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Houston: 10 belle scoperte che porterò con me

Houston Sculpture Garden MFAH

Dopo  l’esperienza a Houston di Federica, e prima di quella di Marta, rimanendo sul concetto: il successo di un espatrio non dipende tanto dal posto, ma dal momento della tua vita in cui ci capiti, ecco il punto della mia situazione e un’amorevole e sincera lista di lati positivi che alla fine ho trovato durante questo travagliato espatrio.

A dicembre, dopo dodici mesi dal mio arrivo in lacrime all’Aeroporto Internazionale George Bush, ci hanno comunicato che il nostro visto sarebbe stato esteso per altri sei mesi. Lasceremo Houston entro fine maggio, forse torneremo negli Stati Uniti in futuro, ma non più qui.

Pochi giorni dopo, in un irreale 11 dicembre houstoniano a ventisette gradi, vestita in jeans e maglietta, mi sono imbarcata per le vacanze di Natale in Italia e in Polonia.

Lasciavo fuori dall’aeroporto il mio quotidiano sempre incastrato in una città dove ci sono più auto che esseri umani, ad un oceano di distanza dalle persone a cui voglio più bene nel mondo, logorata prima da una gravidanza vissuta all’insegna del timore per colpa di un sistema sanitario dove i medici con cui ho avuto a che fare, pur di evitare ogni remota possibilita’ di essere citati in causa, si sono affidati sempre e soltanto alle macchine anziché alla loro esperienza professionale. Quando in Europa questa estate è nato il mio sanissimo terzo bambino, mio padre ha iniziato la sua breve lotta contro un cancro di quelli davvero bastardi, che se l’è portato via in autunno. Ho affrontato il primo lutto della mia vita mentre contemporaneamente dovevo aiutare le mie bambine ad affrontare il loro primo irreparabile dolore.

Era il mio primo viaggio dove all’arrivo non ci sarebbe stato lui a prendermi, ma  in attesa al cancello di imbarco, per la prima volta in tanto tempo, mi sentivo allegra.  Forse solo quando non restano più lacrime, si riesce a ricominciare a sorridere. Ero determinata a spremere da ogni minuto europeo quanti piu’ momenti di amicizia, amore, gioia, possibili.

A vacanze finite, sono tornata ricaricata e rigenerata: già sul volo di ritorno, una piccola vocina interorie ha iniziato a farsi sentire ad ogni  intereferenza culturale sgradevole: non te la prendere, tanto tra poco scade il visto e te ne vai. Non solo: finalmente alleggerita dal peso di non sapere quanto a lungo avrei dovuto sopportare la nostalgia per com’era la mia vita prima di Houston, di colpo quell’agognata resilienza che tanto avevo cercato, sperato, implorato di trovare dentro di me, è iniziata a sgorgare con l’allegria di un ruscello di montagna. Vedere il bicchiere mezzo pieno é tornato a essere una delle mie principali abilità quotidiane.

Continuo a detestare la mancanza di spontaneità, il puritanesimo, l’attitudine alle armi, il sistema sanitario e molte altre cose. Ma per tutte coloro che sono in procinto di espatriare a Houston e cercando informazioni sono finite su questo post, ecco una piccola analisi di ciò che di positivo mi porterò dietro da questa esperienza, quegli arricchimenti che, se non fossi venuta a vivere qui, non sarebbero diventati parte della mia vita.

1) Il Cibo. Detto da una partita dall’Europa con il Bimby ed il terrore di doverlo usare per fare tutto, compreso il burro e il pane perché sennó saremmo stati travolti dai grassi di ogni tipo e dallo zucchero di mais ad ogni boccone di gelato o di pizza. Preoccupatissima dal come avrei fatto a trovare carne e pesce non farcito di antibiotici e ormoni. Frutta e verdura non geneticamente modificata. Altro che mancanza di frollini e stracchino, questa volta avevo timore di non riuscire a metter in tavola nulla di sano. E invece il cibo reperibile a Houston sia come prodotti nei negozi,  sia nell’offerta dei ristoranti, non solo mi ha stupito positivamente per qualità, ma mi ha fatto scoprire tanti sapori e abbinamenti nuovi, ed in particolare mi sono innamorata  della cucina Cajun, i cui piatti sono per me meno piccanti e più affascinanti della comunque ottima cucina messicana, l’altra grande influenza culinaria di questa zona. Gumbo, ceviche, crabcake, campechana, etouffee etc. sono diventati parte del menu casalingo settimanale: ho imparato a ricrearli da me senza seguire ricettari ma comprando spezie ed ingredienti dopo averli assaggiati già fatti nei ristoranti o dai messicani da cui compro il pesce. Sto già componendo mentalmente lo scatolone di preziosi basi, brodi e condimenti che mi porteró dietro in Europa per mantenere questi nuovi piatti di famiglia.

