#expatimbruttito

Expat vs. Cucina

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Written by Alessia Louisiana

C’era una volta un mondo senza internet a continua portata di mano, dove l’expat si trovava da sola a prendere decisioni su due piedi, molte volte mentre era in quel luogo misterioso e spaventoso che è il supermercato del nuovo paese.
Ormai sono un po’ immigrata di lunga data, ma mi ricordo benissimo di come andava la vita in quell’epoca, quando non c’erano gruppi, blog, forum e chi più ne ha più ne metta, a soccorrerti quando si trattava di quella questione di vita o di morte che è fare la spesa.

Perché niente è più essenziale che mangiare quando torni famelica da quelle 8-10 ore di lavori forzati con pausa di 20 minuti a cui ti costringe il datore di lavoro americano medio. Roba che il mio stomaco ad un certo punto m’ha detto “mangia ora, poi facciamo che io a digerire mi ci metto quando ti siedi stasera sull’autobus, che in 20 minuti non si può fare”.

Ricordo benissimo tutte le cose immangiabili che ho comprato pensando che fossero altro…  anche un po’ spinta dalla fame di cui sopra che mi lasciava poco spazio per indagare approfonditamente… Dal salmone in scatola alla creme fraiche, fino a cose inumane tipo le rotelle di liquirizia salata che dovrebbero essere bandite dall’ONU da quanto fanno schifo.

Perché tu, cara la mia expat de ‘na vorta, tu ti preparavi il menù in testa, tipo: stasera penne con panna e salmone (tanto per citare due ingredienti di cui sopra). Poi partivi tutta convinta, affrontavi l’inverno di GOT che è chiaramente stato ispirato da uno dei reparti frigo/freezer dei supermercati americani, e ti mettevi a cercare gli ingredienti che ti separavano dalla tua cena.

Poi però ti ritrovavi con un numero di scelte devastanti tra cui pescare quello di cui avevi veramente bisogno. Avrò passato 2 dei 10 anni qui a leggere gli ingredienti sulle confezioni… con tanto di bocca aperta tipo pesce in apnea.

Esempio: prima di trovare un sostituto della panna da cucina ho dovuto passare tutto un periodo di trial and error che manco al MIT di Boston. In mancanza di un laboratorio e delle competenze necessarie per completare test biochimici e fisici, mi sono affidata al metodo expat vecchio stampo: nel dubbio comprane due, portali a casa e assaggiali prima di metterli a cuocere.

Il risultato erano sempre scene dove avevo la stessa faccia che fanno i bambini la prima volta che gli dai una fetta di limone.

Ma come faranno alcuni esseri umani a mangiare delle cose così?! Che poi non c’è niente di peggio che addentare qualcosa e aspettarti, con convinzione, che abbia un sapore totalmente diverso.

Come si fa a rovinare della semplice salsa di pomodoro mettendoci dentro la qualunque?! Roba che per trovare una passata (anche lì, auguri a capire quale sia la passata all’inizio) che avesse solo sale e magari una foglia di basilico, devi girarti tutti i barattoli dello scaffale. C’è stato un momento dove un impiegato del supermercato dove andavo e dove poi ho lavorato, è venuto a vedere se stavo avendo una crisi schizofrenica (probabilmente perché, sotto voce, sillabavo anche quello che leggevo sull’etichetta) e sì che stavo solo cercando del pangrattato che contenesse solo PANGRATTATO. Mosso da pietà mi aveva assistito nella ricerca e ne ero uscita vincitrice.

Peccato che con tutte ‘ste ricerche, il tempo per fare cena diventasse sempre meno e qualche volta, all’ambizioso menù, finiva che sostituissi qualcosa di pessimo, come chips and salsa, prima di svenire sul letto e prepararmi ad un’altra giornata in galera.

Che poi questo aveva ripercussioni anche il giorno dopo… su quei famosi 20 minuti di pausa: infatti, se  la sera prima non ti preparavi il pranzo da portarti dietro, finiva che dovevi andare a comprare qualcosa da asporto. Eh lì era un altro dramma.

Perché un panino con una mortadella o un prosciutto che sia buono abbastanza da poter essere mangiato in solitaria accompagnato solo da pane, mi dispiace, qui non c’è. Per nascondere la qualità degli ingredienti, tutti un po’ scadentelli, finisce che per ordinare un panino devi conoscere a menadito tutto il menù e le combinazioni aberranti offerte dalla catena di turno. Tipo che io da subway non ci andavo nemmeno prima di scoprire l’intolleranza al glutine perché mi veniva l’ansia. Troppi ingredienti, troppe domande, io voglio solo un fottutissimo panino da azzannare in corsa che c’ho solo 20 minuti di pausa e tu me ne stai facendo perdere 10 solo per ordinare!

Ma diciamo che, come dico sempre, nella vita ci si abitua a tutto, pure alla salsa bbq, e finisce che poi, dopo anni di prove e contro prove, trovi dei sostituti quasi  accettabili degli ingredienti, ma è talmente tanto tempo che non mangi la cosa originale che non sai manco più se il gusto che ti ricordi era giusto e finisci per sostituirlo con quello che hai ricreato qui. Il passo successivo è che userai il bacon per la carbonara perché il guanciale non esiste e una vaschetta di pancetta costa un rene e tu sei nata con solo due… E quindi ora usi bacon o salted pork se proprio non c’hai una lira.

Insomma, quello che non ammazza, ingrassa e io ne sono la prova.

Alessia, Louisiana

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Alessia Louisiana

Pigra e sarcastica, ma piena d’ironia e con un cuore enorme.
Travolta dal destino (e non nell’azzurro mare di agosto), sono finita a vivere nella città che sognavo, patria di Jazz, Bayous e alligatori.
Tra uno shot whiskey e un crawfish boil, vivo avventure strambe in compagnia di personaggi improbabili.

2 Comments

  • Anche se adesso c’e’ internet a portata di mano, ma quante ore servirebbero al supermercato per tradurre con Google Translator? Tutte le etichette qui sono solo rigorosamente in turco, e se i prodotti vengono dall’estero gentilmente ci mettono sopra un adesivo con la traduzione in turco e quindi se vuoi leggere sotto devi cercare di nascosto di sollevare l’adesivo senza romperlo e leggere cosa c’e’ scritto sotto… il risultato? compro il triplo delle cose che mi servono sperando di trovare la cosa giusta! e prima o poi mi mettero’ a imparare il turco 🙂

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