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Da Singapore: Federica

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Federica è una piccola donna, dagli occhi grandi, il sorriso sempre pronto e la battuta brillante. Sarà un caso se tanti grandi comici sono genovesi come lei?  Dal polveroso Kuwait è finita nella linda e organizzata Singapore, la svizzera dell’Asia. Non ha un blog, ma spesso scrive per le mamme nel deserto. E  in tanti aspettano che presto ne apra uno tutto suo. Oggi ci racconta la sua storia:

I migliori anni della nostra vita.
Questo non è il solito pezzo cazzone. Qui non si ride, si riflette.

L’expatmarito ha firmato il rinnovo del contratto. Dopo un’amena ed interminabile negoziazione, mi dicono dalla regia che staremo a fiorire a Singapore ancora un anno e mezzo o forse più. Che, sommati ai due anni sempre qui all’equatore e ai due anni kuwaiti, farà in totale quasi sei anni di espatrio. Sticazzi.

Non ho ancora avuto cuore di comunicarlo ai nonni. Non penso la prenderanno molto bene. Io la expat non la volevo fare. Perché secondo me, expat si nasce, e io sinceramente non lo nacqui. Nel mio samsara precedente (per i non usi alla cultura indiana, dicesi samsara il ciclo della reincarnazione, o il profumo di Guerlain) io ero un muschio o un lichene o una muffetta saldamente ancorata ai muri di piazza dello Zerbino, Genova, Italy. Me ne stavo felice insieme al maritononancoraexpat in un grazioso appartamento in affitto dai soffitti alti cinque metri con tanto di stucchi gessati in un palazzo primi novecento della Genova bene, a 300 metri da mamma e papà. Lavoravo come medico in pronto soccorso. Ero anche piuttosto brava, a sentire gli altri. Un po’ stressante, onestamente.

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Un bel giorno il maritononancoraexpat mi dice: mi piacerebbe fare un’esperienza all’estero, un anno e mezzo, massimo due. Tusippazzo-rispondo io. All’estero andiamo già in vacanza. Siamo stati in Australia in viaggio di nozze, due volte a New York, ci siamo girati tutta Europa, sono già esperta di estero. So ordinare cappuccino e brioche in almeno cinque lingue. Sarebbe interessante, dice lui, potresti prenderti aspettativa. Confermo, tusippazzo. E la mia mamma? E il mio papà? E il Pidocchio in arrivo? E questa bella casetta? Che idee balzane ti passano per la mente?

Ne parlavamo tutte le sere. Alla fine ho cominciato a valutare l’idea. Che cosa vuoi mai che siano due anni in tutta una vita? Un battito di ciglia. Potrei crescere il mio Pidocchio, vuoi mettere il pregio di stare con mammà? In realtà facevo la furbetta del quartierino, ero convinta che non saremmo mai partiti.

Nel frattempo comincia ad arrivare l’omino dei traslochi e mi porta le scatole di cartone. Ma io dico: succederà qualcosa per cui non potremo partire. Poi nasce il Pidocchio, le scatole proseguono, i biglietti sono prenotati. Io penso: c’è sicuramente un tragico errore, adesso salta tutto.

Invece non si sa come, un mattino, precisamente alle 4.30 del 1 di aprile 2011, mi sono trovata su un taxi. Abbiamo girato l’angolo e il bel palazzo antico dove è nato il Pidocchio è scomparso. Tutti i miei possedimenti in due valigie, il resto in 50 scatole in un magazzino non so dove. Cazzo, allora ce ne andiamo davvero? No forse no, ora ci facciamo un bel Genova-Roma, si va a vedere Piazza di Spagna e poi torniamo indietro. Invece il mio tozzo culone si è ritrovato su un aereo della Qatar Airways, Roma-Doha, Doha-Kuwait. Pidocchio di cinque mesi impeccabile durante tutto il volo, sempre saldamente ancorato ad una tetta.

Alla fine siamo arrivati. Aeroporto brutto. Gente seduta a bivaccare per terra. Tutte queste donne con il velo nero. Tutti che ci guardavano, soprattutto i miei capelli corti. Che avrete da guardare voi? Un mesetto in albergo mentre cercavamo casa, perché noi siamo quelli che il gruppo viaggia compatto, non esiste che ci separiamo, facciamo tutto insieme. Nonna che dice al telefono: io tuo marito lo odio, mi ha portato via il Pidocchio, non lo perdonerò mai. Peccato fosse in vivavoce.

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Il resto poi forse lo sapete già: la messa pasquale, l’incontro con Drusilla e nostra folgorazione come Paolo sulla via di Damasco, le British Ladies, il club, tanti amici, l’arrivo di Mimma e poi di Manu. Insomma si stava bene. Per non saper né leggere né scrivere però ho passato due anni a dire: io sono qui in Kuwait, ma tanto siamo a scadenza noialtri, tanto torniamo in Italia eh, che vi credete?

Infatti siamo finiti dall’altra parte della terra, cosi lontani da casa che quando con l’aereo passo sul Golfo mi dico: apperò sono quasi arrivata.

Il tempo è passato veloce. Panta rei dicevano una volta. Mi sembra tutto cosi diverso. Non è che stai via quattro anni e poi torni come se nulla fosse. Si cambia parecchio. Noi cambiamo, gli altri cambiano, la vita in patria prosegue perfettamente anche senza di te, anzi ad un certo punto ti senti vagamente incompreso. Perché quel sentimento “io ho visto cose che voi umani non potreste neanche immaginare” ti si attacca dentro, te lo porti in giro sempre, poi ogni tanto spunta nelle situazioni più disparate, e allora capisci che qualcosa si è rotto. Come diceva Rambo? Io in Vietnam guidavo elicotteri da un milione di dollari, qui non mi fanno fare neppure il parcheggiatore.

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L’expatmarito ha creato un mostro. Il lichene che non voleva staccarsi dal muro si è trasformato in expat d’assalto. Io vedevo mammina due volte al giorno, ora lui mi ricorda di telefonare a casa. E’ convinto di aver privato il mondo di una nuova Rita Levi Montalcini. Sarà. So di scandalizzare i benpensanti e le femministe dicendo che il mio lavoro per adesso non mi manca. Ho studiato tantissimo, direi troppo. Mi sono bruciata mazzetti di neuroni e fasci di dendriti sui libri. Da quando tengo creatura sono diventata sensibile alle tristezze ospedaliere. Non so se riuscirei più a fare “lustra e scarica”, cioè stabilizza il paziente e spediscilo veloce veloce in reparto.

Sto benissimo così. Vivo le mie due vite parallele, quando sono a Singapore mi godo la vita qui, anche se mi piace lagnarmi dei locali e rimpiangere l’Italia, quando rientro in Italia ne apprezzo pregi e difetti, ma gli orientali mi mancano. L’idea di un potenziale ritorno mi atterrisce, mi sembrerebbe di dire la festa è finita.

Prima o poi torneremo alla base, il Pidocchio io lo vorrei stabile durante le elementari, che inizierà tra due anni esatti, e onestamente vorrei le facesse in Italia. Ma quando mi guarderò indietro, penserò che questi sono stati i migliori anni della nostra vita.

Risentitevi un po’ Renatuzzo, va, io me ne torno ai post cazzoni.

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