2) L’arte moderna e contemporanea. Detto da una che non ha mai capito com’ è che ci siano persone che sborsano miliardi per le opere di Cattelan o i tagli di Lucio Fontana, e che si è sempre fatta moltissime risate da giovinetta durante l’annuale visita al museo del Castello di Rivoli (Torino) dove ai miei occhi erano esposte pile di giornali vecchi e neon e altra robaccia. Dovevo venire a vivere in una città senza nulla di veramente storico, nulla di veramente bello nel senso classico del termine, per scoprire come e perché l’Arte moderna e contemporanea puó piacere anche a me. A Houston ci sono tanti musei, collezioni e gallerie , molti dedicati in particolare all’arte moderna e contemporanea, alla fotografia e ad installazioni. Molti di questi spazi sono sempre ad accesso gratuito, come la Menil, gli altri lo sono in ogni caso al giovedì. La vastità e il ricambio dell’offerta rendono possibile trovare opere sempre nuove. E a forza di ritrovarmici prima per caso e, onestamente,  per non sapere che altro fare,  i miei occhi hanno iniziato ad abituarsi a queste forme di espressione diverse. Pian piano è stato come imparare una nuova lingua, prima osservando passivamente, poi cominciando a capire ed interagire. In una Varsavia piena di playground a pochi minuti a piedi da casa, non mi sarei mai ritrovata davanti ad un Cy Twombly  o a un Dalì con le mie bambine a discutere cosa rappresentassero, né a far pic nic e giocare a nascondino nel giardino delle Sculture del Museo di Belle Arti tra bronzi di Rodin o Frank Stella.

3) Il metodo Montessori. Detto da una che non si è mai fatta troppo impressionare dalle famose scuole private montessori dove gli expat mandano a peso d’oro i bambini, mentre io fino all’arrivo a Houston avevo sempre e solo considerato l’asilo pubblico (che negli USA esiste solo a partire dal quinto anno di età, rendendo la vita delle mamme lavoratrici estremamente poco semplice). Appena arrivata, la relocator mi ha fatto fare il giro di tutti gli asili che avevano posto per entrambe le bambine, e scelsi quello che non era sotterraneo (anche se le finestre facevano passare comunque poca luce). Due mesi dopo era chiaro che se già per le bambine il trasloco era stato emotivamente durissimo, l’asilo non forniva un ambiente che le confortasse umanamente, né che le aiutasse a interagire ed imparare la lingua. Le ritirai senza aver ancora trovato un’alternativa, ma nonostante la fatica di occuparmi di loro a tempo pieno mentre il pancione cresceva, di certo sarebbero state meno peggio tutto il tempo con me, tra attività divertenti e faccende domestiche, che in quell’asilo dove ogni volta che le andavo a prendere mi correvano in contro con l’aria degli ostaggi liberati. Scandagliando tutta la mia zona, arrivai a un piccolo asilo Montessori con una pagina web cosi’ sfigata che a meno che si cerchi esattamente il nome della scuola, Google non lo presenta mai nella semplice ricerca “houston preschool”. La direttrice della scuola, che si fa chiamare ineffabilmente Ms. Cookie, mi ha accolto con calorosità latina e pragmatismo americano: dopo avermi illustrato come nella loro scuola applicano il metodo Montessori, utilizzando i materiali e suddividendo le attività su una routine giornaliera e settimanale, lasciando peró anche spazio ad ore di gioco all’aperto e al gioco libero (con lego, barbie e altre cose come si trovano in tutte le case), mi ha proposto di portare per una settimana le bimbe al mattino gratuitamente e vedere come si trovavano. Ricordo ancora quel primo giorno quando le tornai a prendere ed erano scoppiettanti e piene di racconti, come non le vedevo da mesi. Scrivo questo post a distanza di esattamente un anno da quando Ms. Cookie e le altre insegnanti si occupano delle mie bimbe, e sono fermamente convinta che la loro scuola sia stata una dei due ingredienti fondamentali per far elaborare alle bambine l’ allontanamento dalla nostra vera casa e dalle persone a cui vogliono bene (l’altro ingrediente è stata la presenza paterna, che per la prima volta ha avuto un incarico con pochissime trasferte e la possibilità di esser a casa ogni giorno entro le 18, dedicandosi così almeno 3 ore a loro). Il metodo ha fatto sbocciare le loro capacità, le ha spronate in modo costruttivo nell’apprendere l’inglese e l’atmosfera familiare e affettuosa creata dalle maestre rende la classe molto unita, i bambini indipendenti e rispettosi l’uno dell’altro. Nel prossimo futuro sembra che ci saranno diversi traslochi e dovendo affrontare una serie di cambiamenti scolastici in breve tempo,  continueremo certamente a mandarle in scuole Montessori, per dar loro la serenità di ritrovare almeno lo stesso tipo di contesto didattico, anche se persone e luoghi saranno diversi.

