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Mi sa che fuori è primavera – Concita De Gregorio

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Primo giorno di vacanza. Sono in aereo, un volo non lungo, ma neanche troppo breve, quando inaspettatamente il sonno di mio figlio mi concede un po’ di tempo per me, per leggere. Il kindle mi aveva abbandonata a tradimento la sera prima, quindi ero entrata nell’edicola dell’aeroporto, a caccia di qualche libro che potesse farmi compagnia nelle due settimane successive, che io senza libri non so proprio stare. Li cerco velocemente, mi ricordo un paio di titoli consigliati da amiche e poi vedo questo e me ne lascio attrarre così, a pelle, come accade spesso, con le persone, come con le storie. Si tratta di Mi sa che fuori è primavera di Concita De Gregorio.

In verità non è un libro sull’espatrio, ma tratta di un terribile caso di cronaca di qualche anno fa, che forse ricorderete: Irina è una brillante avvocatessa italiana, colta e cosmopolita, dirigente in una multinazionale, che vive a Saint-Simon, vicino a Losanna, con il marito Mathias, ingegnere svizzero tedesco e le loro due gemelle di 6 anni, Alessia e Livia. Il matrimonio mostra i suoi lati d’ombra sempre più ingombranti e finisce, apparentemente senza scossoni. Quindi Irina chiede il divorzio. Il 30 gennaio 2011 il marito prende le bambine e sparisce. Dopo 5 giorni di viaggio, attraverso la Francia e la Corsica, arriva a Cerignola, in Puglia. Parcheggia, va in stazione e si lascia travolgere da un treno. Delle due gemelle non si è saputo mai più nulla, resta solo un biglietto: «Le bambine non hanno sofferto, non le vedrai mai più». Concita De Greogorio dà voce alla protagonista riportando i fatti di quei giorni sulle pagine, in forma semplice e pacata, ma incalzante, con una serie di messaggi, lettere, liste, cercando di dar voce a una situazione così grande e terribile, che la nostra lingua non ha una parola per definirlo: una madre privata delle figlie.

Tuttavia il libro non è un racconto dei fatti, ma un viaggio nell’anima della protagonista, il viaggio che la porta a fare quello che pare impossibile: sopravvivere all’assenza, ricomporre i pezzi, ricominciare ad amare.

E’ un libro che parla di dolore, di amore anche, di assenza, di forza, della vita. Un libro che tocca in maniera apparentemente semplici e lieve così tanti nodi che se ne rimane profondamente coinvolti.

Un racconto che mi ha travolta. L’ho letto in un fiato. Perché è costruito quasi come un thriller psicologico, pur non entrando mai in dettagli e senza nessuna concessione al sensazionalismo, anzi. Perché nessuna madre può rimanere insensibile a una tragedia simile, ovvio. La tragedia delle tragedie, così terribile che nella nostra lingua non c’è un nome per raccontarla. Ma anche perché il padre è svizzero tedesco e la madre italiana, e si indugia a volte su qualche riflessione, sempre pacata, sulla Svizzera. Irina ovviamente si tormenta, chiedendosi come abbia fatto a non riconoscere il pericolo nell’uomo che le viveva accanto. E ogni tanto dice sì, forse la sua ossessione per le regole e l’ordine io l’ho scambiata con la rigidità caratteristica di questa cultura. Ma poi si dice anche: non è razzismo al contrario? Lo stesso che ha subito lei. Lo stesso, che l’ha confinata in una solitudine profondissima, che ha contribuito a non ritrovare mai le sue figlie, non scoprire mai tutta la verità. Perché l’indagine è stata superficiale e frettolosa, viziata dal pregiudizio contro Irina, italiana, donna, mamma lavoratrice, che oltretutto aveva avuto la colpa di volersi separare, da uno svizzero, poi. «Tranquilla signora. Suo marito è svizzero tedesco, non brasiliano. Tornerà» la liquidò un poliziotto la sera della scomparsa.

