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Moglie al seguito

moglie al seguito
Manuela Sydney
Written by Manuela Sydney

Qualcuna tra voi si è mai sentita chiamare moglie al seguito?
Io alzo la mano e credo che, anche altre donne, potrebbero farlo.
Ultimamente mi è capitato di discutere di questo con le mie care Amiche di Fuso. In particolare con Valeria che, giustamente, mi ha detto: “Io mi sono sempre considerata altro da mio marito… perché devo giustificare le mie scelte di vita?

Come donne, sono molte le cose a cui non facciamo caso, molte quelle per cui lottiamo. Troppe quelle per cui ci battiamo solo a parole. Troppissime quelle a cui siamo abituate.
Come mai? Perché cambiare il modo di pensare richiede generazioni intere.
Perché, a volte, tra il predicare bene e il razzolare male, passa proprio il non accorgersi delle cose. E questo perché sono culturalmente radicate e insite in noi.

Quando si decide di partire per favorire la carriera di uno solo dei membri della coppia, le cose non sono sempre lineari.

Credete che sia una scelta semplice?
Che non si mettano sul piatto mille possibilità?
Credete che si parta corazzati? Di solito si parte molto fragili. Spesso si salta nel buio senza una rete sotto. E non è certo bello sentirsi ridotte a un epiteto. Moglie al seguito.
Posso raccontarvi di me, non delle altre donne.
Per qualcuna sarà stata una scelta sofferta, per qualcun’altra la scelta della vita.
Quello che posso dire con certezza è che non va giudicata né, tantomeno, derisa. Non giova a nessuno. Men che meno all’emancipazione femminile.

Mi sento di poter dire di provenire da un contesto progressista.
I miei hanno divorziato quando avevo 10 anni e sono rimasti amici. Sono cresciuta in una famiglia allargata e in un ambiente dove questo è stato considerato normale e non ha minato in alcun modo il ruolo dei miei genitori. Il nuovo marito di mia madre è un membro importante della nostra famiglia. Decisamente un nonno in più, che va molto d’accordo con mio padre. Ci capita di fare vacanze tutti insieme e certamente trascorriamo insieme le feste comandate.

La mia nonna paterna è rimasta vedova e ha cresciuto da sola 6 figli. La mia nonna materna ha sempre lavorato e supportato la famiglia al pari di mio nonno. Stessa cosa ha sempre fatto mia madre. Nessuno si è mai sognato di trattarmi diversamente da mio fratello, né ho mai sentito dentro casa allusioni o battute sulla differenza di genere. Tantomeno sull’aspetto fisico delle donne. Davvero.

Il mio esempio sono state donne forti, indipendenti, libere ed emancipate.
Il mio esempio è stato un uomo saggio (mio padre) che non ha mai nemmeno pensato che ci fossero cose da femmine e cose da maschi.
Provengo da una famiglia modesta, ma molto ricca sotto il profilo umano.

Perché vi dò questo background? Per farvi capire che, per me, è stato naturale studiare seguendo le mie passioni. Non altrettanto facile è stato decidere di lasciare un lavoro meraviglioso per tenere unita la mia famiglia.

È stato naturale lavorare per tutta la durata della mia università, così come è stato naturale andare a vivere per conto mio compiuti i 18 anni.
Mi è sembrato naturale fare la gavetta, mi è sembrato comune essere sottopagata, mi è sembrato un sogno riuscire a lavorare nel mondo dell’arte e della cultura. Mi sono sentita realizzata e profondamente in sintonia con i miei desideri nel mio ambiente di lavoro. Circondata da persone in gamba e, devo dire, senza discriminazione di genere. Affittare il mio primo appartamento non condiviso, risparmiare per i viaggi, circondarmi di persone belle e stimolanti.

