Vivere all'estero

Il seguito di “Expat al seguito,10 lezioni in 10 anni”

expat al seguito per amore
Written by Amiche di fuso

Eccomi con  la seconda parte di questo articolo in qualità di moglie “al seguito”, come usano chiamarmi.

Proseguendo nel secondo lustro della mia esperienza, queste sono le cinque lezioni piu importanti che ho imparato strada facendo:

  1. 2012 – Ho iniziato a sentirmi  in full control: a forza di suonare la stessa musica, stava diventando facile. Non solo, in quell’anno ho finalmente varcato la soglia dell’appartamento della mia vicina francese-libanese, ci siamo ritrovati due coppie di amici a portata di qualche fermata, ho stretto amicizia con la moglie italo-peruviana del capo di mio marito, una ragazza mi ha scritto perché trovando il mio blog mi aveva geolocalizzato a una mezzora di auto da lei, diventando poi una delle mie più care amiche di sempre. Di colpo esistevo socialmente anche quando non ero in viaggio altrove, ma a casa mia, e addirittura quando mio marito non era a casa. Dentro di me rimaneva la mancanza di una città vera, grande, con i servizi dai prezzi umani, con i posti da scoprire, la bellezza architettonica urbana (belle le montagne e le caprette, ma io sono cresciuta a Torino correndo sotto i portici, non tra le fresche frasche), l’uscire senza una meta precisa e vedere che succede. Il ritrovato vivere finalmente a mezz’ora da quattro amici ci faceva sentire ancora più forte il desiderio di una vita in cui non devi organizzare un biglietto per vederti per un caffè. Pur sperando di trovare un’opportunità altrove, in quest’anno ho imparato veramente la lezione della preghiera della serenità degli alcolisti anonimi :-D: accettare le cose che non posso cambiare, trovare il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, avere la saggezza di distinguerle.
  2. 2013 – Partiti i due camion pieni di tutti i nostri possedimenti ed il marito in auto, mentre la duenne era rimasta per l’occasione a casa dei miei in Italia e la seimesenne invece era con me, seduta sul pavimento coperto di odiosissima moquette, ho contemplato la casa svuotata di tutto e sentito un piccolo dolore al cuore, pensando che quelle mura ricoperte da tappezzerie improbabili come solo le tappezzerie francesi sanno essere, dove avevamo passato 57 mesi della nostra vita, entrati appena sposati, tornati dall’ospedale prima in tre e poi in quattro, sarebbe diventata la casa di altri. Sono scoppiata a piangere: avevo desiderato così fortemente, così tante volte di andare via da lì, e finalmente stava per accadere, tra l’altro proprio ora che avevo persone a cui dire arrivederci. Sono arrivata a Varsavia emozionatissima, avevo riposto un’enorme fiducia in questo nuovo spostamento. Quando vidi Varsavia la prima volta nel 2005 la trovai caotica, bruttina e piena di polvere e lavori in corso: se mai dovessi vivere in Polonia, potrei stare solo a Cracovia, furono le ultime parole famose. Adesso era diventata una città bellissima, piena di cose da fare, piena di strade, luoghi, posti da scoprire. Sopratuttto era piena, piena, di amici, di amiche consolidati, su cui fare affidamento e ad un tiro di schioppo. Amici che abitavano lì o che erano appena tornati anche loro dall’estero. Non mi sentivo più ai margini ma al centro del mondo e finalmente potevo tirare il fiato: dal supermercato con la spesa online con la consegna a domicilio, alla babysitter e alla signora delle pulizie, c’era un sacco di nuovo tempo libero per me, per andare in giro e costruire una quotidianità nuova decisamente più interessante di quella che avevo cercato di farmi bastare per quattro anni e mezzo, tra una fuga e l’altra. Ho abbracciato questa città con tutto l’amore possibile e sono stata corrisposta, ogni singolo giorno. Nuove amiche, nuovi luoghi del cuore si sono aggiunti a ciò che già questo posto significava per me. Si fa presto a dire basta avere una buona attitudine, certi posti sono indubbiamente più sordi di altri. Ma ormai il passato era passato, ho vissuto il presente con l’energia di una studentessa  Erasmus adulta: carpe diem, sempre e comunque, nonostante le mille sveglie notturne e occuparmi delle bimbe e il marito sempre in viaggio. Per quanto stanca, non ero mai così stanca da rimandare nulla. Ora io non auguro a nessuno di dover espatriare in Svizzera o lì vicino per capire che quando si ha la possibilità di vivere in una grande città non importa che la lingua sia francamente impossibile o d’inverno faccia meno venti, fuori c’è sempre un mondo da scoprire. Mi sentivo felice, mi sentivo in cima alla montagna, mi sentivo in equilibrio. arrivata e, onestamente, anche un po’ invincibile.
  3. 2014 – Dalla mia nascita ad oggi, i miei genitori hanno cambiato credo 7 case, in 6 citta e 3 regioni . Ero una figlia amatissima e non posso certo lamentarmi della mia infanzia, ma mano a mano che gli anni all’estero passavano, mi mancava sempre di più il non avere un solo posto dove famiglia, infanzia, ricordi, tutto fosse concentrato geograficamente dietro la stessa serratura. E sopratutto, mi dispiaceva non dare uno stesso posto del genere alle mie figlie. Quando abbiamo scoperto che l’appartamento varsaviese in cui abitavamo sarebbe andato in procedura di asta giudiziaria, è sembrato davvero un segno del destino: Varsavia era diventata la mia città e lì avremmo avuto la nostra vera casa, la stessa casa dove ero entrata emozionatissima l’anno precedente. Nel momento del bisogno, quando la mia prima figlia fu ricoverata per polmonite, ci siamo ritrovati abbracciati dall’aiuto di vecchi e nuovi amici, vicini, famiglia. Ancora