Espatrio Vivere all'estero

Le contraddizioni delle pandemia; tra voglia di tornare alla vecchia normalità e paura di tornare alla vecchia normalità.

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Abitazioni, lavoro, spostamenti e turismo; il post pandemia ci potrebbe regalare un futuro più sostenibile? 

Sono cresciuta fra le colline Emiliane, Milano dista solo 95km da casa mia, ma il passaggio dalla campagna alla città è drastico e sembra di entrare in due universi completamente diversi. 

Come molti nati in provincia, per motivi di studio e poi di lavoro mi sono trasferita in città.

Milano i primi tempi mi sembrava fantastica; il rumore del traffico, la vitalità delle strade, la facilità degli spostarmi in metropolitana. Poi passano gli anni, ed il capoluogo lombardo inizia a starmi stretto, non mi accontento più di un lavoro, voglio una carriera e voglio instaurare delle connessioni internazionali.

Mi trasferisco a Londra e mi faccio travolgere dall’energia e dalla frenesia della capitale inglese, vivo di corsa; tra lavoro e sociale non ho tempo per fermarmi un attimo.

Ma basta guardare un pochino al di là delle apparenze per vedere un’altra faccia della medaglia. Lavoro in un grattacielo anonimo, non conosco i nomi o volti della maggior parte dei miei colleghi. Nonostante vivo relativamente in centro gli spostamenti con i mezzi pubblici sono lunghi ed estenuanti, i weekend nei locali chiassosi e super affollati sono più spossanti che rigeneranti, uso metà delle ferie per rientrare in Italia a trovare i miei genitori e mi rimangono solo dieci giorni all’anno per fare una vacanza e staccare da tutto.

Non mi rendo nemmeno conto di essere caduta nella trappola della rat race dove mi affanno non tanto per essere davanti agli altri ma perlomeno per non rimanere indietro. Ma indietro da cosa non lo so bene nemmeno io. 

Poi arriva il lockdown da coronavirus e tutto si ferma. Gli spostamenti sono a piedi col passeggino per le vie del quartiere, niente più incontri con le amiche nei caffè, visite a teatro, lezioni di pilates o domeniche fuori a pranzo con la famiglia.

Questa improvvisa abbondanza di tempo libero mi spiazza. All’inizio non so bene come gestirla, poi piano piano trovo una nuova routine; passo più tempo a giocare con mia figlia, finalmente riesco a leggere libri che erano nella mia lista da mesi, mi prendo cura del giardino e della casa. Mi fa tutto un po strano ma passano i mesi, e mentre queste nuove abitudini iniziano a radicarsi, crescere una forte contraddizione interna tra la voglia di ritornare alla vecchia normalità e la paura di tornare alla vecchia normalità. 

La pandemia ci ha tolto la quotidianità e ci ha imposto una pausa. Con più tempo per pensare, in molti hanno iniziato e rivedere il loro modo di vivere. Se il lavoro da remoto i primi tempi è sembrato una forzatura, adesso sono in tanti a non voler più tornare in ufficio. Si stima che il 74% delle aziende in giro per il mondo stiano pensando di rendere il lavoro da remoto permanente, Twitter e Facebook hanno già dichiarato che questa sarà la nuova normalità.

La riduzione del il numero di personale in ufficio comporterà una contrazione delle dimensioni degli uffici stessi, quindi il futuro delle città potrebbe vedere una conversione degli spazi attualmente adibiti ad uffici in nuove zone residenziali, con una conseguente diminuzione di traffico stradale, di carico di passeggeri sui mezzi pubblici ed dei livelli di inquinamento.

Peraltro molte città europee durante la pandemia hanno revisionato la viabilità nelle principali arterie cittadine, convertendo viali che normalmente erano aperti al traffico in zone ciclabili e pedonali, pensiamo ad esempio all’iconica rue de Rivoli a Parigi che è ormai entrata a far parte dei 50 chilometri di strade parigine interamente riservati a pedoni, ciclisti e mezzi di mobilità dolce. 

Qui a Londra, continuo a sentire storie di gente che vende il proprio appartamento in città per trasferirsi in campagna. Secondo una recente ricerca della PWC, la popolazione della capitale del Regno Unito potrebbe diminuire nel 2021 per la prima volta in più di 30 anni, con le ricadute economiche della pandemia le persone hanno messo in discussione la vita nelle grandi città, molte famiglie si sono trasferite in periferia per soddisfare l’esigenza di abitare in case con spazi più grandi, avere un facile accesso ad aree verdi e trovare un nuovo senso di comunità.

L’anno scorso per la prima volta in Italia abbiamo sentito parlare di South working, italiani che con la pandemia hanno abbandonato le città del Nord per lavorare in smart working nei loro paesi di origine. Centri medio piccoli periferici, come il paesello dovo sono nata in Emilia, hanno ritrovato una nuova vitalità; tanti che fino ad un anno fa non avrebbero mai pensato di andare a vivere in periferia o in campagna, adesso sono reticenti a ritornare ad abitare in città. 

I miei genitori non vedono la loro nipotina da 6 mesi e dovranno aspettare ancora un po’ prima di poterla riabbracciare. Le restrizioni del traffico aereo e la totale o parziale chiusura delle frontiere ci ha di fatto impedito di viaggiare o fare vacanze in posti lontani. Se da un lato è da un anno che tengo a bada la mia smania di prenotare un biglietto aereo, dall’altro lato mi chiedo se nell’era post covid, la frequenza dei voli (il relativo carbon footprint) e il turismo di massa come lo abbiamo conosciuto fino ad ora, siano ancora sostenibili.

Se i cambiamenti di stile di vita dell’ultimo anno rimarranno in vigore, regalandoci un’esistenza quotidiana meno stressante, potrebbero far calare la domanda di turismo mordi e fuggi? Nel nostro futuro ci saranno meno city break e più turismo responsabile e sostenibile? 

Sarebbe bello pensare che la tragedia Covid che ha portato con sé morte, restrizioni individuali e contrazione economica potesse avere almeno una svolta positiva sul futuro delle nostre vite. La società civile sembra più che mai pronta ad un cambiamento, ora spetta ai singoli governi prendere le decisioni. L’importante è non cadere nel paradosso descritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo; cambiare tutto per non cambiare niente.

Emanuela, Londra

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