Family&Kids

Nella Sala Ritiro Bagagli la valigia più pesante è nel mio cuore

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Written by Amiche di fuso

Sala Ritiro Bagagli dell’Aeroporto di Linate, Milano.

Una tizia si blocca a pochi passi dalle porte automatiche dell’uscita e scoppia in singhiozzi, vicino ai Carabinieri.

Hai visto quella signora che piange ?

Eh, che facciamo, le chiediamo se ha bisogno di aiuto?

Mah, sicuro che è straniera col bambino tenuto così su, bionda… è appena arrivato il volo da Amsterdam.

Io non so consolare bene nemmeno in italiano.

Vabbé, se ne sta andando.

Chissà che ha poverina, per piangere così.

 

Sono in volo sopra l’Atlantico, le luci sono basse e dovremmo tutti dormire: il piccoletto sulle mie ginocchia è bello vispo, io apro il computer, che di vedere film non ne ho voglia.

Fino a poco fa ho ballato sulla musica di altri pensieri.

Stamani ho dimenticato di portare il lunch box all’asilo, così quando sono tornata all’ora di pranzo con i due contenitori ancora caldi, mi sono ritrovata inaspettatamente travolta dalla loro gioia: Mamma che bello ci hai portato la pasta appena fatta! E me le sono baciate e abbracciate ancora, ammirandole nella loro bellezza un po’ rinascimentale e un po’ selvaggia, quei momenti che non mi par vero siano le mie figlie.

Di certo è la prima e l’ultima volta che volo senza tutta la prole al completo sopra l’oceano, non avrei mai potuto fare il genitore lavoratore in trasferta intercontinentale come ha fatto per anni mio marito. Mi diceva che gli mancavamo ed era inquieto, ma solo ora capisco cosa significhi questo tipo di inquietudine e non è un sentimento che posso sostenere.

La piccola gioia di sentirsi già in Europa, già a casa, per il solo fatto di ritrovarsi davanti a tutti nelle code, grazie alla unanime spontanea gentilezza degli altri passeggeri all’imbarco, parlare in inglese, in francese, in italiano, e condividere dove si torna a casa per le Feste. Parigi, Amsterdam, Anversa, Bruxelles, Colonia, Milano, Firenze.

Messaggi di partenza al mio amore che rimarrà ancora a Houston una settimana con le bambine e poi ci rivedremo a Varsavia, per fare Natale nella nostra vera casa.

Messaggi di arrivo alla mia mamma, che mi attende da quell’ultimo abbraccio in ospedale, più di due mesi fa.

E adesso che sono quassù, scollegata da tutti, è giunto il momento di pensarci.

E’ la prima volta che torno da quando il mio babbo non c’è più.

Non ci sarà lui dietro quelle porte che negli ultimi dieci anni si sono sempre aperte al grido di Babbo! prima e di Nonno! poi.

Non ci sarà più lui a dirmi Te sei matta e prendermi di mano i bagagli pesanti che io avrò tirato fino a quel momento, insieme ad almeno una creatura nel marsupio quando non nella pancia, e poi due e poi tre.

Non avremo più la nostra chiaccherata di recupero dall’aeroporto a casa, perché sai la tua mamma è più brava di me a parlare su skype, quella in cui gli raccontavo a che punto erano tutti i nostri progetti e lui mi raccontava i loro, e poi ci facevamo il riassunto di politica, storia ed economia.

Sono grata al destino di esser riuscita a tornare in tempo per vederlo ancora vivo: essere lontani nel momento in cui vorresti essere vicino per dire addio, è una delle più grosse paure.

Mi si è spezzato il cuore mentre gli facevo l’ultima valigia, col vestito e la cravatta belli che aveva il giorno del mio matrimonio, ma nonostante tutto sono partita ancora con la piccola speranza che un qualche miracolo sarebbe potuto succedere, prima dell’ultimo respiro, perché lui era buono e se lo sarebbe meritato.

Ogni giorno da allora, ho risposto alle domande delle bambine: perché il nonno è morto? perché si è ammalato? Perché i medici non potevano guarirlo? Perché ora è sulla stellina come il piccolo principe ? Se diventiamo astronaute andiamo a prendere il nonno e lo riportiamo giù così ci legge la storia.

Ogni giorno da allora ho pensato a mia madre, a come posso sostenerla, confortarla, aiutarla, motivarla: abbiamo parlato ogni giorno di faccende pratiche di breve e lungo termine. Vorrei portare anche la mia mamma lontano, non vorrei che rimanesse schiacciata dentro una casa piena di ricordi.

Noi non siamo stabili in un luogo fisso, non ancora per i prossimi anni, e questo signfica che per stare più vicini lei deve volare di più, diventare più autonoma e fisicamente abile all’età in cui invece di solito ci si inizia a far aiutare e si comincia a essere più deboli. In questa settimana nella quale saremo insieme per la prima volta io e lei, senza babbo, prenderemo treni e aerei e spero che lei vedrà che nonostante gli ovvi acciacchi dovuti alle terapie passate, ce la può fare. Mi auguro che creeremo un progetto per lei, che possa fondare la sua nuova vita, senza babbo sì, ma pur sempre vita, che vale la pena di essere vissuta.