Io spesso lo dico, della Svizzera: così vicina, così lontana. Con un’immagine esterna così patinata, che non rende davvero l’idea. Si pensa che i paesi nordici, freddi davvero, siano altri. Parlavo la settimana scorsa con un’amica che ha vissuto nella Svizzera tedesca ed ora sta in Finlandia, e mi raccontava che i Finlandesi sono molto più aperti degli Svizzeri. Pare una di quelle sciocche barzellette, ma non fa ridere se ci si trova dentro. Non voglio cercare il mostro dove non c’è, e ci mancherebbe. Perché dopo un po’ impari a conoscerla, a difenderti, a non sentirti più dalla parte sbagliata. Generalizzare alla fine è sempre una semplificazione assurda ed io ho conosciuto anche degli svizzeri squisiti, ovviamente. Voglio solo far riflettere su un lato un po’ poco conosciuto, forse, come la chiusura che rasenta il razzismo, il maschilismo, chiamiamolo essere conservatori, se vi piace. Perché io, che mi son sempre sentita a casa nei posti più strampalati, i primi mesi, forse anni, stavo male ogni volta che dovevo farci ritorno. E non capivo. Mi colpevolizzavo anche, per la mia improvvisa scarsa capacità di adattamento. E’ strano sentirsi di colpo inadeguati, ma in quella solitudine perdevo un pezzo di me stessa, del mio calore, della mia energia. E poi ho conosciuto altre straniere, di tutto il mondo. Le spagnole e le sudamericane ad esempio mi raccontavano che per due anni avevano pianto, prima di cominciare ad abituarsi. Fortunatamente la Svizzera ha dalla sua che è davvero internazionale, paradossalmente avrà più difficoltà chi cerca di integrarsi con gli Svizzeri, che chi capisce in fretta come gira il vento e si gode proprio la ricchezza umana e culturale che offrono gli altri tanti, tantissimi stranieri. E’ strano come un posto per tanti lati così semplice, per funzionamento, burocrazia snella, pulizia, ordine, bellezza naturale, possa poi rivelarsi così duro sul piano umano.

Poi vuoi parlare della Svizzera. Mettere in guardia il mondo intero dalla Svizzera, raccontare come si sopravvive alla Svizzera… Dovresti scrivere un manuale di autoaiuto, dici – ti accendi di allegria e vai a prendere da bere (…): un prontuario per gente costretta in Svizzera per lavoro, o per i casi della vita, così che sappiano, specie quelli che vengono dal Sud del mondo, a cosa vanno incontro e come difendersi se li assume una ditta svizzera, o se si innamorano di un Karl di un Mathias, di una Rose. Uno non ha idea, dici.

Tu che hai viaggiato il mondo intero e ti sei persa in Svizzera. Tu che hai non so quante lauree, parli non so quante lingue (…) ti sei dovuta arrender a quei due poliziotti (…). Anche quando racconti delle indagini tragiche, sconclusionate disordinate, confuse tardive, anche quando dici che ti trattavano con sufficienza perché eri italiana e donne per giunta, tuo marito al contrario uomo e svizzero. Non smetti mai di fare il verso ai due poliziotti da film comico che ti sei trovata di fronte e sembra di vederli, uno alto uno basso, uno magro uno basso, lì alla scrivania sgombra e linda. Ne imiti la voce, l’accento, gli sguardi. E quando parli della caricatura del potere, del capo della polizia del cantone che se c’è da chiedere un foglio a un altro cantone, dieci chilometri più in là, è subito rogatoria internazionale: impossibile signora, lei capisce, una spesa che non possiamo sostenere, TU che vai a Pechino in 24 ore a prendere un foglio, se serve.

(…) MA loro non ti ascoltavano. Signora, lei è di parte, faccia silenzio (…) Se ti avessero ascoltata, dici. Se avessero capito cosa stavi succedendo come tu lo avevi capito, forse avrebbero potuto fermarlo. Cinque giorni hanno perso. Tutti.

E allora parli del maschilismo, del razzismo. Di come una donna italiana in Svizzera sia veramente sola al mondo e dunque in pericolo, cento volte più che in qualsiasi altro luogo. Ma poi no, ti correggi: sei in pericolo ovunque, in realtà, quando le persone attorno a te non ti vedono, non ti credono. Immagino che capiti in ogni luogo, sì. Ecco, pensi: non di un manuale di autodifesa dalla Svizzera c’è bisogno, ma di un prontuario su come una donna possa farsi ascoltare, a chi debba appellarsi quando il paese in cui vive non ha gli strumenti per ascoltarla.”

P.s. Concita e Irina sarebbero felici se questo libro riuscisse a sostenere il lavoro prezioso di Missing Children Switzerland, fondata dalla stessa Irina.

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Author

Valentina Svizzera

Mamma di due bimbi scatenati, un’indole girovaga e curiosa e l’amore mi hanno portata a rimbalzare come la pallina di un flipper tra città e nazioni diverse, con un comune denominatore, il tedesco, nelle sue varianti e dialetti… e io che sognavo il mare, il caldo e idiomi più dolci! Tra le altre cose, autrice di libri per bambini, blogger, craftomane e pinnatrice compulsiva.

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