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Trasferirsi in Africa: considerazioni prima di partire

Trasferirsi in Africa - Amiche di Fuso
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Written by Cristina Angola

Traslocare in Australia è il sogno di molti. Negli Usa, io ci andrei di corsa. A Dubai, poi, non ne parliamo. Ma c’è anche chi sta pensando di trasferirsi in Africa: cosa suggeriresti a una giovane italiana che sta considerando l’idea di un cambiamento del genere?

E’ una delle ultime domande che mi sono state rivolte e, cara lettrice, anche se ti ho già risposto in privato, riporto i miei pensieri anche qui, affinché questo post possa rispondere alle domande di altre persone.

In Africa sì… ma dove?
Spesso, troppo spesso, si tende a considerare l’Africa come un unico grande Paese. ‘Ah già, tu vivi in Africa. (Sottointeso: pazza)’ – mi dicono. Che poi sia Congo, Angola o Sudafrica, non fa alcuna differenza.

E invece la differenza c’è, eccome.

L’Africa non è una nazione. E’ un continente composto da 54 – cinquantaquattro (!) – stati, ciascuno con le sue peculiarità. Quello qui di seguito, per tanto, non può che essere un discorso generico, basato sulla mia esperienza: non dimenticarti di integrarlo con informazioni specifiche relative allo stato in cui intendi trasferirti.

Dopo l’idillio
Subito dopo ‘pazza’, il secondo commento che probabilmente sentirai è ‘wow, che avventura!’ e forse, prima di trasferirti, l’avrai pensato anche tu. Perché l’Africa dell’immaginario collettivo è quella dei paesaggi incontaminati, dei leoni, del sole tutto l’anno. Ed è vero, l’Africa è anche questo. Ma non solo. La realtà di tante, troppe città africane è fatta di strade polverose, senza fognature, dove un momento prima correva un ratto e quello dopo c’è un bimbo che gioca.

Te ne renderai conto fin troppo presto e, passato l’entusiasmo delle prime settimane, comincerai a vivere il culture shock a tutti gli effetti: come lo vivi, dipende da te. C’è chi dorme con la zanzariera sul letto, chi utilizza l’acqua in bottiglia persino per lavarsi i denti a casa, chi lava, rilava, lava ancora una volta e poi disinfetta tutto con l’Amuchina. Ma c’è anche chi compra street-food, chi si siede con disinvoltura su mezzi pubblici decisamente poco puliti, chi dà la mano ai bimbi senza preoccuparsi di sporcarsela. Nessuna scelta è criticabile: l’importante è cercare di trovare un giusto equilibrio tra nevrosi e imprudenza.

La salute prima di tutto
Gli interrogativi su malattie e sanità sono quelli che mi vengono rivolti più assiduamente. A seconda delle patologie endemiche del Paese in cui ti trasferirai, sarà necessaria una serie di vaccinazioni: dalla febbre gialla alla meningite, dal tifo all’epatite. Io vivo inoltre in zona malarica e, di fatto, ho visto gente ammalarsi (e poi guarire eh!) di questa malattia, impossibile a prevenirsi in modo efficace data l’assenza di vaccini. Impensabile assumere compresse di Malarone per anni e anni di fila: che si fa allora? Si utilizza un repellente adatto alle aree tropicali (con una concentrazione di DEET almeno del 50%), ci si copre il più possibile al calar del sole e… si incrociano le dita.

In quanto alla sanità, tornando alla mia esperienza, Congo e Angola dispongono di dottori, certo, ma… come sono le strutture?  Per dire, una bambina in Congo si era rotta i dentini e aperta il mento scendendo con lo scivolo in piscina: l’hanno trasportata d’urgenza a Cape Town. A oltre quattro ore di volo. Prima di trasferirti quindi, informati bene – anzi benissimo – sulle strutture sanitarie del tuo Paese d’arrivo e su eventuali possibilità di trasporto altrove.

Stay safe!
La sicurezza è, insieme alla sanità, un altro grande deterrente. Se mi segui su ADF sai che in Congo ero libera di muovermi in autonomia, mentre qui in Angola è impossibile: il tasso di criminalità è talmente alto che sono obbligata a spostarmi con un autista per ogni minima commissione. Certo, è chiaro che le zone off-limits sono ovunque nel mondo (anche a Milano) ma alcuni Paesi sono indubbiamente più pericolosi di altri. Esagerata? Fifona? No, realista.

Spesso mi capita di leggere di blogger che, al ritorno da determinate vacanze, scrivono con leggerezza – cito blog stranieri – ‘don’t let fear discolor your adventures!’. Ecco: balle. La vita non è un’avventura: le rapine, la violenza – o peggio – sono eventualità ahimè fin troppo reali e come tali non vanno sottovalutate. In tre anni di vita in Africa e 9 stati visitati in questo continente ho sentito storie a sufficienza: a me non è mai successo nulla, a persone che conosco sì. Detto ciò, naturalmente, non è che ti devi barricare in casa: sii però cosciente di quanto può accadere e agisci di conseguenza.