una volta non potevo che ringraziare di essere lì dove ero. Scoprire che mentre io ero la persona, madre e moglie più felice del mondo, mio marito era sempre meno felice a causa del suo lavoro fu una batosta inaspettata e grandissima perché sostanzialmente mi sono ritrovata davanti al dilemma se insistere a restare, mantenendo la mia vita felice personale, mentre lui affrontava un percorso di difficoltà che non sapevo come sarebbe finito e quali conseguenze avrebbe avuto su noi due e sulle bambine, oppure ripartire permettendo così a lui di fare una scelta lavorativa più adatta alle sue aspirazioni e alla sua mentalità. Quando scelsi di seguire il mio allora fidanzato otto anni prima, non avevo assolutamente nulla da perdere; ancora una volta, ho scelto per amore verso di lui e verso le bambine che si meritavano un clima familiare sereno. Fu difficile questa volta, avevo tanta paura di perdere tutto quello che avevo costruito e sul quale si ergeva il mio equilibrio individuale, ma avevo ancora più  paura di perdere la coppia e la famiglia che eravamo diventati. In questo anno iniziato trionfalmente con l’acquisto della nostra bella casina e finito come una deficiente viziata che piange disperata seduta su un sedile in business class con due bambine, un marito e non sa ancora ma è in attesa del terzo, in viaggio sola andata per Houston, Texas, ho imparato che la vita non è una scalata con un finale, ma un percorso che va su e giù ed è molto difficile ma essenziale non trasformare la scelta di seguire l’altro in risentimento.
  4. 2015 – Houston era brutta, fisicamente e umanamente, con tutti i contrasti statunitensi che conoscete, dalle pistole alla sanità, dai villoni da Wisteria lane ai ghetti degli sfollati post Katrina. Mi è toccato imparare a guidare e farlo per ore, ogni giorno, per qualsiasi necessità. Mi è toccato imparare, accettare e fare miei ritmi e stile di vita opposti a ciò che considero piacevoli o almeno normali:  avevo una qualità della vita da privilegiata del luogo, che non aveva nulla a che vedere con i canoni di quella che io considero qualità della vita. Ho pianto barili e barili di lacrime, vere e virtuali. Fortunatamente ho sempre creduto tanto nelle amicizie coltivandole negli anni, anche a distanza, e a Houston ho raccolto tutto ciò che ho seminato: le mie amiche sono state presentissime per me ogni giorno, grazie alla tecnologia. Nella mia disperazione di trentacinquenne che era arrivata in cima alla sua montagna e si era ritrovata di nuovo col culo per terra 4milametri sotto, mio marito aveva mantenuto la sua promessa: era tornato l’uomo sereno, rassicurante, ottimista, di sempre. E per la prima volta, il suo lavoro non richiedeva spostamenti continui: la sua presenza  fino ad allora “eccezionale” è diventata parte della quotidianità mia e delle bimbe, modificando grandemente la sua relazione con tutte e tre noi, singolarmente e insieme. Le bambine erano felici, lui era felice. Io ero felice per loro e per me… dipendeva dai giorni. In tutta questa valle di lacrime personali, Houston mi ha messo davanti in nove mesi e senza sforzo dieci volte più persone di quelle che avevo faticosamente trovato a Ginevra. Poi è successo che mentre mio figlio stava per nascere, mio padre ha iniziato a morire. Ritrovandomi di colpo ad avere il più serio dei motivi per piangere, ho finalmente smesso di frignare per il resto. Houston ha smesso di  essere la mia punizione e si è trasformata in quello che era sempre stata: una città bruttissima dove vivere ma che ci permetteva di pagare il mutuo col vento in poppa, le bambine erano felici di andare in piscina col padre tutti i giorni dopo scuola, avevo delle amiche intelligenti e simpatiche con le quali ridere dei bacarozzi e delle altre americanità, le stesse amiche che mi hanno asciugato le lacrime dagli occhi ogni santa volta che ho pianto. In questo anno ho dovuto crescere, adattarmi e reinventarmi in tante direzioni, da figlia unica amatissima a orfana di padre, da mamma di due a mamma di tre, da espatriata in Europa a espatriata in Usa (due livelli di cultural shock completamente diversi, almeno per me) da moglie di marito che non c’è mai a moglie di marito che c’è sempre, da genitore pressochè plenipotenziario a genitore “bambine fate così” “ma papà ci ha detto di fare cosà” 😀 Sono stati 12 mesi lunghi come 12 anni. In questo faticosissimo e rognosissimo 2015 ho avuto l’ennesima conferma di quanto sia importante l’amicizia degli altri, ma soprattutto ho imparato sulla mia pelle che siamo noi stessi ad avere in mano la chiave della nostra prigione mentale.
  5. 2016 – Un altro anno intensissimo, con la differenza che ho cercato di far mio il verbo to embrace, che significa accogliere, cogliere, sfruttare, abbracciare, includere, comprendere. Una sorta di “accettare” ma con un twist piu proattivo e meno rassegnato, mi perdoneranno le traduttrici professionali 😀 .Ho dovuto affrontare il mio lutto, aiutare le mie bambine ad elaborare il loro, ritrovare gioia in una maternità iniziata in condizioni piscologiche difficili per dare a mio figlio lo stesso amore e la stessa attenzione che avevano ricevuto le sue sorelle. Da Houstoniani, siamo diventati Londinesi. Di là e poi di qua dall’oceano, ogni giorno ho cercato di cogliere l’attimo ed ho riso molto più di quanto ho pianto, ho costruito nuovi legami, memorie, abitudini piacevoli e situazioni, senza l’ansia di perderli, perchè adesso ho imparato che anche se un giorno mi sentissi di nuovo arrivata  in cima alla montagna, e ricadessi giù, sarei comunque in grado di risalire. 