Ho incontrato mio marito da grande, la mia vita era a un punto soddisfacente. Già lavoravo da più di dieci anni, già ero laureata. Abbiamo intrapreso una relazione paritaria e adulta. Quando abbiamo deciso di avere un figlio, lui è stato a casa molto più di me per tutto il primo anno di vita del nostro piccolo. Io stavo spingendo forte sul lavoro, lui invece aveva una sua attività autonoma.

A un certo punto della nostra vita insieme, gli è capitato di ricevere una proposta molto allettante per la sua professione. Una proposta ottima dal punto di vista economico ed entusiasmante dal punto di vista delle sue passioni e dei suoi interessi. Non mi sarei MAI sognata di frenarlo e lui non si sarebbe MAI sognato di pretendere che lo seguissi, non essendo pronta a un passo del genere.

E così è stato. Per sei lunghi anni ci siamo sostenuti a vicenda in una relazione a distanza. Abbiamo avuto un altro figlio a distanza, abbiamo sofferto la distanza. Non so dirvi quante sfide come coppia e come genitori abbiamo dovuto affrontare. Non so dirvi di quanto mi sentissi frantumata la prima volta che è partito solo. Ma sentivo che per me, in quel momento, era l’unica scelta possibile. Non ero assolutamente in grado nemmeno di pensare alla possibilità di lasciare un lavoro per cui avevo così duramente lottato.

Immaginate sei anni. Noi qua e lui là. Mi sono trovata sola con un bambino piccolo, un lavoro meraviglioso e super full time, un altro figlio neonato, un parto, il dopo parto, le notti insonni, i risvegli, i compleanni, gli anniversari. In altre parole… la vita. La nostra scorreva attaccata a Facetime. Ricordo che odiavo la fine dei viaggi e il rientro dalle vacanze, perché non tornavamo a casa insieme. Mai. Abbiamo fatto del nostro meglio e non rimpiango nulla. Sono stati anni densi, dolorosi, sfidanti e meravigliosi… ci siamo profondamente rispettati a vicenda nei nostri bisogni e nelle nostre paure.

Gli anni sono passati e hanno cambiato i nostri desideri. Una destinazione troppo lontana (l’Australia), ha fatto sì che sentissi la molla interiore di voler partire con lui.
È stata una decisione facile?
Assolutamente no.
Dentro mi sono sentita in molti modi e mi hanno abitata (e mi abitano) molte differenti emozioni.
Se ci fosse stata una maggiore equità tra i nostri stipendi sarei partita lo stesso? O magari sarebbe stato lui a tornare per permettere a me di continuare la mia carriera? Non lo sapremo mai perché, nel nostro caso, gli stipendi erano sbilanciati.

Ho sentito la partenza come una grande opportunità di rimettermi in gioco e di provare un’esperienza nuova e stimolante a 40 anni? Assolutamente sì.
Ho pensato che fosse meraviglioso vivere finalmente fisicamente uniti come nucleo? Sì, senza ombra di dubbio.
Mi è dispiaciuto partire? È stato straziante.
Ho avuto paura? Mi sono sentita persa. I primi sei mesi mi è letteralmente mancata la terra sotto i piedi.

Pensavo fosse un’ottima occasione per i figli? Sì, no, sì, no, sì, sì, no, no, forse… Tutto ciò che viviamo si dimostra essere un’ottima occasione. La migliore che potessimo avere.
Mi ha resa felice? Sì.
Soprattutto all’inizio mi sono chiesta più e più volte:
“Perché mi sento così persa? Davvero mi faccio definire come persona da una condizione lavorativa?”. MOGLIE AL SEGUITO. Vi confesso che questo epiteto buttato lì, senza sapere nulla di me, senza conoscere Manuela, mi feriva, mi bruciava, mi destabilizzava.

Il lavoro che facciamo ci definisce? No, assolutamente no. Non ci definisce come persone. Definisce però il nostro ruolo sociale, spesso definisce la nostra indipendenza e, nel mio caso, ha sempre coinciso con una passione, con una realizzazione profonda e ricca. Con qualcosa di nutriente.

