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Il richiamo delle proprie origini non ha età: scoprirsi italo-francese da adulta

Written by Guest

Le persone che mi conoscono mi definiscono volubile. Cambio facilmente città, frequentazioni, slanci ed euforie e, spesso, umore. Eppure, quest’apparente distacco da cose più o meno materiali riesce a non sgretolarsi perché, in me, c’è una congruenza di fondo.

Da sempre, infatti, le mie decisioni a prima vista impulsive e incoerenti si fondano su un “pensiero dominante”, per citare Dostoevskij. Forse sarebbe meglio parlare di “pensieri dominanti”, al plurale: la letteratura e le lingue.

Va da sé che mi sia laureata in Traduzione letteraria, così come va da sé che la mia prima lingua di studio sia stata il francese. Forse poteva non andare da sé, ma io ce l’ho fatto andare. Di fatto, mia madre è francese, ma non è stata lei a insegnarmi la sua lingua.

A dirla tutta, affermare che mia madre è francese è forse un po’ troppo pretenzioso. Sostanzialmente, mia madre è più italiana di me. Dopo aver sposato mio padre, italianissimo, a diciotto anni, trascorrendo quasi quindici anni in Svizzera, i miei genitori hanno deciso di andare a vivere, o tornare a vivere, in Italia.

Da quel momento, mia madre non ha abbandonato solo la sua lingua e, geograficamente parlando, la sua famiglia, ma anche la sua cultura. Accanto al suo rotacismo e ai calchi da cui ancora oggi non riesce a liberarsi, mia madre cucina la pasta quasi ogni giorno, sciorina detti alla “Aiutati che Dio t’aiuta” e “Dio vede e provvede” e, non meno importante, fa largo uso del bidet.

Se la sua francité affiora di tanto in tanto mentre si lava la faccia col guanto o si abbuffa di Camembert, la verità è che mia madre ha rinnegato in un certo senso le sue origini. Così, anche io e mio fratello siamo cresciuti ignorando una parte delle nostre e sviluppando addirittura una certa avversione per tutto ciò che riguardava l’argomento “Francia”.

Ricordo, infatti, i terribili malumori da cui eravamo afflitti quando partivamo per andare a trovare la “famiglia di nostra madre” (perché mica era anche la nostra, eh!). Odiavo tutto di quei viaggi, che a pensarci adesso erano davvero sporadici: il lungo tragitto in macchina, le persone che tentavano di parlarci in italiano, il water separato dal resto del bagno.

Le cose hanno cominciato a cambiare quando, alle medie, ho iniziato a studiarlo, il francese, e continuando a farlo anche al liceo. In verità, nonostante fosse una delle materie in cui andassi meglio, la mia lingua preferita rimaneva l’inglese.

Poi, all’università, si è ribaltato tutto. Infatti, è a diciannove anni che ho fatto pace con questa lingua, e con tutto ciò che a essa era legato. Lo sblocco finale, invece, è giunto al terzo anno di università, l’anno in cui sono andata a fare il mio (primo) Erasmus in Francia, in Alsazia. Il mio francese migliorò tantissimo, mi sentivo a mio agio nella lingua e, soprattutto, iniziai ad apprezzare anche gli aspetti culturali dell’Esagono.

Ovviamente, la cultura alsaziana è forte di un’identità prettamente regionale. Gli alsaziani, che oltre al francese parlano anche un loro dialetto, l’alsaziano appunto, posseggono un’identità ibrida, in cui si uniscono radici non solo francesi ma anche tedesche, per non parlare delle influenze svizzere e austriache.

Essere catapultata in un contesto francese “atipico” penso sia stata una delle fortune più grandi che potessero capitarmi. È stato da quel momento, infatti, che ho iniziato a interessarmi all’ibridismo identitario e al multiculturalismo, forse perché, in fondo, le idiosincrasie che percepivo in me non erano altro che l’unione di due culture che fino ad allora avevo vissuto in contrasto e che, invece, ora diventavano per la prima volta fluide.

Come tutti, una volta terminato l’Erasmus andai in crisi. Non era, però, l’esperienza in sé che mi mancava, ma il Paese che avevo appena abbandonato. Ormai ero entrata in contatto con quella parte di me che avevo rinnegato per anni e non ero pronta a lasciarla andare.

Così, due anni dopo, ho partecipato a un progetto di laurea congiunta tra l’Università di Pisa e quella di Aix-Marseille. Dopo quei due anni di mancanze e nostalgie, ritornavo in Francia e questa volta non si trattava di un banale Erasmus: alla fine dell’anno accademico avrei avuto un titolo di studio francese. Finalmente un documento che attestasse la mia francité!