Il 2017 è cominciato da poco e sicuramente mi porterà nuove sfide e dubbi, nuove occasioni di sviluppo e crescita. Spero di trovare dentro di me gli strumenti per affrontarli, basandomi su quel che ho imparato in questi anni, ma so che anche se non fosse così, posso contare sulle persone che compongono il mio mondo di affetti e amicizie. Mi auguro che leggendo questo articolo possiate trovare un pochino di conforto, se state attraversando un momento difficile di inserimento  o nostalgia, in conseguenza della vostra scelta di seguire la persona cara al vostro cuore: quando si è “al seguito”, anche se ben consci di vivere in una condizione privilegiata, si rischia di cadere in  trappole mentali dalle quali può essere molto laborioso uscire, nonostante si parta con le migliori intenzioni possibili.

 

Valentina, Inghilterra

Ha collaborato con Amiche di Fuso da luglio 2014 a giugno 2018

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Amiche di fuso

Amiche di fuso è un progetto editoriale nato per dare voce alle storie di diverse donne, e non solo, alle prese con la vita all'estero. Vengono messi in luce gli aspetti pratici, reali ed emotivi che questa esperienza comporta e nei quali è facile identificarsi. I comuni denominatori sono la curiosità, l'amicizia e l'appoggio reciproco.

6 Comments

  • Grazie Valentina, meravigliosa esperienza…sì mi è stata utile pensando ai miei piccoli spostamenti ..Quando sono andata alle Canarie..partendo da Verona ho scatenato rancori sommersi e non..in famiglia…accuse di egoismo …rabbie …lasciavo a casa mia madre anziana alle cure degli altri fratelli…ma anche abbracci e lacrime …e gioia per me…anche ammirazione da parte di chi condivideva il coraggio del mio …andare sola a 65 anni…poi Malta poi Gozo…grazie ancora Valentina…condivido tutto quello che hai espresso….un abbraccio

  • Il racconto di questi tuoi anni e’ favoloso! Grazie per aver condiviso tutta questa tua energia positiva!

  • Valentina, che bello questo post! Daaaiiiii riprendi a scrivere il tuo blooooggggg!!!

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