Ci ho messo un po’ per ricostruirmi, in questa nuova vita e in questo nuovo assetto. Non so se mi sento perfettamente comoda in questi panni. Sicuramente sono cresciuta molto. Alla fine, anche professionalmente. Ho fondato con Nadia e Vincenzo un canale podcast, ho iniziato piano piano a lavorare come freelance negli eventi locali, sono diventata giornalista e sono ormai fluent in inglese. Ho trovato un mio piccolo posto in questa comunità.

Ci ho messo tempo, fatica. Mi sono sentita (e mi sento) spesso inadeguata.
Faccio i conti con un assetto dove inevitabilmente (perché mio marito lavora fuori città e rientra solo il weekend), il carico familiare è sulle mie spalle più che sulle sue. Mi pesa? Sì, mi pesa. Non lo trovo giusto. Nel mio piccolo, anzi, nel nostro piccolo (mio marito ha un grande ruolo in questo), facciamo del nostro meglio per crescere i nostri figli con una mentalità equa.

Vivo piena di contraddizioni, come tutti.
E come tutti cerco un equilibrio.
Come tutti, cerco di seguire i miei sogni, di realizzarmi come persona.
Cerco di essere la donna che sognavo da bambina, la madre migliore che posso.
Provo ad essere una buona compagna, senza mai annullarmi come persona. Come già vi ho scritto qua la coppia chiusa mi dà un senso di claustrofobia.

Ho bisogno di una società più equa? Sì. Con più diritti e meno battutine.
Ho bisogno di sentirmi chiamare Moglie al seguito? NO. Io adesso ho le spalle larghe, ma non le ho avute sempre. E, più che giudicare una donna che spesso si trova di fronte a una scelta impossibile, bisognerebbe prima giudicare la società di cui è figlia e unirsi per provare a migliorare le cose.

Perché è un diritto perfettamente legittimo fare qualunque cosa si voglia della propria vita.

Manuela, Sydney

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Manuela Sydney

Manuela Sydney

Sono una persona curiosa. Spesso i dettagli mi attraggono più dell’insieme. Amo viaggiare (e anche tornare). La mia passione più grande è il teatro. Ho due figli, sono calabrese, ma anche romana. Sono laureata in lettere con indirizzo teatrale e a Roma organizzavo eventi culturali. Ho fatto per 2 anni la spola tra Nigeria e Italia e per 4 anni tra Namibia e Italia.
Da qualche tempo vivo a Sydney con tutta la mia famiglia, studio naturopatia e lavoro in una radio!

16 Comments

  • Che bell’articolo, l’ho letto tutto d’un fiato perché mi sono risconosciuta nella tua descrizione.
    Grazie

    • Grazie davvero di cuore!
      Era davvero il mio obiettivo, far nascere una discussione bella e sentirmi, anche io, meno sola!

  • Come sempre ammiro la tua profonda sinceritá. Ho letto l´articolo e ho rivissuto i miei quasi 20 anni di “moglie a seguito”, la mia seconda vita. Ci ho messo un pó a non rimanere ferita da questa definizione, soprattutto perché detesto le etichette e perché cosí riduttivo. Mi sono sentita fuori dal sistema produttivo, priva di uno spazio sociale, quasi non avessi una mia identitá. Ora rispondo a testa alta e guardo diretto negli occhi, perché credo profondamente che le persone siano una storia, la propria storia. Il lavoro non mi definisce, la provenienza non mi definisce, il mio bagaglio di esperienze e di scelte e di vita vissuta invece si. Piacere, sono Sabrina! e ora ne sono orgogliosa.