La Provenza è, ovviamente, totalmente diversa dall’Alsazia. Il clima, il cibo, lo stile di vita, l’architettura delle città e i paesaggi, montagne e neve contro mare e scogli. Io sono nata in montagna e, fino all’anno scorso, odiavo il mare. Ora, ho aggiunto anche quest’idiosincrasia. E neanche questo mi sembra essere un caso. La famiglia di mia madre, che finalmente ho accettato anche come mia, vive infatti nella regione accanto a quella provenzale, nella Linguadoca-Rossiglione. Letteralmente, ero tornata nella seconda casa che avevo rinnegato per tutta la mia infanzia.

Quando Elisa, che ho conosciuto proprio durante l’Erasmus in Alsazia, mi ha contattata per chiedermi se mi andasse di scrivere un articolo in cui parlare della riappropriazione di una parte delle mie origini, ho dovuto far fronte al fatto che la mia identità, legata alle culture che la compongono, sebbene negli anni abbia raggiunto una certa fluidità, non è ancora coerente quanto vorrei.

Mi sento, sì, italo-francese, ma non riesco a percepire in me le due culture come un continuum, sento che ci sono entrambe, ma vivono, per così dire, separatamente. Sono nata italiana e per me è facile esserlo. Ho dovuto lottare per acquisire la mia parte francese ed è una battaglia che non si è ancora conclusa.

Se vivo la mia italianità con serenità, subisco ancora la fascinazione per la cultura francese, come se fosse qualcosa di esotico. Se penso alla Francia vengo pervasa da quell’emozione di scoperta e di adorazione di chi non riesce a essere oggettivo. Sta imparando a conoscere un determinato luogo e una determinata cultura. Il processo è doloroso, oscillo continuamente tra un Paese e l’altro, fisicamente, ma soprattutto emozionalmente.

Quando sono in Italia ho nostalgia della Francia, quando sono in Francia mi manca moltissimo l’Italia. Ci sono degli aspetti che preferisco dell’una, altri dell’altra. In maniera differente, mi sento a casa in entrambi i Paesi, entrambi mi offrono realtà diverse e, a volte, opposte. Così non riesco a focalizzarmi su quale delle due sia la migliore per me.

La verità è che, probabilmente, per poter essere pienamente me stessa e vivere un’esistenza come io la immagino, dovrei continuare a fare la spola tra Italia e Francia per il resto della vita. Mi viene impossibile pensare che un giorno sarò costretta a inglobare una parte della mia identità all’interno dell’altra, cancellare o far dominare una cultura sull’altra.

Sento la necessità di esprimerle entrambe, di poter affermare il mio amore e il mio disincanto per entrambe, con naturalezza. Cucinare una pizza con il fromage de chèvre, fare la scarpetta con la baguette, intonare l’Inno di Mameli sulle note della Marseillaise. Vorrei non dover rinunciare all’aperitivo, ma nemmeno alla pétanque. Né alla taranta né alla Chandeleur (conosciuta anche come la festa delle crêpes).

Così, dopo mesi trascorsi in Italia, sono finalmente tornata a Marsiglia, che, ne sono sicura, mi ha attesa trepidante. Fornelli, il mio piccolo paese italico, mi ha messo un biglietto di ritorno in tasca non appena ho varcato la frontiera.

Vorrei spendere, infine, qualche parola per parlarvi del mio blog, www.afroditetraduzioni.it, in cui, oltre a presentarmi in quanto traduttrice, tratto di letteratura post-coloniale africana, sia attraverso articoli sia con traduzioni di racconti inediti in Italia. Avvicinarmi alla letteratura post-coloniale, che si lega indissolubilmente a quella migrante, è stato un processo naturale come quello che mi ha portata ad avvicinarmi alla mia identità francese.

Infatti, le tematiche trattate da questo genere letterario sono legate all’ibridismo e al multiculturalismo, le stesse di cui mi sento anch’io portavoce. Inoltre, questo tipo di letteratura si lega anche a temi come la lotta per l’integrazione e per il superamento di barriere mentali quali il razzismo, oltre a quello di denuncia della colonizzazione. Colonizzazione intesa come tutti quegli atti di dominazione di una cultura su un’altra.

Del resto, non potevo non sentire un’affinità con gli autori post-coloniali in quanto, come loro, lotto contro me stessa per il riconoscimento della mia identità, e contro gli altri per quella delle future generazioni, che, orgogliose, sventoleranno le loro bandiere multicolori su un mondo in continua trasformazione.

Margaret, Italia / Francia

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