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Boarding Home

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Written by Guest
Vivo a Houston da qualche mese, prima vivevo a Parigi (Sigh!) e prima ancora in giro per il mondo.
I miei figli ( 14 e 15 anni) vanno ad una scuola internazionale, molto bella, immersi in una sana marinatura di lingue e culture diverse.
Senza dubbio un’occasione per spostare lo sguardo un po’ più in là.
La scuola ha più di mille e cinquecento studenti, trecento circa in boarding school. Il che significa che questi bambini dalle scuole medie in poi hanno l’opzione a (cospicuo) pagamento di vivere nella scuola e di tornare a casa, molto spesso  in un altro continente, solo per le vacanze estive.
Partiamo da qui, parliamone.
Questa storia del boarding school mi ha colpito fin dall’inizio.
È tipica delle culture anglosassoni (ma molto usata tra gli asiatici facoltosi) ben lontana dalle nostre consuetudini italiane e affonda le sue radici esclusivamente nella possibilità di regalare ai propri figli una formazione accademica cosmopolita e completa.
Ma cosa toglie ?
Questo mi chiedo spesso.
Quanto  questa opportunità può essere avvertita da un ragazzino di dodici anni come un’occasione di crescita accademica e quanto invece non può generare in lui un totale smarrimento affettivo ?
Qual è il prezzo che questi figli pagheranno per essere destinati ad essere i futuri top men del domani ?
E quanto deve essere complicato per una madre scegliere  tra rinunciare a quegli  sporadici slanci affettivi e l’occasione di dargli un futuro professionalmente brillante ?
Io i miei figli a dodici anni non li avrei mollati  mai perché credo nel rilascio graduale.

Credo che sia proprio mentre iniziano a crescere i primi baffetti e spuntano i primi seni che a mio avviso essi  hanno più bisogno di noi, di quel conforto che solo i genitori sono in grado di dare. Hanno, i nostri ragazzi, quel disperato bisogno di allontanarsi quel poco che gli basta per riconoscersi per poi ritrovarsi al tramonto di un confronto acceso, di uno sguardo d’intesa, di una risata inaspettata, dei primi piccoli fallimenti quotidiani.

Mi viene in mente un libro molto bello di Recalcati che si chiama “ Le mani della madre” , dove l’autore citando Lacan parla di madri coccodrillo e madri narcise . Le prime esageratamente presenti, che con le loro fauci aperte fagocitano i propri figli inglobandoli , e le seconde che di fatto li rigettano , li buttano nel lago perché troppo prese a vivere la propria vita e le proprie distrazioni.

La verità è che noi donne siamo madri sempre, in un modo o nell’altro, in un danzante e precario equilibrio tra l’essere troppo poco e l’essere troppo, tra il donare quello che abbiamo ( il nutrimento, il seno arcaicamente parlando ) e quello che non abbiamo più (sostanzialmente il tempo ) .

Non c’è neanche un italiano tra i ragazzi del dormitorio, il che mi fa pensare che a parità di condizioni economiche, culturalmente non siamo ancora pronti.
“Famiglia è dove famiglia si fa” disse una volta il mio nipotino che all’epoca aveva sei anni. Il
che mi dà l’idea di qualcosa che si costruisce poco a poco tra legami che si consolidano e senso di appartenenza ai luoghi e alle persone.

Questa è la mia scommessa con la
vita, su questo lavoro quotidianamente con la mia famiglia affinché, nella straordinarietà di questa vita gitana che ci è stata concessa, i miei ragazzi riescano un domani,  irrobustiti dalla vita,  a sentire dentro di loro comunque un richiamo, una risonanza,
un posto (non fisico ovviamente) in cui tornare.
Del resto lo diceva anche il nostro grande e amato Gaber e mai come oggi il suo pensiero mi è vicino :
“ L‘appartenenza è avere gli altri dentro di sè “.

Alla prossima,
Diletta, Houston

(Per la sana legge di Murphy i miei figli sostengono che boarding school sia ovviamente una cosa fighissima 🙄)

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Guest

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