Vivere all'estero

Vivere in Congo, quello che ho imparato

Vivere in Congo - Amiche di fuso
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Written by Cristina Angola

“Questa esperienza mi sta insegnando tanto e, quando lascerò il Congo, credo sarò una persona un pochino diversa, forse più positiva, più aperta, con meno pregiudizi. E, forse, saprò prendere la vita in modo più leggero”.
Alcuni mesi fa, terminavo così il mio guest post per Amiche di Fuso. Nel frattempo sono rientrata in Italia, o meglio, sono in attesa del visto per una nuova destinazione (sempre Africa, sempre Africa non-turistica). A esperienza terminata, posso dire che vivere in Congo non è stato sempre facile ma, di sicuro, mi ha insegnato molto. Ad esempio, ho imparato…

…che la vita non finisce mai di stupirti. E so dirvi il momento preciso in cui me ne sono resa conto. E’ successo quella volta che andavamo al parco nazionale di Conkuati, alla ricerca di elefanti e scimpanzé. Le strade in Congo sono pessime e, a turno, le auto della nostra comitiva si sono impantanate nella terra, nel fango, nella sabbia. Prima di correre a cercare aiuto, abbiamo provato a liberarle spingendole, con uno di noi che, al volante, premeva sull’acceleratore.
Mentre davo il mio (debole) contributo, mentre la ruota del Prado schizzava fango, l’occhio mi cade sulla mano. Su quelle unghie curate, sull’anello di fidanzamento che raccontava un passato totalmente diverso, a Londra. E lì, grazie a quella mano così fuori contesto, la mia epifania – un flash, come nei film. Tutto intorno a me si blocca, rimane sospeso a mezz’aria e una domanda sino ad allora inespressa diventa improvvisamente assordante: cosa diavolo ci faccio qui? E’ stato un attimo. Ma poi ho continuato a spingere.

Vivere in Congo - Amiche di Fuso -

Scimpanzè. Alla fine li abbiamo visti.

…che, in fin dei conti, ci si abitua a tutto, o quasi. Mi sono abituata all’umidità inverosimile, alla polvere, alle lucertole giganti, ai ratti in giardino. A un supermercato perennemente sfornito, alle piogge torrenziali e all’acqua che talvolta entrava anche in casa. Continuo a odiare le formiche che periodicamente spuntavano in cucina: non scorderò quel giorno in cui le ho trovate dentro i pacchetti di pasta, dentro la farina, ovunque. Ho pianto di rabbia e da allora ho tenuto tutto in frigorifero.
Sciocchezze in fondo, se paragonate a cose ben più grandi: al momento del nostro arrivo, il virus ebola si era appena manifestato in Nigeria e, da lì al Congo, poteva essere un attimo. Per fortuna, non lo è stato.
Poi sono venuti i referendum politici, le elezioni presidenziali e le conseguenti guerriglie in periferia, guerriglie di cui è spesso difficile capire la portata. Fino a che ti comunicano che le scuole resteranno chiuse per alcuni giorni, così come i negozi, e ti viene detto che, in quel breve lasso di tempo, è più safe non uscire di casa. Sai che il Congo non è uno stato nuovo alla guerra e allora cerchi notizie, leggi le pagine web del giornale locale. Nel giro di poco, le sommosse vengono soffocate. Per fortuna, certo. Ma a spese di chi e di quanti non si sa. Il come, invece, è facile immaginarlo. A questo chiaramente non ti puoi abituare.

…che ogni tanto bisogna posare la macchina fotografica. La signora che insapona un bambino seduto buono buono su di uno sgabello. Il tizio grondante di sudore che spinge un carretto di lamiere. Il ragazzino che gioca con una palla sgonfia. La coppia di fronte alla chiesa, nei loro abiti della domenica: lui in uno psichedelico completo a stampe viola e arancio fluo e lei fasciata in abito fucsia. La venditrice di manghi, safou e manioca. L’anziano seduto su uno scalino polveroso, con un cane vicino a sé, un nastro di iuta al posto del guinzaglio. Pointe Noire, è il potenziale paradiso del fotografo.
Non fosse che, una volta, ho assistito a questa scena: un gruppo di persone ha cominciato a inveire contro una ragazza che la macchina fotografica ce l’aveva al collo; non la stava nemmeno usando.
Nous ne sommes pas des animaux” – non siamo animali, le gridavano. Qualcosa è scattato e non era una foto. Quell’urlo rabbioso, quello stare sulla difensiva come a dire “noi siamo così, questa è la nostra cultura e non c’è nulla di eccezionale, particolarmente tragico o divertente che tu, europeo, debba sentire il bisogno di fotografare”. Mi sono chiesta dove sia il confine tra la voglia di ricordare, di documentare e il rispetto per il modo di vivere del Paese che ti ospita. Ancora non so darmi una risposta ma, del Congo, ho molte meno foto di quante ne avrei volute.

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Quincallerie lungo la strada.

