scoprire  Londra in sé, se ho un minuto libero.

Forse fossi arrivata a Varsavia in questo momento avrei lo stesso distacco rispetto a tutti i luoghi e posti che invece ho visitato con curiosità incessante quando vi sono arrivata con le bimbe piccoline. Forse è arrivata quella fase, che chissà quanto durerà, in cui davvero non importa se non a livello logistico, dove abiti, perché il meglio della vita è dentro, non fuori. Sono improvvisamente diventata un’esploratrice da interni 😀

Valentina Inghilterra

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Author

Valentina Inghilterra

A vent'anni mi immaginavo nel futuro come una Ally Mcbeal:in ufficio a Bruxelles o l'Aja a vivere del sacro fuoco del diritto comparato, sfigatissima in amore ma con un bellissimo gruppo di amici. Invece mi sono ritrovata sposatissima, senza nessun ufficio a gestire una famiglia sempre più numerosa e dislocata tra conti alla rovescia del prossimo atterraggio e della prossima partenza. Dopo 8 anni in Europa pieni di esperienze interessanti e sfide arricchenti, sedici mesi per me molto duri a Houston, Texas, siamo approdati felicemente a Londra. Il mio cuore batte ancora incessantemente per Varsavia, che sento come la mia vera casa. In attesa di tornarci, nei coriandoli di tempo libero studio scrittura creativa e mi esercito a raccontare storielle.

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