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Angola e Italia: una collaborazione sempre più stretta?

Mattarella in Angola
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Written by Cristina Angola

Era il 1968 ed Ettore Scola, che si apprestava a girare ‘Riusciranno i nostri eroi…’ con Alberto Sordi, diceva: “In Angola ho trovato quello che cercavo: un ambiente in evoluzione. La colonizzazione portoghese volgeva al tramonto e conviveva con la guerriglia, l’indipendenza era ancora lontana. Luanda era moderna e poco lontano vivevano tribù selvagge come i Mukubu, che abbiamo coinvolto nel film. Questa popolazione non aveva mai visto camion e automobili, quando abbiamo trasportato la troupe con un pullman erano terrorizzati, urlavano, era il loro primo viaggio. In Angola c’erano distanze di secoli a pochi chilometri”.

L’indipendenza dal Portogallo sarebbe arrivata solo nel 1974, per lasciare posto, appena l’anno dopo, a un trentennio di conflitti, quelli della guerra civile. Poi, col nuovo millennio, la pace. Il boom economico del petrolio, dell’edilizia. Luanda la nuova Dubai – dicevano. I meninos da rua in marcia verso la città, con la speranza di un futuro migliore. O per lo meno di un futuro, che era già qualcosa.

Eccolo l’ambiente in evoluzione di Scola. Questa volta davvero. Solo che è durato poco. La patina dorata della ricchezza è saltata via in fretta, e sotto non c’era che chapa, semplice lamiera. La crisi dell’oil&gas ha trascinato il paese con sé, i palazzi sono rimasti incompiuti, grattacieli ciechi, senza specchi, le gru arrugginite. I poveri sempre più poveri, i ricchi – storia di tanti stati africani – sempre più ricchi. E a poco a poco l’Angola esce dai giornali, non fa più notizia.

E oggi? Oggi la fa di nuovo. Se ne è parlato molto questo mese, con l’arrivo di Sergio Mattarella a Luanda. Un evento importante: è la prima volta che un capo di stato italiano mette piede qui.

Nell’agenda del Presidente anche un incontro con la comunità expat, a cui ho avuto l’onore di partecipare insieme a un centinaio di altre persone, pari a circa il 20% della presenza italiana in Angola. Nel suo breve discorso, Mattarella ha ribadito il legame – l’amicizia, per usare le sue parole – tra i due paesi, la cui collaborazione promette vantaggi reciproci. Citando le parole di un quotidiano, “L’Angola spera nella collaborazione dell’Italia per diversificare la sua economia e ridurre la sua dipendenza dal petrolio” e, parallelamente, “È un momento favorevole per gli imprenditori italiani che vogliono investire in Angola nei settori dell’agricoltura, turismo, industria tessile, calzaturiera e di trasformazione agroalimentare. L’obiettivo principale del Governo è quello di aumentare la produzione nazionale, oltre a rendere il settore imprenditoriale privato più solido e competitivo, promuovere le esportazioni non legate al settore petrolifero e ridurre le importazioni dei beni essenziali di consumo”.

Insomma, le premesse per un rapporto bilaterale sembrano esserci tutte e si inseriscono nel piano di apertura – mentale e fisica – del presidente João Lourenço. Senza addentrarmi nelle misure politico/economiche adottate dal nuovo governo angolano, formatosi appena un anno e mezzo fa, ho trovato particolarmente significative due riforme.

La prima, recentissima, è la cancellazione dal codice penale di quelli che erano definiti “vizi contro natura”. Nel mondo, sono ben 69 i paesi in cui le relazioni LGTB sono criminalizzate: più della metà sono stati africani e, tra questi, fino al mese scorso, c’era anche l’Angola. L’omosessualità era insomma un reato come un altro, punibile con il carcere o i lavori forzati. Oggi non è più così e questa è una misura che ha dell’eccezionale in un paese d’impronta fortemente maschilista come l’Angola; basta pensare che il venerdì è detto “dia do homem“, ossia “giorno dell’uomo” che, con il weekend alle porte, esce a bere, ballare e folleggiare… senza donne. 

La seconda riforma riguarda lo snellimento delle procedure per ottenere i visti turistici. Premessa: la burocrazia angolana non la auguro a nessuno. Vi dico solo che quando si tratta di consegnare il passaporto all’ufficio immigrazione per il rinnovo del mio visto comincio a sudare freddo perché so che per i prossimi due mesi almeno non lo rivedrò! Uno degli obiettivi del nuovo governo è quello di sveltire le procedure di ingresso, uscita e soggiorno dei cittadini stranieri e un passo in questa direzione è già stato fatto. Dall’anno scorso ottenere il visto turistico è molto più semplice: non è più necessario richiedere una lettera d’invito, né correre all’ambasciata angolana in Italia (a Roma l’unica sede) per lasciare le proprie impronte digitali, né attendere tempi biblici. Insomma, se volete venirmi a trovare, potete farlo senza problemi. 😉

Ma se per gli stranieri le questioni legate al passaporto lasciano ben sperare, lo stesso non si può dire per… gli angolani: a inizio febbraio, il costo per l’emissione del passaporto è passato da 3.000 kwanzas (circa 8,50 euro) a 30.500 (!), cifra improponibile per la stragrande maggioranza della popolazione. Fate un po’ voi i conti.

Insomma, Angola paese dalle mille contraddizioni…

In bocca al lupo,
Cristina, Angola

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Cristina Angola

Expat da ormai 7 anni, prima a Londra, poi in Congo e ora in Angola. Gli altri 30 nella Pianura Padana. Viaggio con il marito, un labrador nero, uno gnomo di pezza. Durante i miei anni africani sono riuscita a finire una volta in TV e un'altra in una (specie di) prigione. Ma non per lo stesso motivo.
Parlo (quasi) 5 lingue, il film che amo di più è Lost in Translation, spendo decisamente troppo in libri, non disdegno la pizza hawaii e - tenetevi forte - adoro, ma proprio ADORO stirare. Il mio sogno? Tornare alla base, che non è l'Italia ma è Londra, l'unico posto dove mi sento veramente a casa. Il resto di me su Drive-mycar.com, il mio travel blog.

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