Vivere all'estero

Tornare a Riyadh

Written by Drusilla Melbourne

Manca poco all’atterraggio.
Dal finestrino inizio a scorgere le prime luci nel buio della notte.
Poco a poco si avvicina la città. Lo capisco dalle luci in fila, come a dare un ordine a questo luogo caotico, polveroso e contradditorio.
Non riesco a togliere lo sguardo da quel finestrino.
Le luci sotto di noi mi hanno rapita e improvvisamente mi si riempiono gli occhi di lacrime. Non capisco se sono più emozionata all’idea di riabbracciare mio marito o di rimettere piede in questa città. Fortunatamente l’aereo è avvolto nel buio, solo i piccoli schermi dei televisori sono illuminati. Al mio fianco siede una giovane ragazza libanese. Mi ha raccontato che non scenderà a Riyadh, il suo ragazzo la attende in Bahrein.

Eccoci, ci siamo.
Le ruote hanno toccato terra.
Sono tornata a Riyadh…

Ad attendermi un aeroporto stranamemente ordinato, pulito e ben organizzato.
Mi metto in fila per il controllo passaporti in mezzo ad una moltitudine di lingue, abiti, profumi, colori e culture.
Sorrido.
Chiudo gli occhi per un istante.
Respiro profondamente cercando di immagazzinare tutti gli odori che mi circondano.
E improvvisamente mi rendo conto che tutto questo mi mancava.

Dopo pochi minuti di attesa arrivo al controllo passaporti e visti. Tra le mie mani tengo il passaporto e il visto turistico. Quello che da poco è stato introdotto qui in Arabia Saudita.
Con estremo piacere scopro che ai banconi dei controlli lavorano tutte donne.
E’ la prima volta che vieni a Riyadh?” mi chiede la ragazza dai grandi occhi verdi.
Rispondo che ho vissuto qui per tre anni e poi le chiedo se le piace questo lavoro. Mi racconta che è molto contenta e che, grazie al visto turistico, stanno entrando nel Paese tantissime persone.
Dopo aver preso le impronte digitali, e avermi scattato la foto mi saluta dicendomi: “Welcome back to Riyadh!”. Il suo viso è quasi completamente nascosto dal tessuto nero, ma grazie ai suoi grandi occhi riesco a scorgere un sorriso.

Eccolo laggiù.
Mio marito mi attende emozionato e felice.
Non lo abbraccio e non lo bacio, in pubblico è vietato qui.
Mi limito a stringere la sua mano tra le mie.
Poi ci incamminiamo a passo svelto verso l’auto…

Tornare a Riyadh è stata una grande emozione.

Mi sono riposata.
Ho deposto le armi, tolto la corazza e ho sciolto le mie infinite tensioni.
Vivere da sola con due figli significa non mollare mai la presa, gestire tutto ciò che riguarda la famiglia, non potermi mai permettere di lasciarmi andare. Perché vivere lontani non è impossibile, ma è un gran casino!

Tornare a Riyadh mi ha restituito la bellezza del viaggiare.
Certo, non ho scelto il momento migliore, visto quello che sta accadendo nel mondo. Ma vivere all’estero mi ha insegnato ad accettare ciò che accade attorno a me e a capire che difficilmente puoi controllarlo. Ho imparato ad apprezzare anche le piccolo cose.

Tornare a Riyadh ha riacceso in me la voglia di fotografare, restituito la curiosità e osservare le differenze culturali.
Due anni fa ho salutato un paese ricco di restrizioni, regole non scritte e contraddizioni.
Oggi ho trovato un Paese che sta cambiando. Molte sono le novità di Riyadh, si vedono e respirano tutte.

Tornare a Riyadh mi ha regalato il piacere di parlare inglese con dei madrelingua. Non potete capire quanto mi mancava sentir parlare questa lingua con tutti gli slang del caso.
Per una settimana ho detto basta al tedesco!!!!

Tornare a Riyadh ha significato anche scontrarsi con aspetti poco piacevoli.
Mi ha riportato nella realtà del compound: la prigione a 5 stelle. Sì perché quando mi chiedono cos’è un compound rispondo sempre che assomiglia ad un villaggio turistico con palestra, supermercato, piscine, caffè, ristorante, lavanderie, stradine pulite e piante ben curate. Ma questo villaggio è circondato da mura alte con filo spinato in cima. E per entrarci bisogna superare ben tre gates di sicurezza con militari armati e personale addetto che controlla badge/documenti.
Inoltre, tornare a Riyadh mi ha anche ricordato quanto sia noioso dover dipendere da un autista (quando hai la fortuna di averne uno) o dal bus del compound.

Insomma, tornare a Riyadh mi ha ricordato e riattivato il mio cervello expat.
E mi ha fatto tornare la voglia di ripartire.

“Il cervello expat è mobile, non è programmato per restare, trova la sua stabilità nel transitare.”

Ed io sento forte il bisogno di transitare…

Drusilla, Brunico

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Author

Drusilla Melbourne

Expat per amore. Mamma di due terribili quanto adorabili maschi.
Nata nell’afosa e nebbiosa pianura padana, cresciuta con la voglia di andarmene a scoprire il mondo. Fidanzata da sempre con un imprevedibile uomo che mi ha portato prima in Libia, poi in Kuwait ed ora in Arabia Saudita. Appassionata della vita expat. Amo scoprire nuove culture, relazionarmi con nuovi mondi, leggere, pasticciare con i miei figli e vivere circondata dalla natura.

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