  • Bellissimo post! Bellissime riflessioni! Non sono, non sono mai stata “moglie al seguito”, ma le tue parole sono molto significative. Evidenziano un ruolo che ci portiamo dietro, non sempre consapevolmente.
    Ciao

  • Quanta sincerità nelle tue parole. Leggere un testo così semplice ed onesto mi rimette in pace con il mondo, il mondo di una expat che per un po’ ha vissuto una situazione opposta, ossia con “marito al seguito”. Che dire, con fatica e coraggio un proprio posto nel nuovo mondo si trova sempre e oggi se ci guardiamo indietro, mio marito ha fatto un percorso professionale di crescita mentre per assurdo io sono sempre ferma. Questo per dire “mai dire mai”.
    Andarsene quando si è già “grandi” e si ha una vita stabile non è mai semplice, e ricostruire lo è ancora di più.
    Ma se si trova un modo per farlo insieme, senza perdere le proprie individualità ma anzi coltivandole, la vita ci regala esperienze ed emozioni nuove.
    Un abbraccio a te che vivi nel mio posto del cuore.

    • Serena che bello leggerti,
      grazie!!
      Credo che abbiamo tutti bisogno di sentirci accolti e compresi come esseri umani. Le scelte che facciamo sono il frutto di ciò che viviamo, di ciò che temiamo, di ciò che inseguiamo.
      Non credo vadano giudicate, quanto piuttosto ascoltate.
      Grazie, davvero!

      • Mai come in questo periodo potrei essere più d’accordo. Ascolto e accoglienza, non giudizio e rifiuto.
        Saluta la mia amata Australia da parte mia….spero un giorno di poter tornare lì in vacanza, con mio marito e il nostro piccolino appena arrivato.
        Un abbraccio

  • Ma lo sai che invece preferisco dire che di lavoro seguo mio marito piuttosto che casalinga o peggio mamma?? Quando mi dicono che è ovvio che non lavoro perché ho 4 figli, sottolineo subito che non lavoro per seguire mio marito e che quindi faccio figli!!! 😀 Seguire mio marito ci ha dato tante opportunità, non solo economiche, e mi ha riempito di skills come sapere fare traslochi meglio dei traslocatori!!!!

    • Traslocare meglio dei trasclocatori mi piace un sacco
      In quanti Paesi hai vissuto?

      Comunque si! L’importante è che la
      Definizione (qualunque essa sia) venga da noi, se ci va di averla, e non dagli altri!

      Grazie di cuore per aver letto!

    • Esatto! Ma poi perche’ dobbiamo sempre giustificarci ? E’ evidente che chi questiona e’ del sesso opposto, visto che gestire casa, pasti, famiglia, scuola, attivita’ sociali di tutti i membri, sport, ricreazione, vacanze sono al pari di un ruolo manageriale di una piccola azienda. E giuro che ho visto mamme metterlo nel CV su Linkedin. Per non parlare del risvolto che questo ruolo di supporto ha nella carriera dei nostri congiunti.

  • Anche noi viviamo in Australia e quando lo skill visa del mio compagno è arrivato io ero inclusa nel pacchetto come de facto spouse. Come saprai gli australiani oltre allo skill lavorativo vogliono anche capire come funzionerà la coppia quando saremo nel paese. Io non ci potevo credere che davvero potessi avere il visto solo perché sono la sua dolce metà ma la verità è che anche essere “al seguito “ del partner che ha lo skill per il visto, ha una sua importanza. Senza sostegno, supporto e condivisione forse fallirebbe l’impresa dell’’espatrio specialmente in un paese così lontano e diverso. Le definizioni sono spesso aride e non rendono giustizia a quella che è la realtà dei fatti. Se non fosse stato con me neanche lui ci sarebbe mai riuscito e viceversa ma forse bisogna usare parole diverse, più neutre per definire situazioni che comunque sono sempre diverse e uniche. Certo che moglie al seguito suona proprio svilente perché toglie invece tutta l’essenza più bella e importante di seguire chi si ama per creare qualcosa insieme e condividere una grande storia e si è sempre in due a creare, non esiste proprio chi segue senza dare contributo al progetto.

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