4) Guidare. Non mi manca per nulla non guidare quando torno in Europa, esattamente come prima di arrivare a Houston, quando per 13 anni non mi sono più  seduta dietro un volante. Ma sono contenta di aver ripreso a guidare, di aver sconfitto la paura di non riuscirci. Perché è vero che in caso di emergenza, é meglio saperlo fare.

5) Il pensiero critico costruttivo. Forse è la mia toscanità genetica, ma io mal sopporto le imposizioni e spesso tutte queste regole americane, texane, houstaniane, generalmente giustificate da un’idea piu’ o meno concreta di safety and security, mi fanno davvero andare il sangue alla testa. Molte volte non c’é niente da fare, raramente un impiegato sfiderebbe una policy sulla base del buonsenso. E ciononostante, mai come vivere in mezzo agli americani, andare a far corsi (io faccio quelli di scrittura creativa, ma qualunque tipo di lezione prevede lo scambio attivo tra studenti e insegnante), leggere reportages, guardare documentari, seguire anche i dibattiti dellle primarie, mi ha fatto rendere conto che nonostante molti facciano dell’inflessibilità mentale una riflesso condizionato, questo è anche un paese dove, con educazione, si è liberi e allenati ad esprimere la propria opinione sfidando i livelli di gerarchia, perché davvero si crede che dal confronto possa uscire qualcosa di utile per entrambe le parti. Già lasciando l’Italia ho imparato a esser più assertiva e ad uscire dal feudalesimo mentale che, soprattutto la scuola, mi hanno impresso negli anni, ma qui ho raggiunto un  coraggio di controbattere e la solidità nell’argomentare mai avuti prima.

6) La natura. Intorno a Houston non ci sono le montagne, non c’é un mare degno di tale nome, pare ci siano dei parchi nazionali decenti ma noi siamo finiti in uno con gli alligatori e quindi ce ne siamo andati via subito.  Eppure nonostante tutte le raffinerie, tutte le centrali elettriche, quando arriva la sera,  sotto casa l’aria profuma di brezza e si sente la scia dei fiori che alacremente ogni giorno squadroni di giardinieri cambiano, rinvasano, curano, per migliaia di villette e palazzi oltre che per i giardini privatamente donati al pubblico come questo vicino casa mia. Ho fatto l’abitudine alle palme, ai cactus e a un sacco di altre piante che una volta avrei considerato esotiche, e alle querce che bordano i lati di certi viali creando gallerie lunghissime di rami e di verde. Insomma, chi è allergico qui starnutisce da febbraio a novembre, quindi vuol dire che di Natura, in qualche modo, ce n’è.