…che un pizzico di avventura rende l’esistenza più interessante. In città, mi muovevo in taxi: fino a 4 al giorno. Se lo dicevo in giro, molti storcevano un po’ il naso. Ed è ovvio, considerando le condizioni delle auto e lo stile di guida aggressivo dei congolesi. Se ci penso, me ne sono capitate di ogni. Quella volta che il tassista, tutto serio, mi ha chiesto se la capretta che attraversava la strada era mia perché, in caso, mi aiutava ad acchiapparla e ficcarla in macchina. Quell’altra che ho scoperto di viaggiare con litri di materiale infiammabile nel bagagliaio (e pregavo di arrivare a casa il prima possibile). Tutte le volte in cui pioveva e – sbam! – l’auto sprofondava in una buca non vista e mi trovavo con il finestrino completamente schizzato di fango e l’acqua che arriva quasi a metà portiera. Una portiera che spesso stava chiusa per miracolo e, dunque, ripetevo mentalmente scongiuri del tipo ‘tipregotipregotiprego fa che non si apra!’ per non trovarmi inondata di melma.

Penso alle chiacchiere di un tassista gourmand, che mi ha elencato tutte le delizie culinarie del Paese, prime fra tutte il serpent congolais (e io pazza che non volevo provarlo!), quelle di un altro che mi raccontava di sé e della sua famiglia, del fatto che stava cercando di imparare l’inglese per raggiungere la sorella negli USA. Un’auto chiaramente potevo permettermela, persino un autista, dato che non guido. Ma sapete una cosa? Anche adesso, anche col senno di poi, sono contenta di averli presi tutti quei taxi, dal primo all’ultimo.
Tolto magari quello con il materiale infiammabile.

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Taxi nella pioggia, Pointe Noire

…che sei solo ed esclusivamente TU che ti costruisci le tue gioie, le tue paure, i tuoi limiti e le tue vittorie. Dato che del mio percorso e della mia esperienza come insegnante di inglese ho già parlato in un post precedente, non mi ripeto. Sottolineo solo uno dei commenti ricevuti, che mi aveva colpita in modo particolare: diceva che solo quando ho smesso di vedere ciò che non c’era allora ho potuto ricostruirmi una vita anche qui. Niente di più vero.
Vivere in Congo, in un qualunque Paese del Terzo Mondo (soprattutto quando non lo si fa per scelta), comporta degli inevitabili raffronti con il proprio stile di vita ed è chiaro che, all’inizio, ci si crogiola nel ‘non c’è questo / non c’è quello’. Solo quando l’ho piantata con le lamentele, allora ho potuto pensare a come reinventarmi, a come rendere questi due anni memorabili. Un consiglio a chi si prepara per un nuovo espatrio? Solo questo: cercare di vedere fin da subito quello che c’è, non quello che manca.

Cristina, Congo

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Cristina Angola

Expat da ormai 7 anni, prima a Londra, poi in Congo e ora in Angola. Gli altri 30 nella Pianura Padana. Viaggio con il marito, un labrador nero, uno gnomo di pezza. Durante i miei anni africani sono riuscita a finire una volta in TV e un'altra in una (specie di) prigione. Ma non per lo stesso motivo.
Parlo (quasi) 5 lingue, il film che amo di più è Lost in Translation, spendo decisamente troppo in libri, non disdegno la pizza hawaii e - tenetevi forte - adoro, ma proprio ADORO stirare. Il mio sogno? Tornare alla base, che non è l'Italia ma è Londra, l'unico posto dove mi sento veramente a casa. Il resto di me su Drive-mycar.com, il mio travel blog.

7 Comments

  • Ti ammiro Cristina! Credo che tutti coloro che espatriano e anche chi resta, possa imparare molto dalla tua esperienza. Siamo abituati a lamentarci per tutto ed invece tu ci hai dimostrato che anche in situazioni estreme è possibile trovare il proprio equilibrio. Grazie : )

  • Grazie a voi ragazze! Come avrete capito, alla fine – proprio alla fine eh! – mi sono pure divertita in questi due anni 🙂

  • Brava Cristina, hai visto e valorizzato quello che c’era e allora la vita ha cominciato a scorrere in un certo modo, rendendo più gradevole e semplice non solo la tua vita, ma anche quella dei tuoi cari.
    Auguri per il futuro. Sempre lo stesso spirito, mi raccomando! È la curiosità che fa girare il mondo. Ciao.

    • Ciao Gin (hai il soprannome della mia migliore amica!),
      grazie! Cercherò di mantenere lo stesso spirito: la curiosità di sicuro non mi manca!
      Cris

      • Rieccomi. Il nome Gin ti è quindi familiare. A me è stato dato dagli amici per abbreviare Ginevra, nome che a me piace molto.
        In comune abbiamo la curiosità, che in me è sempre viva. E, partendo dalla curiosità, ho scoperto il tuo blog al quale mi sono subito registrata. Troverai quindi il mio http://www.ilsorrisodigin.com nell’elenco di coloro che si sono registrati. Viaggerò con te. Da sola non posso. Grazie per la compagnia.

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