Mi trasferisco insieme a mio marito: come passerò le giornate?
Anche questa è una domanda che mi viene rivolta spesso. Ancora una volta, molto dipende dalla città in cui vivrai ma, forse, qualche dritta posso dartela comunque. Se non hai intenzione di cercare un lavoro, la tua esperienza africana può essere il momento giusto per reinventarti, per creare qualcosa di tuo – da un semplice blog a un vero e proprio business online – o per buttarti a capofitto in una passione: che so, studiare per una seconda laurea o dedicarti, finalmente, allo yoga in modo serio. Ma soprattutto, quello che puoi fare in Africa, è dare una mano. Sono certa che ovunque andrai ci saranno orfanotrofi o scuole locali che apprezzerebbero il tuo aiuto, anzi, semplicemente la tua presenza.

Un’altra cosa che ti consiglio vivamente di fare è imparare la lingua locale. Senza arrivare a studiare il munukutuba (lingua bantu diffusa in Congo) puoi però imparare il francese – ugualmente diffuso – ma anche il portoghese e lo swahili, entrambi presenti in una serie di stati africani. Perché ostinarsi a parlare inglese o – peggio ancora – italiano? La gente del posto sicuramente apprezzerà il tuo sforzo: non dimenticare che l’ospite sei tu e non sono gli altri a doversi adeguare a te.

Con l’azienda o come privato?
Trasferirsi da privato cittadino o sotto l’ala protettiva di un’azienda è un punto che fa la differenza ovunque ma, in Africa, credo, ancora di più.  Avere un’organizzazione alle spalle significa godere di vantaggi che vanno al di là della casa pagata e di un determinato numero di rientri in Italia: significa avere copertura medica, significa immediato rimpatrio nel caso succedano disordini nel Paese (e in Congo non ci siamo andati poi tanto lontano), significa che se in casa ti manca l’acqua o la luce – e capita più spesso di quanto tu possa immaginare – ti verranno ripristinate a breve (ma pur sempre pole pole). Certo, il rischio è quello di rimanere relegato nella tua condizione (e comunità) di expat: stabilire un contatto ‘vero’ con la gente del posto non è facile sebbene non impossibile.

In conclusione…
Vivere in Africa non è semplice e implica svariati compromessi. Non credo onestamente sia una destinazione adatta a tutti. Eppure, non per questo mi sento di sconsigliare l’esperienza: la scelta di trasferirsi in Africa – se ponderata in modo adeguato e intelligente – è una scelta coraggiosa che, sono certa, saprà restituirti molto più di quanto hai sacrificato.

Boa sorte!

Cristina, Angola

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Cristina Angola

Expat da ormai 7 anni, prima a Londra, poi in Congo e ora in Angola. Gli altri 30 nella Pianura Padana. Viaggio con il marito, un labrador nero, uno gnomo di pezza. Durante i miei anni africani sono riuscita a finire una volta in TV e un'altra in una (specie di) prigione. Ma non per lo stesso motivo.
Parlo (quasi) 5 lingue, il film che amo di più è Lost in Translation, spendo decisamente troppo in libri, non disdegno la pizza hawaii e - tenetevi forte - adoro, ma proprio ADORO stirare. Il mio sogno? Tornare alla base, che non è l'Italia ma è Londra, l'unico posto dove mi sento veramente a casa. Il resto di me su Drive-mycar.com, il mio travel blog.

2 Comments

  • (Sottointeso: pazza): me lo sono sentita dire anche io quando ho comunicato che quest’estate sarei andata in vacanza in Africa, con l’aggiunta del “ma cosa andate a fare?”. Ok, per certe persone può non essere una meta “figa” come tante altre, però per me è stato uno dei viaggi più belli.
    Ammetto che la situazione sanitaria mi ha angosciato abbastanza prima di partire, soprattutto perché il mio fidanzato non si è potuto vaccinare con la febbre gialla. Ansie che, una volta arrivati e visto dove eravamo, sono subito passate. Però il repellente antizanzare su pelle e vestiti l’ho spruzzato comunque (anche perché non avevamo fatto la profilassi antimalarica, dato che era una zona a basso rischio).
    Certo, un conto è andarci per vacanza e un conto è viverci, però concordo che non bisogna né farsi prendere dalla nevrosi né essere incoscienti. Però un pezzo di cuore resterà comunque in Africa.

    • Ciao Ilaria,
      hai centrato perfettamente lo spirito con cui approcciarsi all’Africa!
      Ti auguro al più presto una seconda vacanza, c’è così tanto da scoprire e di cui innamorarsi!

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