7) La riscoperta delle Italiane. Detto da una che all’estero non ha mai cercato prima di tutto amiche, compagnia, giri italici. Se capitavano bene, ma senza alcuna preferenza. A Houston, data la vastità della citta e l’assenza di un centro vero, é difficilissimo incontrarsi per caso, mentre ci si sposta in auto, perció i social networks sono davvero la prima fonte per conoscersi e raggrupparsi. E trovarsi richiede davvero poco sforzo, basta praticamente aprire il pc e volerlo. C’é il problema che se si abita lontano si avra poco modo di frequentarsi, ma nell’ immediatezza dei mezzi tecnologici,é davvero facile sentire di avere una rete, in caso di bisogno. Dopo un anno a Houston, tutte le persone con cui ho avuto rapporti di conoscenza e di amicizia sono Italiane. Mai successo qualcosa del genere in tutti gli espatri precendenti. E’  facile sentirsi una goccia nel mare in un luogo così grande, ma qui tra italiane ci si da davvero una mano, un conforto, un aiuto, con piacere e leggerezza.

8) Il buen ritiro. Ovvero il barbatrucco quando non se ne puó più di Houston ..è andare a  fare un weekend a San Antonio o a New Orleans. Tutti parlano di come Boston e San Francisco  siano europee, ma per me San Antonio e New Orleans sono luoghi dove l’americanità si fonde con la mediterraneità in maniera originale, inaspettata, commovente. Scoprire queste due città  mi ha permesso emotivamente di riconciliarmi con gli Stati Uniti: se nel futuro dovessi tornare a vivere qui, stavolta saró pronta anche perché avro due buen retiro dove sentirmi a casa senza dover far almeno nove ore di aereo.

9) La NasaOrmai ci saremo stati già sei volte, ma impariamo sempre qualcosa di nuovo. Ho scoperto  che persino lo spazio,  come l’arte moderna e contemporanea, se me lo spiegano con parole semplici, ha senso anche per me che durante le lezioni di fisica e matematica non coglievo mai davvero l’utilità pratica di quelle formule, non riuscendo quindi ad impararle. A trentasette anni guardo il cielo stellato la notte con occhi nuovi.

10) La piscina. Ho sempre associato l’idea della piscina condominiale al lusso e alla snobberia. A Houston durante i periodi dell’anno di tempo mite, la piscina è il sostituto delle fontane e dei playground varsaviesi. Durante i periodi di calura tropicale, diventa una salvezza per i madidi pesciolini di casa. Hanno imparato a nuotare senza braccioli, andare in apnea e far piroette nell’acqua come se non avessero fatto altro dalla nascita, e per me che ho sempre avuto paura di nuotare, è una gioia vederle a loro agio a mollo e mi auguro di imparare finalmente anche io, prima di ripartire. E quando mi ritrovo a preparare la cena mentre le bimbe ritornano dalla spedizione acquatica col padre  squillanti di gioia, grondando acqua coi capelli zuppi per tutto il carpet di cui è foderata casa, mi torna in mente un film che da ragazzina mi fece pensare come l’America dovesse essere un posto ben strambo ma alla fine le mamme e le bambine fossero felici come ovunque 😀

Valentina, Houston

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Author

Valentina Inghilterra

A vent'anni mi immaginavo nel futuro come una Ally Mcbeal:in ufficio a Bruxelles o l'Aja a vivere del sacro fuoco del diritto comparato, sfigatissima in amore ma con un bellissimo gruppo di amici. Invece mi sono ritrovata sposatissima, senza nessun ufficio a gestire una famiglia sempre più numerosa e dislocata tra conti alla rovescia del prossimo atterraggio e della prossima partenza. Dopo 8 anni in Europa pieni di esperienze interessanti e sfide arricchenti, sedici mesi per me molto duri a Houston, Texas, siamo approdati felicemente a Londra. Il mio cuore batte ancora incessantemente per Varsavia, che sento come la mia vera casa. In attesa di tornarci, nei coriandoli di tempo libero studio scrittura creativa e mi esercito a raccontare storielle.

11 Comments

  • In ogni espatrio c’è sempre qualcosa di positivo e queste 10 “scoperte” non mi sembrano da meno!
    Interessante l’asilo Montessori. Io l’ho frequentato da piccola e ho dei bei ricordi ancora molto vivi. Purtroppo l’interpretazione del metodo Montessori non è uguale in tutto il Mondo, specialmente in Francia non ho avuto feedback positivi e ho deciso di mandare mio figlio a una pubblica francese, con i suoi pro e contro, come spiego nel mio blog.
    Sai già la prossima exciting destination? È così che la chiamano i datori di lavoro dei nostri mariti, eh?!