La mia preoccupazione per la sofferenza delle bambine e quella di mia madre non mi permette di concentrarmi su altro: vivere lontano in queste settimane mi ha permesso di scappare dal mio dolore, perché ero abituata a non vedere i miei qualche mese di fila.

Lo so, non ho ancora cominciato ad elaborare il mio lutto, e non è una buona cosa.

La verità è che mia madre ha avuto tre volte il cancro negli ultimi vent’anni e tre volte è guarita, non posso ancora crederci che a mio padre sia venuto il cancro una volta e non ci sia stata battaglia.

Vorrei non essere arrabbiata con l’Universo, perché è una fatica inutile, come mi ha detto un’amica che ha vissuto lo stesso dolore. Ma se ci penso, mi arrabbio eccome.

Sarà la prima volta che non ci sarà il mio babbo a prendermi all’aeroporto.

L’annuncio delle turbolenze, il piccoletto finalmente dorme, ora salvo e spengo il pc, proverò a dormire un po’.

E se puoi, dalla tua stellina, proteggici in tutti questi voli e in questi spostamenti che servono per comporre insieme la nostra famiglia, che era il tuo sogno da ragazzo, quello di fare il pilota.

Valentina, Houston

Ha collaborato con Amiche di Fuso da luglio 2014 a giugno 2018

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Amiche di fuso

Amiche di fuso è un progetto editoriale nato per dare voce alle storie di diverse donne, e non solo, alle prese con la vita all'estero. Vengono messi in luce gli aspetti pratici, reali ed emotivi che questa esperienza comporta e nei quali è facile identificarsi. I comuni denominatori sono la curiosità, l'amicizia e l'appoggio reciproco.

11 Comments

    • Ciao Valentina, credo che noi ci siamo già conosciute con scambio di messaggi quando ancora eri in Polonia e un’ amica in comune (che ha un cuore grande!), ci ha messe in contatto quando il mio bimbo ha avuto la polmonite. (Inutile dire che sono grata a entrambe per il grande supporto in quel momento..!)
      Ma adesso scrivo in risposta al tuo post. Perché mi ha commossa. Perché ci sono dentro. Anche se sono passati due anni e mezzo e non due mesi. Ma lo stato d’animo è sempre lo stesso.
      Io non credo che tu non abbia ancora metabolizzato la tua perdita, forse avresti bisogno di uno sfogo, di poter piangere e gridare il tuo dolore, ma non lo puoi fare perché sei mamma e figlia. E di conseguenza non puoi lasciarti andare, solo per te stessa. Io non voglio scoraggiarti ma ti posso dire che il cuore non si ricucisce. Ti mancherà sempre, e sarai sempre arrabbiata col mondo intero quando ripenserai al perché e come se n’è andato. A ogni occasione vorresti raccontargli progressi e cambiamenti della famiglia, in attesa di un suo giudizio e/o incoraggiamento. Col passare del tempo avrai sempre lo stesso magone allo stomaco ogni volta che ritiri i bagagli.
      Ma ti abituerai a convivere con la sua assenza. Lo cercherai… e lo troverai nella tua educazione e di conseguenza in quella delle tue bimbe. Nel loro carattere. E sarai orgogliosa di questo.. Sentirai la sua presenza, ovunque tu sia, perché ad ogni difficoltà andrai a rovistare negli innumerevoli tomi dei suoi insegnamenti. E questa sarà la tua forza.
      Un abbraccio!

    • mi ha fatto anche piacere come il paragrafo sulle nonne expat abbia preso risalto sui commenti della nostra pagina fb perche’ in questi casi le nonne devono veramente tirare fuori risorse nuove mentre contemporaneamente diventano vedove, una situazione difficile ma inevitabile

  • Sono passata nella tua stessa situazione proprio un anno fa… Anche mia mamma è venuta a mancare giovane per un cancro… 10 mesi ed è andata via… Capisco benissimo cosa provi, quanto la distanza, in questo casi possa sembrare quasi una via di fuga… Non fartene una colpa se non hai ancora elaborato il lutto… Ognuno lo elabora a modo suo e con le proprie tempistiche… Piano piano il dolore si trasformerà in ricordo e farà meno male… Non avere fretta… E quando sei giù, aggrappati forte a tuo marito, sarà la tua ancora… Un abbraccio

  • Cara Valentina, come va?
    Rileggo questo post dopo vari mesi, spero che la vita sia andata avanti, con i suoi alti e bassi, ma soprattutto carica di energia, come ci hai dimostrato sempre in tutti questi anni di blog.
    I lutti sono diversi per ognuno di noi, ma tu oltre alla famiglia da cui provieni hai anche quella che hai formato tu.
    Fatti forza pensando che grazie a loro la vita di tuo padre continua.
    Un abbraccio

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