    • si, anche io credo che ci siano montessori e montessori, soprattutto rifuggirei da quelle rottermaier, i metodi quando sono portati all estremo fanno sempre danno, per me flessibilita e human touch sono comunque la chiave per applicare qualsiasi tipo di pedagogia!
      se abitassi di nuovo in francia, o comunque in europa continentale, non avrei dubbi a scegliere il sistema pubblico di nuovo! qua proprio non c’era l opzione, ma se fossimo rimasti per le elementari avrei comuqnue optato per la pubblica, tra l altro a Houston (e bisogna dire grazie ai ricconi petrolieri che fanno donazioni su donazioni non solo per l arte ma anche per l istruzione pubblica), di scuole primarie pubbliche ottime ce ne sono tante!

  • Haha, facile trovare le cose belle ora che stai per andartene! Ma senti, visto che l’arte è l’unico motivo per cui mai penserei di mettere piede a Houston, sei stata alla Rothko Chapel? Se non l’hai vista, non fartela sfuggire prima di partire. E’ un posto straordinario.

    • ci sono stata cinque volte finora..perche’ e’ vicinissima alla Menil collection che offre sempre mostre nuove. Finora mi ha dato sensazioni molto negative, di rigetto o di indifferenza, ma puo’ anche darsi perche’ non e’ che fosse un momento brillante della mia vita. Provero’ ancora prima di ripartire. Poco piu avanti della Rothko c’e’ la Cappella di St Basil costruita da Philip Johnson che era stato il primo architetto della Rothko poi soppiantato dal medesimo per divergenze artistiche..ecco la St Basil mi pone in uno stato di riflessione sempre positivo, nonostante tutto.

  • Esattamente un anno fa ti invitai al primo compleanno del mio bambino dicendoti di venire a conoscere la truppa delle italiane e invitandoti a vedere il bicchiere mezzo pieno. Sono contenta, a un anno di distanza, di vedere che ci sei riuscita. Buona ripartenza… mi mancherai! (a me brazos brand – parco coccodrilli – piace!)

    • non era il brazos..era un altro posto molto piu sfigato e molto piu lontano..scelto ad insindacabile giudizio del marito che ai tempi era l unico con il cellulare bello su cui usare google maps 😀 mi mancherai anche tu ma sono certa ci ripescheremo a zonzo per il mondo :-)!

  • Cara Valentina, sono contenta che alla fine un po’ hai fatto pace con Houston! Come forse ti scrissi in un altro post, io invece da neosposina ho vissuto la mia esperienza di 18 mesi a Houston in modo totalmente diverso…..Ma quello che scrivi è giusto…bisogna vedere in che fase della vita si è per valutare a fondo una esperienza! Noi ad esempio alla fine non siamo mai andati alla NASA ( buuuhhh ) e invece 5 volte a Brazos ( anche se leggo che non ti riferisci a quel parco) , e comunque ora con il piccolo non ci andremmo di sicuro vicino agli alligators. Il sito dell’asilo frequentato dalle tue bimbe sì, è davvero old fashioned, ma mi piace da morire…..ed era dietro casa mia!!!!Chissà quante volte ci sono passata ma non l’ho mai notato, non essendo all’epoca…nanomunita 😉 . Sul cibo concordo in pieno con te…..e cmq, tuttora Houston mi manca ancora da morire per moltissime cose. Buone ultime settimane,……buon ritorno!

    • giulia se abitavi in un complesso che inizia per M…e’ quello dove ci saremmo traslocati questa estate se fossimo rimasti, per poter iscrivere la grande alla Roberts Elementary e dove per questo stesso motivo abita la Federica, protagonista dell’intervista del mese scorso 😀

      • Ciao Valentina, no, non abitavo lì, dove invece stavano dei miei amici…io abitavo a 7500 Kirby 😉 e cmq tutta la zona non era affatto male. Enjoy these last weeks in Houston ( e dai che ti risparmi l’estate!).

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